Estratto del documento

Indice

1. Premessa metodologica

2. Abstract

3. Il PIL

3.1. Introduzione

3.2. Cosa non funziona?

3.3. Crescita del PIL, crescita della produzione?

3.3.1. Prodotti e servizi invenduti

3.3.2. Autoproduzione

3.3.3. Baratto e baratto effettivo

3.3.4. Le associazioni no-profit

3.4. Crescita della produzione, crescita della ricchezza?

3.5. Alcuni paradossi del PIL

3.5.1. Il crimine aumenta il PIL?

3.5.2. Le malattie aumentano il PIL?

3.6. Un indice poco significativo

4. “Depiliamoci”: alternative al PIL

4.1. FIL - Felicità Interna Lorda

4.2. IPG - Indicatore del Progresso Genuino

4.3. PILV - Prodotto Interno Lordo Verde

4.4. IBES - L’Indice di Benessere Economico Sostenibile

4.5. ISU - Indice di Sviluppo Umano

4.6. Una soluzione originale e innovativa tra le possibili alternative

5. La FIL

5.1. Cos’è la FIL?

5.1.1. Origine del termine

5.1.2. Un indice adatto a tutti?

5.1.3. Il bisogno della FIL

5.1.4. La FIL come obiettivo sociale

5.2. È possibile misurare la felicità?

5.2.1. Le origini della felicità nell’economia

5.2.2. La felicità oggettiva 1

5.3. La FIL: criteri di misurazione

5.3.1. Benessere psicologico

5.3.2. Utilizzo del proprio tempo libero

5.3.3. Vitalità della comunità

5.3.4. Diversità culturale e conservazione delle tradizioni

5.3.5. Salute

5.3.6. Istruzione

5.3.7. Biodiversità e conservazione del patrimonio naturale

5.3.8. Standard di vita

5.3.9. Good Governance (Efficaci politiche di governo)

5.4. Il calcolo della FIL a livello teorico

5.4.1. Il questionario

5.4.2. La linea di demarcazione

5.4.3. Un esempio di linea di demarcazione soggettiva: l’istruzione

5.4.4. Il calcolo legato alla linea di demarcazione

5.5. Solo un numero?

5.6. Critiche alla FIL

5.6.1. La soggettività dei suoi criteri

5.6.2. Una possibile strumentalizzazione?

5.6.3. Un indice troppo rigido?

5.7. Conclusioni

6. Appendice

6.1. Il paradosso di Easterlin

6.2. Il calcolo pratico della FIL

6.3. Breve accenno ai personaggi delle citazioni e delle riflessioni inseriti

7. Bibliografia

8. Sitografia 2

1. Premessa metodologica

Ho elaborato la presente tesina seguendo una metodologia di lavoro particolare.

Al di là dei contenuti ci terrei, infatti, a sottolineare la difficoltà nel reperire informazioni e fonti attendibili sia a livello di ricerca telematica (Internet, Database) sia a livello di saggi, libri e supporti cartacei sull’argomento.

In particolar modo, le poche notizie trovate necessitavano quasi sempre di una mia traduzione dall’inglese o addirittura, mediante l’utilizzo di traduttori telematici, dallo Dzongkha (dialetto tibetano parlato in Bhutan).

Questo fattore mette al contempo in evidenza la peculiarità e il carattere innovativo del tema trattato, che apparentemente non ha ancora avuto nessun riscontro in Italia e in altri Paesi occidentali.

2. Abstract

Il PIL, principale misuratore del nostro sistema economico, è ormai considerabile un indice troppo riduttivo, orientato solo ad alcuni aspetti economici del progresso e sicuramente non attendibile, per chi volesse analizzare il benessere di una società.

Esistono però altri indici alternativi, più completi e adeguati.

Tra questi, quello che più mi ha colpito e che sostengo in questa tesina è la FIL (Felicità Interna Lorda), che potrebbe determinare una nuova strada al progresso sociale, orientato alla felicità.

Nowadays, GDP is considered an inadequate index for our economic system and a meter that does not give a concrete and true picture of a nation well-being.

New alternative and more satisfactory indexes have been created and studied in order to go beyond

GDP.

GNH (Gross National Happiness) is one of them and it represents, in my opinion, an innovative way to a social and equal progress, oriented to happiness.

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3. Il PIL

“Chi pensa che possa realizzarsi una crescita infinita in un ambiente finito, o è un economista, o è un imbecille” (Kenneth Boulding)

3.1. Introduzione

Il Prodotto Interno Lordo (PIL) è il valore complessivo dei beni e servizi prodotti all’interno di un Paese in un certo intervallo di tempo (solitamente un anno) e destinati ad usi finali (consumi finali, investimenti, esportazioni nette); non viene quindi conteggiata la produzione destinata ai consumi intermedi, che rappresentano il valore dei beni e servizi consumati e trasformati nel processo produttivo per ottenere nuovi beni e servizi.

Come ben sappiamo, i governi puntano all’aumento del PIL, quindi, teoricamente allo sviluppo e al benessere di uno Stato.

Ciò che desidero dimostrare ora sono i limiti di questo indice: il PIL presenta infatti alcune importanti caratteristiche che lo rendono inadeguato ed impreciso nel misurare il nostro sistema economico.

3.2. Cosa non funziona?

Nel modello di sviluppo classico (nato in Europa ed in America a partire dalla rivoluzione industriale, esportato nel resto del mondo dal colonialismo) si prevede uno strettissimo legame, di causa ed effetto diretti, tra i seguenti termini:

  • Crescita del PIL > Crescita della produzione
  • Crescita della produzione > Crescita della ricchezza
  • Crescita della ricchezza > Crescita della felicità dell’umanità

Con il conseguente assioma che Crescita del PIL > Crescita della felicità dell’umanità

Crescita della ricchezza > Felicità dell’umanità

Così come è evidentemente un postulato per il liberismo classico, lo diventa in maniera analoga per chi a questa visione si oppone.

3.3. Crescita del PIL > Crescita della produzione?

Questa relazione non è vera per definizione.

Il PIL, e di conseguenza le sue variazioni, vengono calcolate come il volume delle transazioni di beni e servizi.

Il PIL misura quindi in realtà gli scambi commerciali, non ciò che si è prodotto.

Per i

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fautori della scuola classica si tratta di un’obiezione di poco conto, considerando le due cose coincidenti, al netto di piccole approssimazioni.

In realtà queste approssimazioni sono tutt’altro che piccole, poiché le differenze tra i due valori sono dovute a molteplici fattori, parecchi dei quali tutt’altro che trascurabili.

Andiamo ad analizzarne alcuni:

3.3.1. Prodotti e servizi invenduti

Ogni anno rimangono invendute enormi quantità di merci, per la cui produzione si sono impiegati lavoro e capitale, e che effettivamente sono state prodotte, ma che nel conteggio del PIL semplicemente non esistono.

Ogni anno, inoltre, ingenti quantità di beni agricoli deperiscono ancor prima di avere la possibilità di essere immessi sul mercato.

Anche questi, a onta del PIL, per il quale non esistono, sono stati prodotti.

In tutto il mondo altri beni prodotti vengono distrutti da guerre, incendi, alluvioni, ecc. prima di poter essere contabilizzati dal PIL con uno scambio commerciale.

3.3.2. Autoproduzione

Il PIL non prende in considerazione tutto ciò che viene prodotto per essere consumato direttamente, siccome esso non è soggetto ad alcuna transazione monetaria.

Ovvero, indossati gli occhiali del PIL, tra un contadino che muore di fame e uno che prospera coi prodotti del proprio orto, non vi è alcuna differenza.

L’obiezione a questo, da parte dell’economia classica, è che l’autoproduzione è un fenomeno estremamente marginale, e che nel mondo globalizzato d’oggi tenda sempre più ad estinguersi.

Questa contestazione ha senso se ci si limita a considerare l’autoproduzione esclusivamente nell’ambito rurale della produzione agricola.

Ma se noi estendiamo l’analisi dell’autoproduzione anche ad altri ambiti, notiamo che i trend hanno tendenza opposta.

In campo energetico, ad esempio, a parità di costi e di risultati, il fatto che un gestore o produttore di energia impianti 3kw di pannelli solari e venda l’energia prodotta, o che un comune cittadino compia la medesima operazione sul tetto di casa mia, è esattamente la stessa cosa: in Italia, saranno stati prodotti 3kw di energia in più.

Per il PIL invece la crescita viene misurata solo nel primo caso, mentre nel secondo è come se non si fosse fatto nulla.

3.3.3. Baratto e “baratto affettivo”

Anche gli scambi di merce che non comportano transazioni monetarie sono trasparenti alle rilevazioni del PIL.

Anche per il baratto, come nel caso dell’autoproduzione e dell’autoconsumo, l’obiezione che viene comunemente fatta è che si tratti di un’economia estremamente marginale, da ricercare solo sui libri di storia.

1 Scuola classica: prima scuola moderna di pensiero economico nata a cavallo tra il ‘700 e l’800 che vede come protagonisti fondamentali Adam Smith e David Ricardo.

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Si dimentica così clamorosamente che probabilmente quasi metà dell’economia nazionale è basata sul “baratto affettivo”: infatti tutti i servizi prodotti nell’ambito familiare non sono conteggiati, come se non esistessero.

Lavare i piatti, pulire casa, cucinare, badare ai figli, ecc..., sono servizi a tutti gli effetti, in parte da considerare autoconsumo, in parte baratto.

E’ noto il paradosso della cuoca, per cui nel momento in cui il padrone di casa decide di sposare la cuoca al suo servizio, il PIL nazionale cala (pur non essendosi modificati di una virgola produzione e trasferimenti di beni e servizi).

3.3.4. Le associazioni no-profit

Le associazioni no-profit, inoltre, non vengono considerate dal PIL, mentre sappiamo che in un paese come l’Italia, che ne conta parecchie, sono sostegno fondamentale all’economia e alla vita sociale.

Infine, esso non dà alcuna importanza al modo, più o meno equo, col quale i beni sono distribuiti.

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Nel PIL vige la legge di Trilussa: “Due polli a me, nessuno a te, dunque un pollo a testa”.

3.4. Crescita della produzione > Crescita della ricchezza?

Anche in questo caso, siamo davanti ad un’approssimazione ideale, che non trova riscontro nella realtà.

Esistono due diversi tipi di produzione che non generano ricchezza:

  • Produzioni inutili ai fini della ricchezza
  • Produzioni distruttive di ricchezza

In tutti e due i casi si assiste ad un aumento del PIL (nel secondo caso anche maggiore, perché bisogna poi spendere risorse per riparare ai danni arrecati), ma solo nel primo si trasforma in ricchezza.

Ad esempio, se lo Stato paga mano d’opera per scavare buche e per riempirle successivamente, il PIL crescerà, la disoccupazione calerà, ma non ci sarà registrato alcun aumento diretto di ricchezza.

Se costruiamo armi ed impieghiamo risorse per utilizzarle, sicuramente registreremo un grosso aumento del PIL (è da sempre la politica economica di certe grandi nazioni), anche se, non solo nessuna ricchezza verrà prodotta, ma probabilmente grandi patrimoni andranno perduti nel momento in cui queste armi venissero impiegate.

Inoltre, è importante sottolineare che il PIL non prende in considerazione la qualità di ciò che si produce, ma solo la quantità.

Alcune tipologie di distruzioni di ricchezza non vengono poi nemmeno conteggiate: la biodiversità, la salubrità dell’acqua e dell’aria, ecc..., siccome non possono essere monetizzate.

Quindi anche se il PIL registrasse correttamente la produzione (e abbiamo visto nel punto precedente che non è così), non potremmo sapere se questa produzione sia poi trasformata in un aumento di ricchezza effettivo, piuttosto che in un depauperamento.

2 Trilussa fu un poeta romano noto per le sue composizioni in dialetto.

La legge di Trilussa citata nella tesina prende spunto dalla poesia “La statistica”.

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3.5. Alcuni paradossi del PIL

Ed ora analizziamo alcuni spunti di riflessione:

3.5.1. Il crimine aumenta il PIL?

Ogni anno cifre enormi vengono spese sia dalla collettività, sia dal privato, per difendersi dal crimine: polizia, vigilanza privata, difese passive (porte blindate, allarme antifurto, ecc..), generano un giro d’affari impressionante.

Anche l’enorme spesa sostenuta per mantenere in stato di detenzione i condannati rientra nella contabilità del PIL.

3.5.2. Le malattie aumentano il PIL?

Come si spende per fronteggiare la criminalità, allo stesso modo anche la lotta alle malattie si traduce in aumento del PIL.

Si tratta di un mercato in cui fra l’altro la gente spende molto volentieri, indipendentemente dai risultati ottenuti (basti pensare al crescente successo delle “medicine alternative” e dall’omeopatia, anch’esse “bastioni” del PIL).

Ovviamente la crescita della sanità (ed il corrispondente PIL impiegato) non può essere considerata in sé per sé una cosa negativa: lo diventa quando è la risposta a malattie che il nostro stesso sistema economico introduce nella società (pensiamo ad esempio all’assurdo allarmismo provocato dall’influenza A, cosiddetta “suina” verificatosi a Settembre del 2009, alimentato in gran parte dai mass-media, oppure allo stress).

3.6. Un indice poco significativo

Ciò che è stato esposto finora mi porta ad una domanda spontanea: cosa ci dice in realtà la crescita del PIL?

Niente sulla nostra qualità di vita, niente sulla nostra ricchezza, niente sui nostri consumi!

Resto quindi convinto del fatto che il PIL è considerabile semplicemente come un indicatore del volume di scambi; potrà quindi dare indicazioni sulla vivacità dell’economia, potrà servire ai governatori delle banche centrali per impostare politiche economiche d’espansione piuttosto che di rigore, ma sicuramente non sarà più attendibile, per chi vuole analizzare il benessere, anche solo economico, della società.

Questa mia critica va quindi a sostenere quella parte del pensiero economico che già da alcuni anni considera il PIL un indice poco significativo.

A titolo di esempio, il 19 e 20 novembre 2007 si è tenuta a Bruxelles la conferenza internazionale “Beyond GDP” (“Oltre il PIL”) organizzata dalla Commissione europea, dal Parlamento Europeo, dall’OCSE e dal WWF.

La conferenza ha richiamato leader politici, rappresentanti di governo ed

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esponenti di istituzioni chiave come la Banca Mondiale e le Nazioni Unite con l’obiettivo di chiarire quali possano essere gli indicatori più appropriati per misurare il progresso.

Cosa fare, dunque?

Dopo diverse crisi del nostro sistema economico che hanno messo in ginocchio sia piccoli Paesi (Islanda, Grecia) sia grandi Nazioni (Paesi EU e USA) ritengo impensabile che non sia perlomeno ipotizzabile un cambiamento nei criteri di valutazione del nostro sistema economico e in senso più ampio delle sue stesse linee guida.

Proprio per questo, a mio parere dovremmo reindirizzare la nostra società e la nostra economia verso la ricerca della felicità piuttosto che verso l’obiettivo dell’efficienza dinamica, basandoci sull’evidenza empirica di un diffuso disagio e di frequenti sperequazioni esistenti nelle società a reddito avanzate come l’Italia.

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