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L’infinito
Sempre caro mi fu quest’ermo colle
e questa siepe che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni e la presente
e viva, e il suon di lei: Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Nel Canto Notturno, il silenzio della luna di fronte alle incalzanti domande del
pastore errante , portavoce di Leopardi stesso o il suo alter ego filosofico, può essere
paragonato al silenzio di Buddha, quando, verso la fine della vita, i suoi discepoli lo
interrogarono sull’al di là. Anche l’arduo, faticoso e penoso cammino del “vecchierel
bianco e infermo” e, alla fine, il suo precipitare “nell’abisso orrido, immenso”, dove
tutto viene obliato, è un esemplificazione del concetto buddista dell’esistenza come
un’interminabile successione di tormenti e il motivo della pietà di Buddha che vede
l’umanità annegare nel grande mare della nascita, della morte e della rinascita, o di
ciò che Leopardi stesso chiama “il mar dell’essere”. 4
FILOSOFIA: Arthur Schopenhauer e la lungimirante apertura nei confronti del
mondo, della cultura e della religiosità orientale
Fra i molti elementi controcorrente che resero celebre Schopenhauer
presso una ristretta cerchia di contemporanei e contribuirono nel
Novecento a trasformarlo in oggetto di culto per una ben più folta schiera
di appassionati vi è senz'altro la lungimirante apertura nei confronti del
mondo, della cultura e della religiosità dell'Oriente, in particolare dell'India.
Alcuni, da Nietzsche a Hesse, videro in ciò il segno di una inarrivabile libertà
intellettuale: per Schopenhauer non la Grecia, non Roma, non il Cristianesimo
rappresentano la culla e l'età dell'oro dell'umanità - e, quindi, dell'Europa - bensì
l'India, il Brahmanesimo e il Buddhismo(Della religione, in Parerga e paralipomena,
XV, 174). E’ stato tra i primi, nell'Europa moderna, a mettere radicalmente in
discussione la tesi del "miracolo greco". Basti pensare che, secondo Schopenhauer,
Pitagora risulterebbe essere un allievo dei saggi indù.
«Secondo Apuleio, Pitagora sarebbe addirittura
giunto sino in India, e sarebbe stato ammaestrato
dagli stessi brahmani. Di conseguenza, io credo
che la filosofia e la conoscenza di Pitagora, certo
altamente apprezzabili, non sono consistite tanto
in ciò che egli ha pensato, quanto in ciò che egli
ha imparato.»
(Frammenti sulla storia della filosofia, 2, in
Parerga e paralipomena).
Certo egli non fu il solo a pensarlo, giacché una sorta di indomania caratterizzò
l'intera cultura romantica. Schopenhauer fu però il primo e unico filosofo a inserire
organicamente l'India in un poderoso sistema di pensiero, facendone il cardine della
sua metafisica e della sua etica: "Buddha, Eckhart e io insegniamo nella sostanza la
stessa cosa" annotò due anni prima della morte, consapevole di imprimere così il
proprio sigillo di verità a un'opera destinata a permanere. Come egli stesso sosteneva,
la sua filosofia era comprensibile soltanto tramite indispensabili riferimenti alla
spiritualità orientale. 5
«Legga, ora, anche i meravigliosi scritti della
sapienza indiana, che le raccomando caldamente,
e così lei avrà conosciuto tutto quello che il lettore
dovrebbe sapere per capire appieno le mie opere
[...] le raccomando soprattutto, per uno studio più
approfondito, le Upanishad, che può trovare,
tradotte in latino da Anquetil-Duperron, nella
biblioteca civica»
(A. Schopenhauer, Colloquio con C. G. Beck,
marzo 1857)
Gioverebbe una conoscenza approfondita del corpus speculativo a cui rimanda il
filosofo ma in questa sede ci limitiamo a dare brevi cenni sul pensiero indiano a cui
Schopenhauer ha fatto riferimento. La prima considerazione possibile è che in
’Oriente religione, filosofia e modi di vivere si compenetrano e interagiscono in
modo organico. Va distinto il Brahmanesimo –ovvero la religione o l’ insieme di
correnti religiose o sette indiane che seguono gli insegnamenti dei brahmani, della
antichissima (precedente al I millennio a.C.) tradizione dei Veda ed della successiva
letteratura braminica ortodossa degli Upanishàd e Bràhmana.( scritture sacre nelle
quali vengono insegnate sia la meditazione che la filosofia)- dalle altre religioni
eterodosse rispetto a questa tradizione prevalente: il buddhismo e il giainismo. La
principale opposizione di natura politica tra queste due correnti ed il brahmanesimo
vedico fu il rifiuto delle caste e del ruolo dominante spettante ai bramini. Il
Buddhismo, che fra le due maggiormente determinò il pensiero di Schopenhauer, ha
un forte debito verso il brahmanesimo ,e in un certo senso ne costituisce una
continuazione, conservandone importanti tratti, tra cui il pessimismo espresso nelle
Upanishad: il mondo è dolore, perché perituro e instabile, così la pace si può trovare
soltanto là dove tutto è, ed è eterno. Altro concetto portante è quello della samsara, la
trasmigrazione delle anime, cioè quella terribile legge secondo cui ogni anima viene
travolta nel cerchio delle vite e rinasce a eterne sofferenze in qualche forma
individuale come alternativa punitiva per l’uomo che muore senza essere riuscito a
raggiungere il nirvana. Sul concetto di Nirvana il Buddhismo si distacca dal
Brahmanesimo. Per questo ultimo è il completo annientamento col dissolversi
dell’anima stessa (Atman) nell’anima dell’universo, l’Assoluto, forza eterna e
infinita, dio impersonale(Brahma), che hanno identica natura. Il Buddhismo non fa
più conto del Brahma(non propriamente negato, ma trattato come concetto
razionalmente irrangiungibile), né si occupa della materia, perciò il nirvana non è da
intendersi né come assorbimento dell’anima individuale nel seno di un Dio universale
né come dissoluzione dell’anima in seno agli elementi fisici. E’ estinzione del fuoco
della concupiscenza, di ogni volontà di vivere, cosa che permette la soppressione del
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dolore. Buddha si astenne sulla natura precisa del nirvana generando in tal modo il
dubbio se esso sia da intendersi negativamente (annientamento e vuoto) o come uno
stato di coscienza cosmica. Certo è che Egli pone al centro della propria meditazione
il concetto del dolore, accogliendo il pessimismo fondamentale delle Upanishad. La
vita è dolore e l’origine del dolore è la sete di vivere, sostenuta dal piacere e dalla
cupidigia. C’è poi la dottrina di maya, o illusione, l’apparenza irreale della natura: la
coscienza che la natura è illusoria, e che questa accezione è propria del mondo
fenomenico.
La Volontà, epicentro del sistema filosofico di Schopenhauer, è la cosa in sé, il
noumeno ragion d’essere e fondamento del mondo fenomenico, è la realtà al di là
dell’illusione dei fenomeni. Tra i caratteri che la denotano ecco che appare quello di
“infinito”, così caro alla cultura orientale. Facile è allora l’identità tra Wille (volontà)
e Brahma(che abbiamo definito l’anima del mondo, la forza eterna e infinita). Un
appunto del 1833 così recita: “Ho denominato la cosa in sé, l’intima essenza del
mondo, in base a ciò che di essa ci è noto nel modo più certo, la volontà… E’ dunque
infinitamente meglio che se l’avessi chiamata per esempio Brahman, o Brahma, o
anima del mondo, o altro”. Di poco precedente è un altro appunto in cui
Schopenhauer identifica Brahman e Wille intendendoli entrambi come istinto
procreativo primordiale, ipotesi che egli vorrebbe suffragata da una discendenza
etimologica dell’italiano “bramare” da Brahma, sicché l’essere originario(Brahma
appunto), l’origine e nucleo del mondo, altro non sarebbe che “il desiderio ardente, la
volontà veemente”. Altra possibile identità si stabilisce sempre tra Wille con il tian
dei Cinesi, sommo principio di tutte le cose. Il collegamento fu esplicito da parte
dello stesso Schopenhauer che commentò l’idea attribuita al dotto cinese Zhufuzi
secondo cui “lo spirito del cielo(tian) è deducibile da quella che è la volontà nella
razza umana”.
Altro concetto mutuato è quello di mondo fenomenico inteso come ingannevole “velo
di maya”, che copre le cose e che occorre lacerare per cogliere la realtà dietro le
apparenze. Così la vita è sogno, come aveva affermato l’antica filosofia indiana, ed è
impossibile distinguere il sogno dalla veglia se non per il fatto che la veglia presenta
una maggiore e coerente continuità rispetto al sogno.
La chiave di volta dell’etica di Schopenhauer si basa sul “tat tvam asi” delle
Upanishad (“quello sei tu”), secondo cui ciascuno riconosce se stesso in ogni
creatura, amica o nemica, umana o animale, ed è quindi indotto a tollerarla, amarla,
soccorrerla, provarne pietà e compassione, immedesimandosi nelle sue sofferenze e
sentendole come proprie, poiché là dove il malvagio, l’egoista, vede ovunque il “non-
io”, il buono, l’altruista, vede ovunque “io”. Compare così la compassione, un
atteggiamento basato sul riconoscimento, in ogni essere, di un comune destino di
dolore. In tal senso, è liberazione dall’egoismo, cioè dall’illusione del primato dell’io,
dell’individuo, e quindi il momento più alto dell’etica di Schopenhaur la cui funzione
è di cogliere dei quietivi della volontà, cioè delle ragioni che permettano di placarla.
Ma la compassione non basta per sfuggire dal dolore e dalle sofferenze che l’uomo,
strumento della volontà e sua oggettivazione, deve subire. Noi, essere finiti, siamo
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una forma inadeguata di realizzazione di quella volontà infinita e siamo, quindi,
mancanza, bisogno. La nostra vita è dolore perché perenne stato di insoddisfazione, là
dove l’appagare un desiderio ne procura un altro, all’infinito. Tutti i raggi
dell’indianismo schopenhaueriano convergono, così, sulla teoria dell’ascesi mistica e
della redenzione, unico modo per annientare la volontà fonte originaria e inesauribile
del nostro soffrire. Oltre Maya non c’è solo la via che porta alla compassione dentro
il mondo, ma anche quella che conduce alla redenzione fuori dal mondo, verso il
nirvana – il “nulla” . Già nel 1815 santità, salvezza, beatitudine sono intese da
Schopenhauer come quel “passare al nulla” condiviso “da tutti i santi asceti tra gli
Indiani”. Nel 1816 un frammento paragona al nulla dei “santi” sia il riassorbimento
nello spirito originario (il Brahman) dei bramini, sia il nirvana dei Buddisti. Nel 1817
il nirvana è definito, secondo la dottrina del Buddha, “uno stato in cui non ci sono
quattro cose: peso, vecchiaia, malattia e morte”.
Ma, per impostare una corretta conclusione, occorre rilevare anche i limiti personali,
gnoseologici e storici dell’interpretazione di Schopehauer intorno al pensiero
metafisico indiano. È così probabile che egli abbia fatto un uso strumentale –anche se
solo parzialmente- del sapere indologico del suo tempo al solo scopo di illustrare il
suo fondamentale dualismo filosofico, o per lo meno da qui derivano le contestazioni
che da più parti si mossero contro Schopenhauer e che si possono così riassumere:
àmancanza di un’adeguata distinzione fra Brahmanesimo e Buddhismo,
dottrina dei Veda e insegnamenti del Buddha. Disattenzione per le
differenze storico-filologiche tra periodi, correnti, datazioni, scuole,
opere, concetti, ecc. con il conseguente appiattimento della filosofia
indiana – e delle Upanisad – su un’ingannevole unità sistematica.
àil Brahma è spirito puro, nucleo radioso di ogni cosa, riposante come
una luce immobile in eterna, intatta beatitudine, perfettamente esente dal
dolore. Non potrebbe quindi identificarsi con la volontà (pulsione cieca,
volizione irrazionale, “sofferente”) ma solo rapsodicamente con il
risultato della sua negazione.