Luca Gambirasio
“Dato che non penseremo mai nello stesso modo e vedremo la
verità per frammenti e da diversi angoli di visuale, la regola
della nostra condotta è la tolleranza reciproca. La coscienza
non è la stessa per tutti, essa rappresenta una buona guida
per il comportamento individuale; imporla a chiunque sarebbe
un'insopportabile interferenza nella libertà di coscienza di
ognuno”. Mahatma Gandhi 2008/2009
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Indice
Pag
- 1 - Introduzione 3
- 2 - Arthur Schopenhauer e la sapienza indiana 4
- 3 - Joseph Rudyard Kipling e Edward Morgan Forster
- Confronto d’immagini 7
- 4 - Mahatma Gandhi e l’indipendenza dell’India 10
- 5 - Moravia e Pasolini
- Condizione umana e sociale dell’India 13
- 6 - Conclusione 1 6
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Introduzione
“India. Terra di mistero, di avventura e di pericolo. La terra dei
santuari e del misticismo. La terra dalle centinaia di popoli, la terra
della povertà, la terra dove scorre il Gange placido e venerato. La
terra dove l'amore sa mostrarsi sotto innumerevoli forme. La terra
rifugio della maestosa e nobile tigre e del mortale serpente […]”
Emilio Salgari
Con queste parole Salgari era solito definire l’India, la terra a quel tempo
ancora molto misteriosa, in cui sono ambientati numerosi suoi romanzi.
Fu proprio questa terra, nel corso dei secoli, ad attirare numerosi scrittori e
pensatori di ogni genere, nonché ad ospitare avvenimenti di carattere politico
grazie ad altri personaggi altrettanto straordinari. Ognuno di questi personaggi,
nel corso della sua “avventura” in India, provò a descrivere una sua immagine,
non del tutto personale, ma in stretta relazione con la situazione socio-politica
con cui veniva in contatto, in modo da poter far conoscere le meraviglie di
questa terra all’uomo occidentale. 3
Arthur Schopenhauer e la sapienza indiana
Un’immagine decisamente rilevante dell’India, e forse
dell’Oriente più in generale, la possiamo avere tramite
lo studio fatto da un importante filosofo europeo
vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo: Arthur
Schopenhauer.
Figlio di un ricco mercante, fin da giovanissimo gli fu
permesso di accompagnare il padre nei suoi viaggi
d’affari, e così venne in contatto con alcuni degli
ambienti più stimolanti d’Europa, sul piano umano e culturale. Queste
esperienze eccezionali, però, non lo indirizzarono, come era prevedibile, a
seguire il lavoro del padre, ma servirono solo ad aggravare la sua tendenza a
chiudersi in se stesso ed a nutrire una visione pessimistica della vita molto
simile a quella di Leopardi. A differenza di quest’ultimo, che nonostante tutto,
nutriva una certa simpatia degli altri uomini, accomunati dalla stessa cattiva
sorte, Schopenhauer nutriva un totale rifiuto della vita.
Ed è proprio grazie a questo senso di distacco dalla società che egli comincia
ad avvicinarsi alla filosofia, spinto dal bisogno di far chiarezza sul suo senso di
“insoddisfazione esistenziale”. Intraprese lo studio dei testi platonici, che in un
certo modo rispondevano alle esigenze del suo animo, in particolare nel
desiderio di evadere dal mondo dei sensi, elevandosi in quello delle idee; ma si
avvicinò anche a Kant, attirato da una lucida critica al realismo, e in particolare
dall’affermazione che la mente dell’uomo avverte la necessità di raggiungere la
“cosa in sé”, o Noumeno, vale a dire l’essenza profonda delle cose.
Oltre che a questi filosofi egli nutrì un grande interesse verso le filosofie
orientali, attratto dalla consapevolezza che esse avevano del carattere effimero
e fragile dell’esistenza degli individui, e così si dedicò allo studio delle
Upanishad, antichi testi induisti, da cui rimase fortemente impressionato, tanto
che era solito rivolgere un invito a chi si voleva avvicinare alle sue opere,
ritenendo che la sua filosofia fosse comprensibile soltanto tramite riferimenti
alla spiritualità orientale:
“Legga, ora, anche i meravigliosi scritti della sapienza indiana, che le
raccomando caldamente, e così lei avrà conosciuto tutto quello che il
lettore dovrebbe sapere per capire appieno le mie opere”
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Colloquio con C. G. Beck,
(A. Schopenhauer, marzo 1857)
Le Upanishad sono scritture sacre nelle quali vengono insegnate sia la
meditazione che la filosofia e fanno parte delle scritture post-vediche.
Contengono diversi argomenti spirituali, e, dei 123 libri, solo 12 sono accettati
come più importanti.
Schopenhauer definì la lettura delle Upanishad
“conforto della mia vita” e “consolazione della mia morte”
Successivamente incominciò a mettere in discussione l’allora diffusa tesi del
“miracolo” greco, ovvero la convinzione che la Grecia fosse la culla del
pensiero umano, tanto che addirittura derise i messaggeri della cultura
occidentale, recatisi in Oriente con l’intento di insegnare e convertire, ma
surclassati dalla superiorità della spiritualità orientale, di cui scrive:
Voi andaste colà come maestri
E ne ritornaste come discepoli
Dell’ascoso senso
Là caddero per voi i veli”
(Sull’etica, Parerga e paralipomena,
in VIII, 115)
Il filosofo, infatti, andava scoprendo che l’Oriente sapeva pensare e sollevare le
stesse problematiche tipiche dell’uomo dell’Occidente, rispondendo a esse con
soluzioni altrettanto ingegnose, ma tuttavia derivanti da un’altra concezione
filosofica della vita.
Da questa diversa concezione filosofica Schopenhauer trasse un concetto che
diventò uno dei pilastri fondamentali della sua rielaborazione della relazione tra
fenomeno (ciò che una cosa appare) e noumeno (ciò che realmente una cosa è)
propria di Kant; ma, mentre quest’ultimo asserì che il fenomeno è l’unica realtà
raggiungibile dalla mente umana, sottolineando quindi l’irraggiungibilità
dell’“essenza vera delle cose”; secondo Schopenhauer il fenomeno è illusione,
sogno e parvenza, ed è separato dal Noumeno da quello che nella filosofia
indiana è chiamato “Velo di Maya” ossia l’illusione che racchiude la realtà delle
cose nella loro essenza autentica, di cui scrive nel suo libro “Il mondo come
volontà e rappresentazione”:
“È Maya, il velo ingannatore, che avvolge gli
occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del
quale non può dirsi né che esista, né che non
esista; perché ella rassomiglia al sogno,
rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il
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pellegrino da lontano scambia per acqua; o che rassomiglia alla corda
gettata a terra che egli prende per un serpente.”