Estratto del documento

Tesina per il diploma di maturità scientifica su:

di

Patane’ Katiuscia

5° IS

A.S. 2008/2009 1

Una breve introduzione

Il tema che ho scelto di trattare riguarda la felicità, precisamente la ricerca della felicità.

Ci si può chiedere il perché di questa scelta e, se vi dicessi le mie motivazioni, temo che potrebbero sembrarvi un po’ banali, ma ci proverò lo stesso. Penso che la vita non sempre offra uno sviluppo sereno e ricco di gioia ma che spesso ci ponga dinnanzi a degli ostacoli, a volte così grandi da sembrare insormontabili; in quei momenti così duri si rischia di perdere la fiducia in sé ed in tutto ciò che ci circonda e ci si chiede se il motivo di tanta sofferenza possa essere legato a qualche nostro sbaglio… allora proviamo a dare delle risposte alle nostre mille domande, ma non ne troviamo di nuove. Nella mia vita ho vissuto uno di questi periodi e, anche se so di non essere la prima e di sicuro non sarò l’ultima a vivere momenti difficili, posso dire che ora, invece, mi trovo in una condizione di grande serenità e gioia, nonostante la mia vita non sia perfetta!

Cerco di fare del mio meglio nei miei ruoli di figlia, nipote, amica e fidanzata; grazie alle persone che mi circondano, io sono felice… ed è proprio questo il termine appropriato a descrivere la mia condizione.

Definizione

Fel icità (dal latino felicitas, in greco eudaimonìa):

situazione nella quale ad un individuo gli sviluppi della vita procedono secondo le sue aspettative, cosicché egli si trova a proprio agio nel mondo. Nell’antichità fu generalmente considerata il fine della vita umana, anche se furono divergenti le dottrine sui contenuti propri della felicità. Nell’età moderna essa è generalmente connessa al piacere, spesso concepito come piacere spirituale.

La felicità è sempre stata al vertice delle ambizioni umane: dunque uno stato di perfezione a cui aspirare. Ma nel corso della storia del pensiero, l’idea di felicità non sempre è stata la stessa.

Per gli antichi Greci, coincideva con la virtù ed era un dono divino. Per i Romani implicava la ricchezza e il favore degli dei. Per i cristiani era sinonimo di beatitudine ultraterrena e implicava la fine delle sofferenze terrene. Solo negli ultimi due secoli, però gli esseri umani hanno iniziato a considerare la felicità un obbligo, un diritto di natura, e non una delle tante possibilità dell’esistenza.

La concezione moderna della felicità

Come sono giunti gli uomini a questa convinzione?

La concezione moderna della felicità è nata tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo, nell’età che oggi chiamiamo dell’Illuminismo. È stato in quel periodo che un considerevole numero di uomini e donne si sono avvicinati per la prima volta all’idea che potevano essere felici, anzi che dovevano esserlo, in questa vita. Precedenti agli Illuministi, alcuni pensatori, avevano immaginato che la felicità risiedesse in un qualche posto remoto e ultraterreno (nei campi Elisi, nelle isole dei Beati, in cielo, in Paradiso o in una perduta età dell’oro). Ma sia nella filosofia classica che nella concezione cristiana questa situazione era estremamente rara e destinata a pochi “happy few” = i felici pochi, che erano resi qualcosa di più che semplici uomini da virtù eccezionali. Aristotele a questo proposito diceva: “una vita di felicità sarebbe superiore al livello umano”, quindi i suoi

2

happy few erano esseri divini, l’uomo felice era considerato simile ad una divinità, al di là della semplice umanità, raggiungendo una forma di trascendenza.

Per gran parte della storia occidentale, la felicità era stata il segno della perfezione umana, un ideale immaginario di creatura completa senza più desideri, esigenze o bisogni.

L’Illuminismo alterò sostanzialmente questa concezione radicata, presentando la felicità come qualcosa a cui tutti potevano aspirare in questa vita, una condizione naturale raggiungibile da ogni uomo, donna o bambino. Gli Illuministi sostenevano che dove gli esseri umani erano infelici doveva esserci qualcosa di sbagliato: le loro credenze, condizioni di vita, costumi… cambiando queste situazioni, ovvero cambiando noi stessi, potevamo diventare in pratica ciò che avremmo dovuto essere per natura. Un simile cambiamento della visione dell’umanità avvenne in modo graduale e alla fine del Diciottesimo secolo con lo scoppio delle rivoluzioni americana e francese, la felicità terrena era largamente riconosciuta. Thomas Jefferson stesso, dava per scontato che tutto il mondo fosse d’accordo con lui quando, nella Dichiarazione d’Indipendenza, giudicava il diritto alla ricerca della felicità una “verità auto evidente”.

Per quanto l’Illuminismo abbia tentato di definirne un nuovo concetto, non è riuscito a separare completamente la concezione della felicità dal suo passato religioso e metafisico. La felicità, conservando il suo fascino trascendente, ha mantenuto e accresciuto il suo potere, in suo nome gli esseri umani hanno continuato a cercare la forza degli antichi dei, convinti che il dominio sulla natura e il controllo della fortuna potessero renderci tutti divini, che i “felici molti” potessero sostituire i “felici pochi”.

Lentamente cambiò il motivo della ricerca: non più far crescere l’uomo, ma fornirgli ciò che gli spettava. Con il tempo ciò creò un senso d’attesa, un’aspettativa carica di rischi. Il tentativo da parte dei mortali di spingersi sul terreno del sacro, di diventare loro stessi dei era una faccenda pericolosa che già i Greci denominavano con il concetto di hibrys, eccesso di orgoglio, rifiutare i limiti posti dalla natura portava alla vendetta divina. Così gli uomini sono dominati dalla frustrante tendenza, nella ricerca della felicità, ad essere condotti fuori strada. Se avere un buon daimon significa essere spinti in direzione del divino, avere un cattivo daimon, un dysdaimon (da cui deriva il nome dell’infelice donna dell’Otello di Shakespeare) significa finire fuori strada, essere ingannati, trovarsi di fronte a un avversario.

Si può allora evitare quest’“astuto inganno” divino? Capiamo come autori di diversi periodi hanno cercato una risposta a questa domanda…

“La sola ricerca di un bene più grande, non il suo conseguimento, è un premio superiore a tutte le ricchezze umane, gli onori e i piaceri fisici.”

Cicerone, frammento dal manoscritto perduto dell’Ortensio 3

In sintesi

Vediamo ora come la ricerca della felicità appaia diversa, ma legata tra le varie discipline studiate dall’uomo. A iniziare dalla filosofia che, da sempre, si è interrogata sui perché della vita e tra questi sono presenti vari interrogativi sull’uomo e sulla sua condizione sulla terra come ad esempio:

“Cosa significa chiedere e aspettarsi una vita di felicità in un mondo ancora imperfetto?”, “è un piacere perpetuo, un’euforia infinita?”, “E se gli esseri umani hanno diritto alla felicità, non c’è qualcuno che ha il dovere di fornirgliela?”… queste e molte altre domande hanno cercato risposta nelle opere dei filosofi, senza però che essi giungessero ad una definizione universale e senza trovare una “ricetta” per la felicità.

Tra i vari filosofi ho scelto Henri Bergson e la sua opera “L’evoluzione Creatrice”. In essa attraverso la figura dello slancio vitale, le cui caratteristiche sono l’unità e l’armonia, presente nell’uomo come nella natura, Bergson spiega come questa forza, agendo fuori da ogni schema, sia la parte più profonda della realtà e nello stesso tempo creatrice della realtà stessa.

Nell’arte, lo slancio vitale e la gioia di vivere sono presenti nelle opere di Henri Matisse, pittore appartenente alla corrente dei Fauves sviluppatasi in Francia in contemporanea all’Espressionismo tedesco. Nei suoi due dipinti: “Gioia di vivere” e “La danza” possiamo percepire come la felicità fosse intesa dall’artista, ovvero come libertà, e infatti, il pittore non può essere prigioniero di niente e nessuno, neanche di se stesso… infatti artista dice: “La gioia la si trova nel cielo, negli alberi e nei fiori. Ci sono fiori dappertutto per chi vuole davvero vederli.”.

Nella letteratura ho preferito sviluppare l’analisi di Giacomo Leopardi, piuttosto che di altri autori per la forza del suo messaggio; infatti, il suo pensiero, che si riflette nelle sue opere, è divisibile in quattro grandi linee, anche tratte dalla sua raccolta “Zibaldone”:

  • La teoria del piacere;
  • Il pessimismo storico o relativo;
  • Il pessimismo cosmico o assoluto;
  • Il titanismo.

L’infelicità dell’uomo contrapposta alla felicità della Natura, rappresentati dal pastore che interroga la Luna con domande esistenziali circa il fine ultimo e il significato della sua vita, la si ritrova nella poesia: “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”.

Nella letteratura inglese troviamo un autore di molte opere, D.H. Lawrence e una sua opera che ho recentemente letto: “Sons and Lovers”. Tratta dell’amore morboso e dell’attaccamento di una madre per i suoi due figli maschi, riversando su essi l’amore frustrato dalla difficile relazione che ha con il marito, minatore alcolizzato e insensibile. 4

Henri Bergson

(1859-1941)

È considerato il maggior filosofo francese della prima metà del ventesimo secolo. Per il suo pensiero è spiritualista anche se è associato da alcuni ai naturalisti. Egli ritenne necessario far scaturire la sua concezione filosofica da un preliminare esame critico delle “verità” scientifiche.

Le sue principali opere sono: “Saggio sui dati immediati della coscienza” (1889); “Materia e memoria” (1896); “L’evoluzione creatrice” (1907); “L’energia spirituale” (1919); “Durata e simultaneità” (1922); “Il pensiero e il movente” (1934); “Le due sorgenti della morale e della religione” (1932).

“L’evoluzione creatrice” è lo scritto più sistematico, che si propone di delineare una concezione generale dell’Universo, basandosi su di un evoluzionismo apertamente contrapposto a quello di Spencer. Nel 1928 riceve il premio Nobel per la letteratura, di origine israelitica si avvicinò, nella maturità, al Cristianesimo al quale, tuttavia, non aderì per non mostrare un atto di debolezza rispetto alla feroce campagna antisemitica diffusa in Europa in quel periodo. Morì a Parigi occupata dalle truppe naziste.

In quest’opera uno dei punti essenziali del suo pensiero è l’esaltazione della coscienza interiore, capace, per il filosofo, di rivelarci un “reale” originario che l’esperienza ordinaria e in particolare scientifica non arriverebbero a conoscere. Si crea una bipolarità tra coscienza interiore e esperienza esteriore che si acuirà nella vera e propria contrapposizione tra facoltà intuitiva (profonda) e il mero intelletto (destinato a rimanere alla superficie delle cose) già presente nei suoi primi scritti. 5

Il compito che Bergson si pone è quello di delineare una nuova forma di spiritualismo che riconosca la funzione indispensabile, su piani diversi e inconfondibili, dell’interiorità ed esteriorità.

Anteprima
Vedrai una selezione di 6 pagine su 25
Ricerca della felicità Pag. 1 Ricerca della felicità Pag. 2
Anteprima di 6 pagg. su 25.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Ricerca della felicità Pag. 6
Anteprima di 6 pagg. su 25.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Ricerca della felicità Pag. 11
Anteprima di 6 pagg. su 25.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Ricerca della felicità Pag. 16
Anteprima di 6 pagg. su 25.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Ricerca della felicità Pag. 21
1 su 25
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi