Estratto del documento

La felicità

Gioia, Tacuinum sanitatis casanatensis (XIV secolo)

Silvia Rossetti III C

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Indice

  • Tra storia e mito… p.1
  • Le origini e il pensiero di Epicuro p.2-6
  • La riflessione di Seneca p.7-9
  • Approfondimento linguistico p.10
  • Schopenhauer e la felicità p.1113

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Tra storia e mito

L’uomo ha da sempre ricercato la felicità. Fin dai tempi di re Creso, re che, dopo aver accumulato grandissime ricchezze chiede al saggio Solone chi sia l’uomo più felice del mondo, come ricorda Erodoto.

Solone risponde che la persona più felice è Tello, ateniese caduto in battaglia con coraggio. Dopo di lui, i più felici sono Cleobi e Bitone, morti giovani nel sonno dopo aver condotto al posto dei buoi il carro per portare più velocemente la madre a una festa.

Nella risposta di Solone si può individuare un’idea di felicità che non coincide con ricchezze e beni materiali, ma con una vita vissuta con pienezza, con bontà e coraggio.

Tello aveva avuto figli e nipoti belli, forti e sani. Dopo una vita felice (“quanto possibile per noi uomini”, come racconta Erodoto), nella guerra tra Ateniesi e Eleusini, egli guidò un attacco e morì con onore mettendo in fuga i nemici.

Per lo stesso motivo al secondo posto si trovano i due giovani, che erano stati ammirati e lodati da tutti per il gesto compiuto. La madre aveva chiesto poi alla dea Era di concedere ai due ciò che di meglio si poteva ottenere: essi, dopo il banchetto, si coricano e muoiono nel sonno senza alcuna sofferenza.

Una vita per essere felice necessitava dunque di affetti pieni e ammirazione dei contemporanei, virtù, ma anche fortuna.

La nascita, la predicazione e la morte di Gesù Cristo modificano profondamente questa visione della felicità, inserendovi un aspetto nuovo, tralasciato dal pensiero greco, ad eccezione degli stoici: il dolore.

La croce, lo strumento di tortura, diventa simbolo di un processo di conversione in cui il dolore umano diventa gioia divina. Con Cristo la croce, il luogo della morte, diventa luogo della nascita di una nuova felicità, al quale si può accedere attraverso il passaggio attraverso la sofferenza e la disgrazia.

È quindi una felicità che obbliga all’accettazione del dolore e al riconoscimento del suo senso, che è l’amore, con cui si attua un’apertura verso l’altro prima pressoché sconosciuta.

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La visione cristiana della felicità rimane fondamentalmente intatta per tutto il Rinascimento e non si modifica nemmeno con l’Umanesimo.

Successivamente, con gli sviluppi scientifici delle tecniche produttive, l’attenzione degli uomini torna a spostarsi sull’utilità personale e l’arricchimento.

Felicità diventa rapidamente il massimo del piacere con il minimo del dolore. Il dolore, la forza d’animo, la virtù e l’equilibrio classico perdono interesse nella visione della felicità in cui riemerge la capacità di accumulare ricchezze.

Un secolo dopo, in piena rivoluzione industriale, saranno i beni materiali ad acquisire un grande potere nella vita degli uomini.

Con gli orrori della guerra, la crisi del Novecento e il divario tra Occidente e terzo mondo cambia nuovamente l’idea di felicità, che non può più provenire dalla ricchezza economica, ma da quella affettiva, relazionale: è la capacità di mettersi in gioco, raccontarsi, scambiarsi idee e opinioni.

Circa duemila anni dopo la disputa tra Creso e Solone si riscopre dunque che la felicità non coincide con la ricchezza e che, come aveva dimostrato Gesù, non può ignorare il dolore dell’altro.

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La felicità è una condizione, o emozione, fortemente positiva, percepita soggettivamente, sempre secondo criteri soggettivi.

L’etimologia fa derivare felicità da: felicitas, derivato da felix-icis, “felice”, la cui radice “fe-” significa abbondanza, ricchezza, prosperità.

La nozione di felicità, intesa come condizione più o meno stabile di soddisfazione totale, occupa un posto di rilievo nelle dottrine morali dell’antichità classica, tanto è vero che si usa indicarle come dottrine etiche eudemonistiche, dal greco eudaimonìa, solitamente tradotto come “felicità”.

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Le origini

Quando gli esseri umani uscirono dalle tenebre della semplice animalità e cominciarono a chiedersi e a darsi spiegazioni sul loro destino, cominciarono anche ad abbozzare un quadro della possibile felicità.

Per qualche secolo essi sostennero che la felicità non dipendesse da loro, ma da una volontà superiore. Tutte le civiltà del Mediterraneo, Asia Minore, Egitto, fino alla Persia e alla Mesopotamia, hanno la stessa concezione fatalistica.

Anche la Grecia ha della vita questa concezione tragica e ineluttabile: sono gli dei a decidere della nostra felicità o infelicità e, al di sopra degli dei stessi, il Fato.

È però proprio in Grecia che comincia a farsi strada l’idea che la felicità possa essere conquistata dall’uomo e che la sua azione, individuale e collettiva, possa avvicinarlo a questa meta.

È Socrate a porsi per primo “il problema delle condizioni necessarie alla felicità”. Mentre gli altri pensatori dell’antichità si concentrano sullo studio delle scienze naturali, e si interrogano sulla natura del mondo e sulla possibilità di conoscerlo, Socrate si interessa all’etica e indaga il modo migliore per vivere la nostra vita.

Così comincia a parlare di felicità. Quando Socrate parla di felicità non si riferisce al semplice edonismo: il suo ideale di felicità è più alto, più nobile del semplice soddisfacimento dei nostri sensi e del godimento dei nostri beni.

Platone nel Simposio gli fa affermare che la felicità dipende da noi, ma non va cercata nelle direzioni in cui uomini e donne si sentono spinti a cercarla dai propri desideri mal controllati: il piacere, il potere, la ricchezza, la fama, persino gli affetti familiari.

Cioè l’effimero, ciò di cui approfittare al momento, nel mondo tragico dominato da altre volontà che la nostra.

Socrate predica la Filosofia, sostenendo che solo un’anima ben ordinata e l’elevazione di Eros, il desiderio, può avvicinarci alla nostra meta.

Eros, che è a metà strada tra saggezza e follia, può essere disciplinato e la sua forza può essere diretta verso il vero bene e la vera bellezza: la norma morale custodita dentro di noi, il rispetto della nostra voce più autentica, la disciplina del desiderio e l’ordine dell’anima portano felicità.

E Platone ci propone di ri-orientare i nostri desideri, per cambiare la parte più “pesante” ed opaca della nostra natura umana.

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Aristotele, invece, si pone in una posizione differente. Nell’Etica Nicomachea afferma che ogni creatura persegue un suo fine: quello dell’uomo è coltivare la facoltà che ci distingue da tutte le altre creature, cioè il ragionamento, e agire di conseguenza.

Essere un uomo buono significa vivere secondo la nostra particolare virtù umana: la ragione. E l’uomo buono è un uomo felice.

La felicità è una “attività dell’anima conforme a virtù”. La virtù “è una vita seria e non giocosa [...]. Chi opera in modo ponderato e coltiva questa attitudine non solo conquista la miglior disposizione d’animo, ma è anche più amato dalla divinità [...]. E anche per questo motivo, dunque, il saggio è il più felice”.

Egli rifiuta l’idea di Socrate e Platone che la virtù sia sufficiente ad assicurare il raggiungimento del fine ultimo della creatura umana.

“Qualcuno potrebbe possedere la virtù ma soffrire i peggiori dei mali e delle disgrazie del mondo. Costui non può essere felice”, dice Aristotele.

Una felicità sia pure approssimativa può consistere per Aristotele anche in salute, sicurezza, piacere e prosperità, onori e riconoscimenti, buoni amici e buona fortuna.

Di questa felicità però non bisogna accontentarsi, l’uomo deve tendere ad una felicità più completa, la sola che rappresenti lo scopo della sua presenza al mondo.

E chiunque, attraverso l’apprendimento e l’attenzione alla sua ragione, potrà raggiungere questa felicità superiore.

Tutti coloro che per loro natura siano mancanti di ragione e quindi della capacità di usarne per raggiungere la virtù, non raggiungeranno mai la vera felicità aristotelica.

Tra questi privi di ragione per Aristotele ci sono: gli schiavi, le donne, i bambini e coloro che sono privi dei mezzi necessari per avere del tempo libero da dedicare alla riflessione, all’istruzione e all’esercizio della loro ragione.

Epicuro afferma invece che una filosofia che non allontani le sofferenze dell’anima è come un medicamento inutile per il corpo.

Gli esseri umani sono responsabili della loro felicità, ma in accordo alla loro natura. È questa la parola chiave: natura.

A partire dalla sua concezione fisica radicalmente materialistica Epicuro insiste sulla centralità del piacere, ponendosi in contrasto con Socrate, Platone e Aristotele.

Secondo Epicuro l’universo è composto interamente dalla combinazione di materia e vuoto, atomi e nulla.

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Gli dei beati e immortali non si occupano del mondo o dei suoi abitanti. Gli esseri umani sono semplici aggregati di materia e le sensazioni sono la fonte d’ogni esperienza e di conseguenza la fonte di ogni bene e di ogni male.

La dottrina epicurea è però una dottrina ascetica, che comporta una precisa regolamentazione dei desideri.

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Sintesi
tesina di maturità che analizza la felicità

Sintesi tesina sulla felicità

Nella tesina sulla felicità viene analizzato il tema della felicità. Nell'ambito mitologico Erodoto ricorda come alla domanda posta al re Creso su chi fosse l'uomo più felice del mondo, lui rispose che questi era Telbo, un ateniese che morì coraggiosamente in battaglia. Seguirono Cleobi e Bitone che morirono nel sonno in età giovanile. Nonostante fossero morti i tre uomini vissero una vita breve, ma felice e vissuta con pienezza. Con la morte di Cristo invece la concezione della felicità cambiò e veniva vista in legame al dolore, ovvero quello provato da Cristo sulla croce. La tesina mostra come nell'accezione filosofica antica invece Epicuro sosteneva che le persone compiono tutte le loro azioni con l'obiettivo di non soffrire e di non avere l’animo turbato. La felicità era quindi caratterizzata dal piacere stabile e non in movimento, intesa come un vero e proprio “esercizio spirituale”. Un'altra concezione molto importante della felicità era quella elaborata da Seneca che affermava: "La felicità è un bene vicinissimo, alla portata di tutti: basta fermarsi e raccoglierla". Seneca criticava tutti coloro che si abbandonavano al piacere, senza fare un uso adeguato della propria ragione. Nell'accezione filosofica moderna era invece molto importante la concezione della felicità di Schopenhauer, che affermava come vi sia "un unico errore innato, ed è quello di credere che noi esistiamo per essere felici". Il filosofo sosteneva inoltre che la felicità la si poteva cogliere nell'attimo, intendendola come una temporanea cessazione del dolore. Schopenhauer quindi affermava come lo stato di felicità non poteva essere duraturo.

Collegamenti

Tesina sulla felicità

Mitologia: L'uomo più felice del mondo.

Filosofia: La felicità in Epicuro, Seneca e Schopenhauer.

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