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Il secondo dopoguerra

Tra USA e URSS

Appunti per una cronologia ragionata

Il Secondo Dopoguerra (1945-1989) è caratterizzato dalla formazione e dalla durata del sistema politico scaturito dalla II Guerra Mondiale. In esso, l’Europa perde la sua antica centralità, e l’egemonia viene esercitata dagli USA e dall’URSS.

Attorno agli USA si radunarono le nazioni democratiche d’Europa, America e Oceania (Primo Mondo); gli Stati socialisti europei, asiatici e africani si strinsero attorno all’URSS (Secondo Mondo); i Paesi ex-coloniali, che ottennero l’indipendenza tra gli anni ’50 e ’60 in Africa e Asia, tentarono un velleitario terzo schieramento, dei non allineati, costituendo un Terzo Mondo che si differenziò più per le drammatiche condizioni di sottosviluppo che per una reale autonomia politica. USA e URSS si combatterono nella guerra fredda, ossia in una competizione totale o in conflitti indiretti, non potendo confrontarsi direttamente a causa della pericolosità dei loro armamenti termonucleari.

Nonostante la tensione tra Washington e Mosca sia durata per tutto il dopoguerra, esso è divisibile in fasi, in cui più o meno il contrasto si accentuò. Abbiamo:

  • La guerra fredda vera e propria (1945-1953).
  • La coesistenza pacifica (1953-1963), che pure ebbe gravi momenti di tensione.
  • La distensione (1963-1979), che pure coincide con le fasi più drammatiche della Guerra del Vietnam.
  • La cosiddetta seconda guerra fredda (1979-1985).
  • La nuova distensione (1985-1989).
  • La crisi e la dissoluzione del sistema sovietico (1989-1991), che segna il trapasso dal Dopoguerra all’Età presente.

La guerra fredda vera e propria

Nella prima fase, la guerra fredda vera e propria (1945-1953) protagonisti principali sono H. Truman e Stalin, e gli eventi salienti l’enunciazione della “Dottrina Truman”, il varo del “Piano Marshall” (1947-1948), il cosiddetto “Colpo di Praga” (1948), la Rivoluzione Cinese (1949), e la Guerra di Corea (1950-1953).

Il presidente americano Henry Truman (1945-1953) dovette rendersi conto dell’errore di Roosevelt, che aveva concesso troppo ai sovietici. Essi andavano imponendo con la forza il loro regime nei vari paesi dell’Est, processando e condannando gli oppositori politici interni ed esterni al partito in spettacolari processi pubblici.

L’apice si toccò nel 1948, quando gli stalinisti compirono il colpo di stato in Cecoslovacchia (Colpo di Praga). Già l’anno precedente Truman aveva enunciato la sua dottrina in politica estera, per cui bisognava assolutamente evitare che il bolscevismo russo si espandesse ulteriormente (Dottrina Truman), e aveva varato il Piano Marshall per legare a sé le sorti economico-sociali del mondo libero.

Una falla sembrò aprirsi nel sistema comunista con lo strappo tra Stalin e la Iugoslavia di Tito (1948), che, pur essendo comunista, non voleva piegarsi alle direttive economiche di Stalin. Belgrado si avvicinò moderatamente all’Occidente.

Ma già l’anno dopo il comunismo otteneva una nuova, importantissima affermazione: Mao Tse-Tung prendeva il potere in Cina, dopo una lunga guerriglia contro il regime nazionalista di Ciang Kai-Shek. Nasceva così la Repubblica Popolare Cinese (1949).

Quando perciò i comunisti passarono all’offensiva anche in Corea, Truman s’impegnò nella guerra aperta. La Corea era stata occupata a nord dai sovietici, che avevano imposto il regime terribile di Kim Il-Sung (1912-1994), e a sud dagli USA, che avevano insediato il regime conservatore di Syngman Rhee (1875-1965).

Il confine correva lungo il 38° parallelo. Nel 1950 Kim Il-Sung, sostenuto da Mao, sferrò l’attacco contro il Sud, e subito gli USA, con mandato ONU, intervennero per respingerlo. L’URSS, temporaneamente ritiratasi dalle Nazioni Unite, stette a guardare.

Se gli USA avessero condotto a fondo l’attacco, avrebbero dovuto attaccare anche la Cina con le armi nucleari, in quanto le basi dei “volontari” cinesi che combattevano in Corea si trovavano in Manciuria. Ma questo avrebbe portato all’olocausto atomico e alla guerra mondiale.

Truman si accontentò di mantenere la divisione al 38° parallelo, con un armistizio che dura ancor oggi. La morte di Stalin (1953) aprì lo spiraglio della distensione politica.

La coesistenza pacifica

Nella fase della coesistenza pacifica (1953-1963), protagonisti principali sono J. F. Kennedy e N. Kruscev, e gli eventi più importanti la Rivoluzione Ungherese (1956), la Crisi di Berlino (1958-1961) e la Crisi di Cuba (1962).

Il motore degli eventi fu in URSS. La morte di Stalin aprì una fase di direzione politica collegiale. Tra essi scoppiò una lotta sorda ma sommersa per il potere, in cui il potentissimo e crudele ministro degli Interni Lavrentij Berija fu ucciso (1953), e da cui emerse l’astro di Nikita Kruscev (1953), già stalinista di ferro, ma ora convinto della necessità di una coesistenza pacifica tra i due blocchi, per evitare la distruzione del mondo.

Egli enunciò questa convinzione nel 1956 al XX Congresso del PCUS (partito comunista dell’URSS), in cui peraltro denunciò gli eccessi del culto della personalità di Stalin e le sue violenze contro i comunisti stessi.

Questo avviò una parziale liberalizzazione del sistema sovietico, ma non modificò la natura illiberale del regime comunista, pretendendo di scaricarne le colpe sulla sola personalità deviata di Stalin.

Infatti, quando in Ungheria, nello stesso anno, il primo ministro Imre Nagy tentò di introdurre riforme democratiche Kruscev inviò le truppe del Patto di Varsavia a restaurare il comunismo, nonostante la popolazione magiara sostenesse Nagy, che fu giustiziato.

Questo intervento suscitò aspre reazioni nel mondo libero. E nonostante questi limiti, le modeste aperture di Kruscev suscitarono l’indignazione di Mao. Questi, dopo aver tentato una modesta forma di rinnovamento politico che però si era ritorto contro il PC era ritornato al sistema stalinista, entrando in polemica con Mosca (1957).

Tuttavia, il presidente americano Dwight D. Eisenhower (1953-1961), repubblicano, cercò di assecondare il riformismo krusceviano, e il movimento di riavvicinamento politico tra USA e URSS raggiunse l’apice con la presidenza Kennedy (1961-1963).

La collaborazione tra lui e Kruscev, coincisa con il pontificato di Giovanni XXIII (1958-1963) segnò le speranze di rinnovamento e pace di un’intera generazione, poi crudelmente frustrate.

John Fitzgerald Kennedy, democratico, si presentò alle elezioni col programma di una “nuova frontiera”, da raggiungersi mediante la piena integrazione delle minoranze etnico-culturali, in particolare dei neri, il cui movimento di emancipazione, iniziato sotto Eisenhower, sarebbe stato guidato da Martin Luther King (1929-1968).

Kennedy mirava a riassorbire la disoccupazione, e a rendere più attento lo Stato ai problemi sociali. In politica estera, mirava a sostenere i paesi del Terzo Mondo, in particolare latinoamericani, specie per sottrarli all’influenza sovietica, e a raggiungere una pacifica convivenza con l’URSS.

Questo non significa però che fosse arrendevole con l’espansionismo rosso, ma solo che intendeva adattarsi con duttilità alle varie situazioni politiche in cui si fosse trovato (dottrina della “risposta flessibile”).

Infatti fu solidale con la Germania Occidentale quando Kruscev fece alzare il Muro di Berlino (1961) che divideva in due la città, per evitare la fuga verso i quartieri della parte Ovest.

La tensione si stemperò quando gli USA assicurarono l’URSS che non avrebbero acconsentito all’armamento atomico della Repubblica Federale Tedesca, progettato da Eisenhower.

Nel 1962 inoltre Kennedy reagì con decisione al progetto di Kruscev di installare a Cuba, di fronte alla Florida, dei missili nucleari. A Cuba infatti nel 1959 Fidel Castro aveva guidato un’insurrezione contro il governo militare e aveva instaurato il comunismo.

Kennedy, che aveva inutilmente tentato di rovesciare l’unico regime bolscevico americano già nell’anno precedente (Sbarco della Baia dei Porci), minacciò la guerra se i russi non avessero smobilitato. Questa volta fu Kruscev a cedere.

Oramai sia USA che URSS erano convinti della necessità della convivenza, ma i grandi fautori della distensione uscirono di scena improvvisamente. Kennedy fu assassinato a Dallas nel 1963.

Kruscev, incapace di far progredire economicamente l’URSS in una pacifica competizione con gli USA fu destituito nel 1964, e sostituito da Leonid Brežnev (1964-1982). Ma la politica della distensione, nonostante tutto, continuò.

La distensione

Nella Terza Fase del Dopoguerra (quella della Distensione, 1963-1979), protagonisti furono Brežnev, Johnson, Nixon e Carter. Eventi principali furono la Guerra del Vietnam (1964-1975), l’invasione sovietica della Cecoslovacchia (1968) e dell’Afghanistan (1979-1989).

Se il presidente americano Johnson (1963-1968), già vice di Kennedy, proseguì la politica di Kennedy ma con minor carisma, Leonid Brežnev attutì la portata delle riforme vagheggiate da Kruscev e fu artefice di un ricongelamento politico internazionale che intirizzì tutto l’Est europeo.

Terreno di frizione fu stavolta il Vietnam. I tentativi di riunificazione pacifica delle due parti del Vietnam fallirono per l’aggressività del Vietnam del Nord e la diffidenza USA, e nel 1955 iniziò una guerriglia comunista nel Sud del paese, combattuta dai cosiddetti vietcong.

Gli USA sostennero il Vietnam del Sud e nel 1964 attaccarono il Nord per snidare i guerriglieri dalle loro basi, sostenuti dalla Cina e dall’URSS.

Fino al 1973 gli Americani si estenuarono in un lungo conflitto, in cui le loro risorse militari erano depauperate dalla guerriglia, a cui non erano preparate, in cui non poterono impegnarsi a fondo per tener circoscritto il conflitto, e in cui commisero obiettive atrocità, che la stampa occidentale diffuse molto di più di quelle, più nascoste, dei vietcong.

Duramente contestato per tutto questo, alla fine il presidente repubblicano Richard Nixon (1969-1974) fu costretto a ritirarsi dal Vietnam, che cadde tutto sotto il dominio comunista (1975), sotto il quale ancora si trova.

Nel frattempo, Brežnev, nel 1968, aveva invaso la Cecoslovacchia, dove il leader riformista Alexander Dubcek aveva avviato un corso riformatore.

Timoroso di perdere via via il controllo degli Stati comunisti in seguito al diffondersi del dissenso, Brežnev aveva elaborato la dottrina della “sovranità limitata”, per cui le scelte di un paese socialista erano libere fino a quando non danneggiassero gli interessi di tutto il blocco sovietico.

Inoltre, nel 1979 l’URSS invase l’Afghanistan per sostenere i comunisti al potere di Najibhullah.

Nonostante tutto USA e URSS trovarono il modo di concludere accordi sul rispetto dei diritti umani (Helsinki, 1975; assai poco rispettati dai russi) e per la riduzione degli armamenti (Salt I e II, 1972 e 1979).

Fu merito del presidente Jimmy Carter (1977-1981), democratico, il raggiungimento di questi accordi, ma egli dovette rassegnarsi alla Rivoluzione islamica in Iran, dove l’ajatollah (capo religioso) Ruhollah Khomeini depose lo scià Rehza Palevi, filostatunitense, e instaurò una repubblica teocratica, che nazionalizzò il petrolio, e umiliò gli USA facendo prigionieri i funzionari d’ambasciata americani a Teheran, senza che la CIA riuscisse a liberarli con la forza (1979).

Carter ci rimise il posto. Gli subentrò il repubblicano Ronald Reagan (1981-1989).

La nuova guerra fredda

Nella Quarta Fase (Nuova Guerra Fredda, 1979-1985), protagonista è Reagan, che riprende l’offensiva antisovietica.

Il presidente sostenne che solo un’accentuata competizione con l’URSS – chiamata significativamente “Impero del Male nel mondo” – poteva portare al tracollo il sistema sovietico, come in effetti avvenne.

Fautore di un corso liberista in economia (la Reaganomics), Reagan rilanciò la corsa agli armamenti, specie quelli di difesa spaziale (lo Scudo stellare), per cui i Russi erano impreparati, e s’impegnò contro l’espansionismo sovietico in America Latina.

I successori di Brežnev (Yurij Andropov, 1982-1984, e Konstantin Cernenko, 1984-1985) non furono all’altezza della situazione.

Inoltre la guerra in Afghanistan mangiava uomini e risorse ai russi, senza riuscire ad imporre il comunismo ai ribelli nazionalisti e islamici, i mujaeddin – tra cui militavano i futuri talebani.

C’era bisogno di un corso politico radicalmente nuovo, e di una personalità spiccata. Fu trovata in Mikhail Gorbacev.

La nuova distensione e la dissoluzione del sistema sovietico

Protagonista assoluto dell’ultima fase (1985-1989/1991), Gorbacev concepì la sua riforma in termini di trasparenza (glasnost) e rinnovamento (perestrojka).

Egli sperava di riformare, salvandolo, il sistema sovietico, reso sclerotico dal dirigismo economico, dalla militarizzazione estrema e dalla burocrazia corrotta.

Ma la crisi del modello bolscevico, che covava ormai da trent’anni, era irreversibile. Gorbacev dovette rassegnarsi prima a perdere gli Stati satelliti, per ottenere gli aiuti dell’Occidente, e poi a veder implodere anche l’URSS.

Tuttavia, il fatto che non seppe prevedere l’inutilità della sua riforma non lo sminuisce storicamente.

In realtà, il sistema sovietico era inadatto a sostenere le sfide dell’Occidente perché privilegiava ancora l’industria pesante rispetto a quella dei beni di consumo, non comprendeva la portata rinnovatrice in economia della cibernetica e della robotica, non capiva che il totalitarismo non poteva sopravvivere in un mondo globalizzato, in cui tutti possono e vogliono confrontarsi tramite i media, non era riuscito a soffocare le identità nazionali e culturali.

Non a caso l’elezione del papa polacco Giovanni Paolo II (1978) aveva avviato ampi movimenti popolari anticomunisti in Polonia, e rafforzato il sindacato libero di Solidarnosc, guidato da Lech Walesa, impensierendo non poco Brežnev.

I viaggi del papa nella sua patria avevano attirato l’attenzione del mondo sulle sofferenze dei polacchi e degli slavi in genere sotto il comunismo.

L’autorità morale del papa servì ovunque, nel mondo, a rivendicare più libertà e a deprecare il materialismo marxista, persecutore di ogni religione.

Segno che l’ateismo militante non aveva sradicato il senso religioso dalle coscienze.

Gorbacev, dopo aver consolidato il suo potere interno, avviò le riforme. Avendo bisogno di sbloccare risorse economiche per usi civili, avviò il disarmo bilaterale (accordi di Ginevra, 1985, Reykjavik, 1986; trattati Inf, 1987, Start I, 1991), e si disimpegnò dall’Afghanistan (1989), dove alla fine prevalsero i talebani del mullah Omar.

Tuttavia, il tentativo di esportare la perestrojka nei Paesi satelliti fallì. La Russia infatti aveva tratto dal comunismo l’indubbio vantaggio di essere la nazione guida, mentre gli altri stati erano divenuti solo vassalli.

Inoltre, nessuno di loro aveva scelto liberamente il comunismo. Perciò, non appena poterono, le opposizioni, mute da quarant’anni, rovesciarono i bolscevichi, sostenuti da imponenti manifestazioni di piazza.

Il disimpegno delle truppe sovietiche facilitò il tutto, e non si versò una goccia di sangue. La Russia non si oppose per non perdere gli aiuti economici occidentali.

Tra l’89 e il ’91 Polonia, Ungheria, RDT, Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria, Iugoslavia e Albania si liberarono.

Spesso i comunisti si riciclarono sotto forma di socialisti, e mantennero temporaneamente il potere.

L’evento simbolo fu l’abbattimento del Muro di Berlino, in diretta TV, da parte dei berlinesi, in una grande manifestazione pacifica, nella notte tra l’8 e il 9 novembre 1989, l’anno in cui caddero più regimi comunisti.

Solo in Romania la liberazione comportò la fucilazione di Nicolae Ceausescu, dittatore locale, rovesciato da una congiura di riformisti e da un moto di piazza.

Gorbacev tentò di salvare almeno l’URSS, contando sulla benevolenza del presidente George Bush senior (1989-1993), impegnato a costruire un Nuovo Ordine Mondiale e a cacciare l’Iraq dal Kuwait (1990, Seconda Guerra del Golfo).

Ma un colpo di stato vetero-comunista escluse Gorbacev dal potere (1991), facendo insorgere i moscoviti in sua difesa, guidati dal presidente russo Boris Eltsin.

Liberato, Gorbacev vide abolire il PCUS da Eltsin, e molte nazioni lasciare l’URSS.

Riconoscendo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, si dimise il 25 dicembre del 1991.

Eltsin divenne presidente, e creò la CSI (Comunità di Stati Indipendenti), che riunì 10 delle 15 repubbliche sovietiche in una blanda unione internazionale.

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