Estratto del documento

Partorire una stella danzante

Modalità e variazioni dell’ispirazione poetica

Amo la parola in tutte le sue forme, nelle sue più disparate dimostrazioni. Amo la parola e il suo strano potere, quello che sa imprigionare, avvolgendosi alle membra come una ragnatela, stregando al punto da non poter più compiere un gesto. Amo la parola ed il modo in cui essa attraversa la pelle, si infiltra nel sangue, paralizza i pensieri, compiendo un’effettiva magia; un incantesimo che può far esplodere, all’improvviso, in mezzo ai frutti gelati dell’inverno, l’estate e i suoi profumi; una fattura in grado di far sorgere il sole più luminoso anche in una notte già piena di lampi, di bagliori, di vaste deflagrazioni; una notte segnata dai bengala di esploratori dispersi, dalle fiaccole di anime smarrite in una selva oscura.

Le parole, allora, divengono le illuminazioni di chi ha passato una stagione all’inferno e la poesia si fa finalmente bella follia. Traduce le passioni eccitate di anime fragili e corrotte, tormentate da brucianti, estenuanti e corrosivi conflitti con il proprio genio, che, pulsante e caparbio, vuol liberarsi dalla tangibilità di ordinari limiti fisici. Il bisogno di sciogliere la razionalità, allora, sembra essere talmente improrogabile e precipuo da condurre queste anime, uomini e donne, nel territorio della vera e propria follia.

Un territorio in cui è possibile creare, partorire, o risplendere. Un territorio che odora di libertà e riscatto, di divina redenzione e morte. La morte è elogiata, desiderata, idolatrata. Ottenuta consapevolmente, esemplifica il coronamento di quell’annullamento cercato durante l’intera esistenza e ottenuto soltanto saltuariamente, grazie alle belle stanze di una poesia qualunque.

Poesia a cui è comunque impossibile rimanere indifferenti, perché potente e prepotente. Irresistibile e seducente, è l’indiscussa beneficiaria di un fascino a cui non si può (e non si deve) resistere: la si può solo amare. E di un amore siderale, incondizionato e forte; lo stesso che, in modo incontenibile e sano, mi ha spinta a scoprire la più remota fonte, la sorgente più nascosta di un verso.

Un verso che, figlio di un Dio, frutto del cielo, per i Greci, era stato partorito tra gli astri.

Sfiorato dagli artisti decadenti solo tramite l’ebbrezza panica e grazie ad un abbandono totale tra le braccia di Madre Natura, con Sylvia Plath, Anne Sexton e Virginia Woolf, il verso diventava la dimostrazione conclusiva di una razionalità ormai sfaldata, ma coscientemente folle; necessaria per dar vita a capolavori esaltati ed esaltanti. Gli stessi partoriti dall’estro di un’altra meravigliosa poetessa contemporanea: Alda Merini. Scrittrice sbattuta ai margini del destino; risorta, come un’araba fenice, da ceneri d’oro. L’unica davvero in grado di trovare i suoi versi, “intingendo il calamaio nel cielo”.

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“Il mistero della creazione artistica è il mistero stesso della nascita naturale. Può una donna, amando, desiderare di diventare madre; ma il desiderio da solo, per intenso che sia, non può bastare. Un bel giorno ella si troverà ad esser madre, senza un preciso avvertimento di quando sia stato. Così un artista, vivendo, accoglie in sé tanti germi della vita, e non può mai dire come e perché, a un certo momento, uno di questi germi vitali gli si inserisca nella fantasia, per divenire anch’esso una creatura viva in un piano di vita superiore alla volubile esistenza quotidiana”.

Scaturisce proprio da qui, proprio da questo passo tratto dalla prefazione di Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, una domanda di carattere fondamentale per il panorama artistico e letterario di tutti i tempi: come si verifica ed attraverso quali canali passa l’ispirazione poetica? A questo interrogativo sono state date innumerevoli risposte, diverse ovviamente per epoca e luogo; risposte comunque costantemente oscillanti all’interno di una tipica dicotomia: percezione, contro calcolo logico; intuizione, contro razionalità.

Il primo a fornirci una risposta completa ed una spiegazione esauriente in proposito è, come spesso accade, Dante.

Le stelle da cui veniamo, alle quali desideriamo costantemente ed incessantemente tornare (l’etimologia stessa della parola de - siderare ne è una prova chiara ed evidente. Il verbo assume infatti il senso di fissare attentamente le stelle [lat. sidera], fissare cupidamente lo sguardo ad una cosa che attrae), forniscono il “correlativo oggettivo” di quella tanto bramata ispirazione che, nel primo canto del Paradiso, il poeta chiede ad Apollo con un’emblematica terzina: “entra nel petto mio, e spira tue/ sì come quando Marsia traesti/ da la vagina delle membra sue”.

Terzina chiave che, proprio grazie alla scelta infinitamente moderna di capovolgere la metafora - non è dunque la pelle ad essere tolta a Marsia, ma il vero, intimo Marsia ad essere liberato dalla stretta costrittiva e razionale della sua stessa pelle - evoca una concezione della creatività almeno bipolare: con l’aiuto del dio della poesia e dell’ispirazione profetica, essendosi finalmente liberato dalle limitazioni fisiche e avendo quindi raggiunto l’apice dell’estro, Dante farà uso delle proprie potenzialità umane (memoria, fantasia, arte della parola), portate certamente al massimo livello, per riconsegnare agli uomini un prodotto che conservi, tramite quella stessa creatività e tecnica, l’impronta delle “regioni sovrannaturali” in cui è stato concepito.

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La poesia come dono divino

Per i Greci dell’età arcaica, la poesia è, per l’appunto, misterioso dono divino.

Alle origini del canto poetico, nel passaggio da mito a realtà storica, i Greci pongono figure mitiche di poeti straordinari: Orfeo, in grado di ammaliare, con il suo canto, la natura in tutte le sue forme; Museo, abile nel curare i malati con il balsamo della sua musica; ed Omero, nel quale peraltro, musica e poesia condividono lo statuto di misteriosi doni divini. Da questi presupposti, nasce (VII secolo a.C.) la prima scena di iniziazione poetica della letteratura occidentale e, nel proemio della Teogonia, le Muse “insegnano una volta a Esiodo un canto bello”.

Nello Ione platonico poi, Socrate ne costruisce il primo progetto esplicativo. Qui, egli sostiene che la poesia giunga a noi tramite l’ispirazione divina ed introduce il celebre paragone della calamita. Come una calamita, che ha la proprietà e la capacità di attrarre a sé il ferro, trasmettendo questa forza agli anelli dell’intera catena, allo stesso modo, la Musa ha il potere di rendere divini i poeti, i quali, a loro volta, “contagiano” chiunque si accosti alla loro poesia.

E in questo caso, si può parlare di vero e proprio “contagio”. “La musa stessa” infatti “rende ispirati”, indirizzando al poeta una sorta di morbo, una follia divina, un entusìasmòs che costituirà l’ispirazione. Insomma, secondo la concezione socratica, il dio “toglie la mente” all’artista, per servirsi di lui come strumento.

Si può dunque parlare di “furore divino”; quello che Platone definisce “possessione da parte delle Muse” e che dichiara indispensabile per la creazione della vera poesia. Una prima prova di questo rapporto fra poeti e Muse risale ovviamente alla tradizione epica: fu una Musa che tolse a Demodoco la vista corporea, conferendogli qualcosa di meglio, il dono del canto, perché innamorata di lui.

Per grazia delle Muse, diceva Esiodo, alcuni uomini sono poeti, come altri sono re, per grazia di Zeus. E il senso, fino ad un certo punto, è chiaro: come tutte le imprese che non dipendono unicamente dalla volontà umana, allo stesso modo, la creazione poetica contiene un elemento che non è stato scelto, ma concesso; e, per la religiosità arcaica greca, “concesso” significa “dato dagli dei”.

Nonostante non sia possibile comprendere la vera natura di questo elemento “concesso”, vedremo che si tratta di una “concessione” assolutamente contenutistica e mai formale. Il poeta domanda sempre alle Muse che cosa deve dire, ma non come deve dirlo, facendo sì che l’oggetto della sua richiesta sia un dato di fatto.

Modus operandi applicato anche, ad esempio, dal poeta dell’Iliade, il quale, invocando per sé l’aiuto delle Muse, chiede notizie a proposito di battaglie importanti. In un famoso passo, “giacché voi siete dee, presenti dovunque, e tutto sapete, mentre noi non udiamo che la fama e niente sappiamo”, egli domanda che gli sia comunicato per ispirazione il catalogo delle truppe.

Questa frase ha l’impronta della sincerità e chiunque la utilizzasse per la prima volta sapeva quanto fosse fallace la tradizione e se ne preoccupava, desiderando solo testimonianze di prima mano. Ma in un’epoca priva di documenti scritti, dove si potevano trovare testimonianze pure e incontaminate? I poeti risultavano essere i “luoghi giusti”, in cui cercare: “insidiati” dalla grazia divina, essi godevano di un sapere negato agli altri, garante di una verità superiore ed indiscussa.

Il dono delle Muse dunque, o meglio, uno dei loro doni, è la capacità di parlare secondo verità. Fu questo che le Muse dichiararono ad Esiodo, quando egli ascoltò la loro voce sull’Elicona, per quanto esse ammettessero che poteva anche capitar loro, talvolta, di raccontare bugie e falsità.

Non possiamo renderci conto a quali bugie intendessero riferirsi; forse volevano lasciar intendere che la vera ispirazione della leggenda eroica si risolveva nella pura invenzione. A ogni modo, Esiodo chiedeva loro una particolareggiata verità di fatti, che avrebbe dovuto dargli la possibilità di ricomporre le tradizioni sulle varie divinità, completando la narrazione con tutti i nomi e le parentele necessarie.

Esiodo aveva infatti, una grande passione per i nomi e, quando ne pensava uno nuovo, non lo considerava inventato da lui, ma lo sentiva come una cosa donatagli dalla Musa, sperando che fosse “vero”. In realtà, Esiodo interpretava un’impressione condivisa da molti scrittori posteriori, ossia l’idea che il pensiero creativo non fosse opera dell’Io.

Anche Pindaro domandava alla sua Musa la verità, un oracolo. Egli si serve dei termini “tecnici” di Delfi, che richiamano implicitamente l’antica analogia tra divinazione e poesia.

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Platone, Ione, Torino, Paravia, 1980, p. 14. Del resto, il concetto era già stato espresso in un passo dell’Apologia, in cui Socrate sosteneva che la composizione poetica avvenisse non per razionale conoscenza, ma per ispirazione propriamente divina, affiancando i poeti ai profeti e ai vati.

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Sintesi

Materie e autori

  • Letteratura greca - Poeti dell'età arcaica
  • Letteratura italiana - Dante Alighieri; Decadentismo; Gabriele D'Annunzio; Alda Merini
  • Letteratura inglese - Sylvia Plath; Anne Sexton; Virginia Woolf
  • Filosofia - Karl Jaspers
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