Estratto del documento

Anno scolastico 2007/2008

Liceo Ginnasio Galileo Galilei

Riflessioni sul tempo

I. Svevo e J. Joyce

Candidata

Annamarta Lazzeri

Classe III sez. 1

Indice

  • 1. Premessa pag. 2
  • 2. Il tempo pittorico pag. 3
  • 3. Introduzione pag. 4
  • 4. Le nuove concezioni pag. 4
  • 5. Il tempo nella narrazione letteraria pag. 6
  • 6. Il Vecchione pagg. 7-13
  • 7. Analisi pagg. 13-15
  • 8. Ulisses pag. 15
  • 9. Analisi pagg. 15-16
  • 10. Il tempo come flusso di coscienza pag. 17
  • 11. Conclusioni pag. 18
  • 12. Capitolo X “Le simplegadi-Le strade” pagg. 18-22.

Riferimenti bibliografici

M. Guglielminetti e A. Cavaglion (a cura di) La coscienza di Zeno, Italo Svevo, Editrice La Scuola, 1991.

M. Lavagetto (edizione diretta da) Italo Svevo Tutte le opere, vol. I Romanzi e «continuazioni», Collana “I Meridiani”, ed. Arnoldo Mondadori 2004.

Moloney Brian, Italo Svevo narratore - Lezioni Triestine - Libreria editrice Goriziana, 1998.

James Joyce, Ulisse. (Versione e note di) Bona Flecchia, ed. Shakespeare and Company, 1995.

A. Tagliaferro (a cura di) James Joyce, Gente di Dublino, ed. Oscar Mondadori, 1978. 2

Premessa

In un’epoca come la nostra di così rapide trasformazioni tecnologiche, culturali, storiche, interrogarsi sulle tematiche dell’irreversibile scorrere del tempo è un’esigenza profondamente sentita da tutti e in particolare da noi giovani, protesi verso il futuro ed impegnati ad acquisire capacità di orientamento e di interpretazioni della realtà.

Il celebre passo agostiniano (“che cos’è il tempo? Se nessuno me lo chiede lo so; se voglio spiegarlo …non lo so più…”) è ancora motivo di fascino e di “meraviglia”, nonché oggetto di innumerevoli studi attraverso cui scienziati, filosofi, storici, scrittori, artisti si interrogano sul suo incessante fluire, alla ricerca di illuminanti parametri concettuali o di pregnanti espressioni esistenziali o artistiche che ne catturino, ne fissino, in qualche modo, il senso sfuggente.

Senza avere alcuna pretesa di esaustività, il presente lavoro vuole essere una riflessione sulla tematica del tempo affrontata da due delle principali figure della letteratura europea del primo ‘900: Italo Svevo e James Joyce, spunto di riflessione: il X episodio dell’Ulisse ossia “Le Simplegadi”, e il cosiddetto quarto romanzo, incompiuto, di Svevo “Il Vecchione” o “Il Vegliardo”. Il contesto storico politico e culturale preso in esame è la fine dell’Ottocento e primi del Novecento. 3

Il tempo pittorico

Salvador Dalì, nel 1931, dipinge tre orologi che si liquefano in “La persistenza della memoria”.

In questo caso il pittore suggerisce una visione del tempo non bloccata al presente, ma che risale al passato e ricongiunge il tempo interiore a quello originario e primordiale della natura.

Questi orologi liquefatti rappresentano l’aspetto psicologico del tempo il cui trascorrere, calcolabile scientificamente in modo univoco, assume connotazioni e velocità diverse nella percezione umana.

L’orologio che si scioglie non può misurare il corso del nostro tempo perché esso è relativo. Il rapido o lento passare dei minuti, delle ore e dei giorni è determinato dallo “stato d’animo” col quale affrontiamo le situazioni che viviamo. Il tempo scorre lento, provocando sensazioni di noia, quando la realtà è malvagia o non cattura la nostra attenzione, passa invece fulmineo se siamo impegnati in attività così piacevoli da farci desiderare che non finiscano mai.

Cezanne (1870) lo rappresenta senza lancette, a significare l’essenza del tempo nella sua pittura. 4

Introduzione

Fino al tardo ’800, nessuno mette in discussione l’omogeneità del tempo: esso scorre uniformemente e linearmente tanto che può essere diviso in parti eguali. Tale oggettività e universalità appare comprovata dagli orologi meccanici e dall’introduzione dell’ora ufficiale, valida e coordinata per ogni nazione, percepita come esigenza sempre più pressante da una economia ormai mondiale, da una rete di trasporti ferroviari internazionali, da esigenze militari e di centralizzazione politica. Fu così che nel 1884, a Washington, 25 paesi adottarono come meridiano zero quello di Greenwich e divisero la terra in 24 fusi orari; lentamente tutto il mondo adotta tale sistema in cui il tempo pubblico è accettato come indicatore di durata e successione.

Tuttavia proprio l’introduzione dell’ora ufficiale mondiale scatena la teorizzazione di una molteplicità di tempi personali, che possono variare nell’individuo di momento in momento, oltre che da un individuo ad un altro e si pose in dubbio che il tempo pubblico fosse il tempo reale.

La contrapposizione tra tempo omogeneo e tempo eterogeneo si sviluppò tra romanzieri, filosofi, psicologi e sociologi che indagarono il modo in cui gli individui creano tanti tempi differenti quanti sono gli stili di vita, le concezioni di questa e le forme sociali.

Le nuove concezioni

All’inizio del ‘900 è molto stretto l’intreccio tra i profondi cambiamenti nella qualità della vita e la nascita di una nuova concezione scientifica di spazio, tempo, materia ed energia.

L’utilizzazione di massa non solo del telegrafo, ma anche del telefono e della radio permettono comunicazioni in tempo reale e contribuiscono a sviluppare il concetto di simultaneità, mentre la nozione stessa di velocità ed il rapporto spazio-tempo sono sconvolti dall’impiego di macchine 5

(automobili e aerei) che consentono spostamenti rapidi e aprono nuove prospettive nella visione delle cose; inoltre la seconda rivoluzione industriale, per il suo stretto rapporto con la scienza e la tecnica, rende sempre più artificiale il rapporto tra l’uomo e la natura, come dimostra chiaramente il nuovo scenario urbano: la folla tumultuante, l’illuminazione e i tram elettrici, moderne architetture di vetro e d’acciaio che divengono simbolo della modernità esaltante, ma anche alienante. L’uomo potenzia e trasforma le proprie capacità sensorie, mentre la realtà perde consistenza oggettiva, durata e immobilità.

In questo momento nella percezione del mondo contribuisce in modo rilevante anche quella che è stata definita una “seconda rivoluzione copernicana”, proprio per sottolinearne la radicalità e la conseguente revisione di tutto il pensiero scientifico: se con Copernico la Terra e quindi l’uomo hanno cessato di essere al centro del cosmo, determinando il crollo dell’antropocentrismo, con Darwin l’uomo si è scoperto geneticamente correlato alla sua origine animale e con Freud rinuncia persino al dominio della sua coscienza, mentre le nuove teorie fisiche pongono in crisi la concezione unitaria ed oggettiva dell’universo e la possibilità di quantificare e conoscere i fenomeni in modo sempre più approfondito e sicuro.

I principi fisici e le formule matematiche, con cui si pretendeva di spiegare il mondo, appaiono, agli inizi del ‘900, solo ipotesi da sottoporre a verifica e comunque mai definitive né assolute, ma valide solo all’interno di un sistema di riferimento: “verità”, “oggettività” sono categorie interpretative oramai distrutte dalle nuove teorie scientifiche.

Anche la matematica e la geometria sono profondamente trasformate ai primi del ‘900 dal matematico Poincarè (riprendendo l’elaborazione ottocentesca di “geometrie non euclidee”, cioè basate su postulati diversi da quelli elaborati da Euclide trecento anni prima di Cristo, Poincarè dimostra che anche la matematica, anzi tutta la scienza si fonda su principi che, lungi dall’essere eterni e incontrovertibili, sono il semplice frutto di dal filosofo francese Bergson e dalla psicanalisi di Freud.

Manifestazione dell’interiorità del soggetto in cui sono compresenti passato, presente, futuro.

Per Bergson la conoscenza è soprattutto un fatto oggettivo che si trasforma col tempo. Il tempo non è più nemmeno principio di dissoluzione, ma anzi è la forma in cui diveniamo consci del nostro essere spirituale, in opposizione alla morta materia: quella che siamo, la diventiamo non solo nel tempo, ma grazie al tempo; noi siamo il prodotto non solo di tutti i momenti della nostra vita, ma 6

degli aspetti nuovi che ogni momento acquista col passare del tempo. Anche Freud fa crollare l’idea della razionalità oggettiva come perno dell’agire umano; egli, postulando l’esistenza dell’inconscio, distrugge la certezza che ciascuno abbia un carattere definito stabile, e conoscibile: ogni individuo, viceversa, ha una natura multipla, spesso imprevedibile, contraddittoria e quindi non sa chi è ne può pianificare la sua azione nel mondo.

Il tempo nella narrazione letteraria

Il tempo soggettivo

“La Coscienza di Zeno” di Italo Svevo, è una confessione autobiografica che il protagonista, Zeno Cosini, scrive su invito del suo psicanalista, il dottor S.

Nonostante l’impostazione in prima persona, gli eventi non seguono una successione cronologica lineare, ma un tempo soggettivo in cui il passato si mescola con il presente. La struttura del racconto risulta spezzata in tanti momenti distinti in quanto il tempo della narrazione è quello interiore della coscienza, un tempo definito dallo stesso Svevo “misto”, poiché gli avvenimenti che in esso si svolgono sono sempre alterati dalla volontà del narratore. La narrazione, quindi, va continuamente avanti e indietro nella sfera temporale seguendo la memoria del protagonista che, rievocando il passato, lo modifica quando addirittura non lo crea ex-novo. Come il tempo è soggetto a continue mutazioni, così anche il protagonista, nella sua imperfezione di nevrotico, è disponibile alle trasformazioni, è pronto a scoprire sempre “l’originalità della vita”, a differenza delle persone “sane” che sono rigide ed immutabili. Ecco alcune esemplificazioni del trattamento del tempo effettuato da Svevo:

  • Il terzo capitolo copre da solo un periodo di circa 44 anni, ma 9 pagine su 19 sono dedicate ad una singola serata.
  • Nel quarto capitolo, i cui estremi abbracciano 18 anni, 19 pagine su 24 sono dedicate all’agonia del padre, che dura una quindicina di giorni.
  • Nel quinto capitolo, avvenimenti della durata di poco più di un anno si dilatano in ben 77 pagine, di cui 8 dedicate alla prima visita in casa Malfenti (una singola serata) e ben 53 pagine richiede la descrizione di cinque lunghi giorni che vanno dall’allontanamento dal salotto dei Malfenti alla richiesta di matrimonio. 7

Svevo è sempre cosciente del tempo che trascorre e cita maniacalmente il passare da una stagione all’altra, i mesi, addirittura conta i giorni, le ore, i minuti, tuttavia non offre mai al lettore un preciso calendario per i fatti del suo romanzo. Il calendario lo deduce il lettore, non senza difficoltà. Il continuo movimento della memoria prova la validità dell’assioma di Zeno enunciato nel capitolo del fumo (il terzo): per lui il tempo non è irreversibile, il passato ritorna, incombe sul presente: “

Per me il tempo non è quella cosa impensabile che non s’arresta mai. Da me, solo da me, ritorna”.

“Il Vecchione o Le confessioni del Vegliardo”

Prefazione

“La cosa avvenne quest’anno, nell’Aprile che ci apportava uno dopo l’altro dei giorni foschi, piovosi, con brevi

interruzioni sorprendenti di sprazzi di luce e anche di calore.

Rincasavo di sera in automobile con Augusta dopo una breve gita a Capodistria. Avevo gli occhi stanchi di sole ed ero

incline al riposo. Non al sonno ma all’inerzia. Mi trovavo lontano dalle cose che mi circondavano e che tuttavia

lasciavo arrivare a me perché nulla le sostituiva: Andavano via prive di senso. S’erano fatte anche molto sbiadite dopo il

tramonto, tanto più che oramai i verdi campi erano stati sostituiti dalle grigie case e le squallide vie, tanto conosciute

che arrivavano previste, e guardarle era poco meno che dormire.

In piazza Goldoni fummo fermati dal vigile e mi destai. Vidi allora avanzarsi verso di noi e, per evitare altri veicoli,

accostarsi al nostro fino a rasentarlo, una fanciulla giovanissima vestita di bianco con nastrini verdi al collo e strisce

verdi anche sulla leggera mantellina aperta, che in parte copriva il suo vestito pur esso di un bianco candido interrotto

come sulla mantellina da lievi tratti di quel verde luminoso. Tutta la figurina era una vigorosa affermazione della

stagione. La bella fanciulla! L’evidente pericolo in cui si trovava la faceva sorridere mentre i suoi grandi occhi neri

spalancati guardavano e misuravano. Il sorriso faceva trapelare il biancore dei denti in quella faccia tutta rosea. Alte

teneva le mani, al petto, nello sforzo di farsi più piccola e in una di esse c’erano i guanti morbidi. Io vidi esattamente

quelle mani, la loro bianchezza e la loro forma, le lunghe dita e la piccola palma che si risolveva nella rotondità del

polso.

E allora, io non so perché, sentii che sarebbe stato crudele che l’attimo fosse fuggito senza creare alcuna relazione fra

me e quella giovinetta. Troppo crudele. Ma bisognava fare presto e la fretta creò la confusione. Ricordai! C’era già tale

relazione fra me e lei. Io la conoscevo. La salutai piegandomi verso la lastra per esser visto, e accompagnai il mio saluto

di un sorriso che doveva significare la mia ammirazione per il suo coraggio e la sua giovinezza. Subito poi cessai il

sorriso ricordando che scoprivo il tanto oro che c’era nella mia bocca e restai a guardarla serio e intento. La giovinetta

ebbe il tempo di guardarmi con curiosità, e rispose al saluto con un cenno esitante che rese molto compunta la sua

faccina da cui era sparito il sorriso e che così cambiò di luce come se fra lei e i miei occhi si fosse frapposto un

prisma. Augusta aveva portato l’occhialino agli occhi subito quando aveva temuto di veder finire la giovinetta sotto ad

un’automobile. Salutò anche lei per associarsi a me, e domandò: – Chi è quella giovinetta? 8

Io proprio non ne ricordavo il nome. Ficcai gli occhi nel passato col vivo desiderio di ritrovarcela e passai presto di

anno in anno, lontano, lontano. La scoprii accanto ad un amico di mio padre. – La figlia del vecchio Dondi – mormorai

malsicuro. Ora che avevo fatto quel nome mi parve di ricordare meglio. Il ricordo della giovinetta portava con sé quello

di un giardino piccolo e verde attorno ad una piccola villa. E vi si accompagnò anche il ricordo di parole con le quali la

giovinetta aveva fatto ridere tutti i molti presenti: – Perché da un tetto non cade mai un gatto solo ma sempre due? –

Così essa allora aveva gettato in faccia a tutti la sua sfacciata innocenza come ora in piazza Goldoni.

Anteprima
Vedrai una selezione di 6 pagine su 23
Tempo: riflessioni Pag. 1 Tempo: riflessioni Pag. 2
Anteprima di 6 pagg. su 23.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Tempo: riflessioni Pag. 6
Anteprima di 6 pagg. su 23.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Tempo: riflessioni Pag. 11
Anteprima di 6 pagg. su 23.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Tempo: riflessioni Pag. 16
Anteprima di 6 pagg. su 23.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Tempo: riflessioni Pag. 21
1 su 23
Sintesi
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi