Istituto tecnico industriale
Spec. elettrotecnica e automazioni
Tesina per esami di
Stato il candidato
Gigantino Giampiero
Anno scolastico
2008/2009
Indice
- Italiano: Eugenio Montale
- Storia: La Seconda guerra mondiale
- Inglese: Static electricity
- Diritto: I costi di produzione
- Matematica: Definizione di limite
- Sistemi: Diagrammi di Bode
- Elettrotecnica: Prove a vuoto e in C.C. del trasformatore
- Impianti: Quadri elettrici per uso domestico
- T.D.E.: La cabina di trasformazione
Eugenio Montale
Accenni sulla vita (1896–1981)
Nacque a Genova e partecipò come ufficiale di fanteria alla Prima Guerra Mondiale. Si trasferì nel dopoguerra a Firenze, dove per alcuni anni fu direttore del “Gabinetto scientifico–letterario Vieusseux”. Da questo incarico fu allontanato, perché non iscritto al Partito Fascista. Dopo la Seconda Guerra Mondiale si trasferì a Milano dove diventò collaboratore del “Corriere della Sera” e morì nel 1981.
La sua vita può essere divisa in cinque periodi. Il primo periodo è quello durante il quale scriverà Ossi di Seppia, fino al 1906, sono gli anni della sua infanzia in Liguria. Il secondo periodo va dal 1927 al 1948. Nel ’27 Montale si trasferì a Firenze dove lavora prima presso un editore e dopo come direttore del Gabinetto. Vi lavorerà fino al 1938, quando sarà licenziato in quanto non iscritto al fascismo. Vivrà di traduzioni, collaborazioni ai giornali, diventerà nel ’48 redattore del “Corriere della Sera”. Si avvicinerà alla cultura inglese, famose sono le sue traduzioni dei 40 sonetti di Shakespeare. Pubblicherà nel 1939 Le occasioni. Andrà a vivere con la compagna Drusilla Tanzi, che lui chiama “mosca”.
Il terzo periodo va dal ’48 al ’64: compie numerosi viaggi come giornalista, scrive articoli, recensioni, prose, narrative. Nel ’56 pubblica La Bufera ed altro. Da questa data in avanti non scriverà più niente per dieci anni, perché deluso dal mondo moderno, consumistico. Nel ’62 si sposa con la sua compagna che sfortunatamente morirà l’anno seguente.
Il quarto periodo va dal ’64 al ’71, in cui riceverà grandi riconoscimenti, poeta vate, diventa senatore a vita. Scriverà Satura. Il quinto periodo va dal ’71 fino alla morte, durante il quale scrive Diario del ’71 e del ’72, Quaderno di quattro anni. Nel 1975 gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura con la motivazione di aver interpretato “con grande sensibilità artistica, valori umani nel segno di una visione della vita senza illusioni”. Dopo la morte i suoi collaboratori raccolsero le sue poesie non pubblicate Diario postume. Nell’ultimo periodo le sue poesie diventarono molto più prosastiche.
La poetica
Il motivo di fondo della poesia di Montale è una visione pessimistica e desolata della vita del nostro tempo, in cui, crollati gli ideali romantici e positivistici, tutto appare senza senso, oscuro e misterioso.
Vivere per lui è come andare lungo una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia (Meriggiare pallido assorto) e che impedisce di vedere cosa c’è di là, ossia lo scopo e il significato della vita. Né d’altra parte c’è alcuna fede religiosa o politica che possa consolare e liberare l’uomo dall’angoscia esistenziale, nemmeno la poesia. Perciò – egli dice – non domandarci la formula che mondi possa aprirti (Non chiederci la parola), ossia la parola magica e chiarificatrice, che possa darti delle certezze. L’unica cosa certa è ciò che non siamo, ciò che non vogliamo, ossia gli aspetti negativi della nostra vita.
Il poeta si limita così a mostrare il male e il disordine, apparentemente privi di un responsabile a cui chiederne la ragione. Con coerenza il suo linguaggio attinge agli elementi materiali del mondo, gli oggetti e i fatti concreti, acquisendo dal poeta Thomas Eliot un originale modo di fare poesia legato al concetto di “correlativo oggettivo”: il compito di riflettere sui problemi esistenziali è affidato a una poetica degli oggetti, si esprimono stati d’animo e concetti mediante un’immagine concreta che spesso non ha alcun legame logico con gli oggetti, ma li evoca solo (oggetti che diventano metafora di vita).
Di fronte al “male di vivere” non c’è altro bene che “la divina Indifferenza”, ossia il distacco dignitoso dalla realtà, essere come una statua o la nuvola o il falco alto levato (Spesso il male di vivere).
Le opere principali
Ossi di seppia (1925)
In questa raccolta Montale mette in evidenza un’intuizione tragica della vita verificata esteriormente (e non interiormente come farà nella seconda raccolta: Le Occasioni). Per una verifica esteriore, basta guardarsi intorno per scoprire in ogni momento e in ogni oggetto che osserviamo “il male di vivere”: nei paesaggi aspri e dirupati (pieni di dirupi) della Liguria, nei muri scalcinati, nei greti (letti) dei torrenti, nelle crepe del suolo…
Ogni paesaggio e ogni oggetto è infatti visto da Montale contemporaneamente nel suo aspetto fisico e metafisico, nel suo essere cosa e al tempo stesso simbolo della condizione umana di dolore e di ansia. È questa la tecnica del “correlativo oggettivo”, teorizzata dal poeta inglese T.S. Eliot, fondata nell’intuizione di un rapporto tra situazione e oggetti esterni e il mondo interiore.
Questo raccolta è un ritratto della Liguria, descritta con linguaggio elevato e duro, dove ogni dettaglio in apparenza realistico ha un profondo significato esistenziale. Gli ossi di seppia sono il simbolo dei relitti dell’esistenza, di ciò che resta dei suoi naufragi inevitabili. Solo per istanti brevissimi, che passano come lampi, sembra vagamente possibile capire il senso oscuro del vivere.
Le occasioni (1939)
In questa raccolta Montale mette in evidenza un’intuizione tragica della vita verificata interiormente. Il titolo richiama in sintesi il tema della raccolta: alla vita umana sono date occasioni di libertà, di illuminazione, di armonia.
In essa Montale rievoca le “occasioni” della sua vita passata – amori, incontri, riflessioni su avvenimenti, paesaggi – ricordate non per nostalgia del passato a consolazione del presente, ma per analizzarle e capirle nel loro valore simbolico, come ulteriori esemplificazioni del “male di vivere”. Così anche il recupero memoriale, tema consueto del Decadentismo, in Montale si risolve in una conferma della propria solitudine e angoscia esistenziale.
Gli orizzonti in questa raccolta, rispetto alla prima, si ampliano, seppur rimanga il rispetto della metrica italiana. Il male di vivere è per esempio in Dora Markus, una donna che il poeta ha conosciuto a Porto Corsini presso Ravenna.
Nella prima parte Dora ci appare nella sua inquietudine e incertezza, che cerca di scongiurare affidandosi a un amuleto, un topo bianco d’avorio, racchiuso nella borsetta. Nella seconda parte è colta nella sua casa di Corinzia, ripresa nelle abitudini casalinghe, ignara che su lei israelita e sull’Europa indifferente distilla veleno / una fede feroce: presentimento delle persecuzioni naziste della guerra.
La bufera ed altro (1956)
Montale stesso la giudica la raccolta più riuscita. Nella sua poesia entra la storia, quella del fascismo, della persecuzione nazista e della guerra. L’attenzione dell’autore si allarga all’umanità, fino a descrivere scene di massa. In esso ritroviamo perciò analoghi temi centrati sul male di vivere.
Satura (1971)
Comprende una serie di colloqui del poeta con la moglie Drusilla Tanzi su episodi di vita passata. Il titolo richiama a un genere della letteratura latina, in cui si mescolavano prosa e poesia.
In Satura non ci sono prose, ma in molti testi vi è un tono generale meno poetico rispetto alle raccolte precedenti. Montale osserva il suo tempo con lo sguardo disincantato di un clandestino che lascerà la nave tra non molto. I versi tradizionali lasciano spesso il posto a canzoncine, filastrocche, bene adeguate a esprimere la stupidità del mondo d’oggi.
Rimangono comunque sezioni di intensità lirica, come le brevi poesie di Xenia dedicate alla moglie scomparsa, con un’amara meditazione sulla vita e sulla possibile sognata eternità.
Diario del ’71 e del ’72 (1974)
Continua lo spostamento verso un ritmo prosastico, in assenza di rime e di misure codificate dei versi, che corrisponde al nuovo tono ironico e disincantato. Il poeta consegna il suo diario di osservazione del mondo contemporaneo, una raccolta di appunti in versi sempre meno rispettosi della tradizione.
Quaderno di quattro anni (1977)
La poesia diventa discorso quotidiano, sottofondo, commento, si trovano addirittura testi assenti di punteggiatura.
Le opere in prosa
Fuori di casa (1969) comprende le corrispondenze dall’estero di Montale per il “Corriere della Sera”; Farfalla di Dinard comprende le prose narrative pubblicate nel “Corriere della Sera”.
Differenze fra Montale e Ungaretti
Ungaretti è convinto che la poesia sia l’unico strumento per conoscere la realtà vera, Montale invece afferma che neanche essa è in grado di offrire all’uomo alcun aiuto. La poesia di Montale non si concede illusioni e non ne dà.
È tutta immersa nella realtà, contrariamente a Ungaretti, Montale non cerca una speranza trascendente, non cerca Dio. In Ungaretti assistiamo ad uno svolgimento che trasforma il poeta da “uomo di pena” in uomo di fede, Montale rimane sempre solo e soltanto uomo di pena, sia pure privo di viltà.
La sua poesia è, poi, più contemplativa che attiva. In Montale non troviamo, come in Ungaretti, la ricerca della parola essenziale, ricca di suggestione musicale, illuminata e consolatrice. È per quello che alcuni critici distinguono sempre il Montale da Ungaretti e Quasimodo, i quali col tempo resero la loro poesia più aperta e colloquiale, facendone un raffinato mezzo di persuasione.
I limoni
Contenuta nella raccolta Ossi di Seppia. È una poesia particolarmente significativa per conoscere la poetica di Montale. In essa, infatti, il Montale dichiara di rifiutare la poesia aulica tradizionale, e di amare gli aspetti aspri e disarmonici della realtà, quelli che i poeti laureati giudicherebbero impoetici e non degnerebbero nemmeno di uno sguardo.
Ed invece anche la cosa più modesta, per esempio, la vista improvvisa del giallo dei limoni, nel tedio (nella noia) di un giorno invernale, che può offrire allo spirito un momento di gioia, l’intuizione di qualche verità.
La poesia si divide in due parti sostanzialmente: la prima ha carattere descrittivo, ritrae il paesaggio ligure aspro e accidentato, caro al poeta; la seconda ha carattere riflessivo, il poeta si sofferma a osservare gli aspetti della realtà per trovare il varco che lo porti a scoprire il mistero della natura.
È un’illusione che dura poco, ma è rinnovabile nei momenti più impensati, per esempio, quando, all’improvviso, nel gelo dell’inverno, da un cortile ci appaiono i gialli dei limoni, dandoci un momento di rara ebbrezza.
L’“Ascoltami” di inizio poesia non deve far pensare ad una persona precisa bensì ad un fittizio interlocutore: a tutti noi lettori. Da notare, poi, il susseguirsi di paesaggio tra l’ambiente della natura, della campagna e quello delle città, come avviene l’alternarsi di gioia e di dolore nella vita.
Parafrasi
I poeti laureati (con riferimento a D’Annunzio) se devono parlare di piante, amano citare quelle che hanno nomi poco usati, come i bossi, i ligustri e gli acanti.
Io (cioè Montale), per quanto mi riguarda, amo le strade che sboccano nei fossi erbosi, dove in pozzanghere mezzo prosciugate i ragazzi afferrano qualche piccola anguilla: amo anche i sentieri che percorrono gli orli dei fossati (ciglioni), discendono tra i ciuffi delle canne, immettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
È preferibile stare qui di sera, se i canti assordanti (gazzarre) degli uccelli cessano come assorbiti dall’azzurro del cielo: allora più distinto si avverte il fruscio dei rami amici nell’aria che è quasi immobile, e più distinta si avverte la percezione dell’odore della natura, che non si stacca dalla terra e fa scendere nell’animo, come una pioggia, una dolcezza ansiosa.
Qui, in questa atmosfera di pace, si placa, per miracolo, l’urto delle passioni quotidiane, che sono sviate in altra direzione; qui in questi paesaggi scabri anche per noi poveri tocca la nostra parte di ricchezza, offerta dall’odore dei limoni.
Nei silenzi di questi luoghi, in cui le cose si aprono a noi e sembrano volerci svelare la loro intima essenza, talora si spera di scoprire il varco attraverso il quale possiamo conoscere il mistero della natura.
Il poeta si serve di quattro metafore a sottolineare l’ansia tormentosa della conoscenza: egli spera di scoprire lo sbaglio di Natura, il punto morto del mondo, la rottura dell’equilibrio universale per un anello che non tiene più, il filo da dipanare (sbrogliare, aggomitolare) che ci metta a contatto con la verità.
Lo sguardo scruta intorno, la mente analizza le cose, le mette in relazione tra loro, notandone le affinità, o le separa notandone le differenze, mentre di sera si diffonde intorno il profumo dei limoni.
Questi sono i silenzi in cui in ogni uomo che si allontana sembra di vedere un essere divino, disturbato, come infastidito da una realtà che non è alla sua altezza.
Ma l’illusione (di essere quasi un essere divino) viene meno e il tempo ci riporta nelle città rumorose, dove l’azzurro del cielo si mostra soltanto a pezzi, in alto, tra i cornicioni dei palazzi (cimase).
La pioggia dell’autunno, poi, stanca la terra, battendola, in continuazione, quindi il tedio dell’inverno si addensa sulle case, la luce si affievolisce, l’anima si rattrista.
Ma la stessa illusione può ripetersi quando, nel gelo di un giorno invernale, all’improvviso da un portone malchiuso, tra gli alberi di un cortile, si mostrano a noi i gialli del limoni.
Allora il gelo del cuore si scioglie, ed i limoni, richiamando alla mente, per analogia del colore, le trombe d’oro del sole, cioè i suoi fasci di luce gioiosa, ci donano l’ebbrezza di un momento di gioia, riversando su di noi lo scroscio delle loro canzoni.
Non chiederci la parola
Contenuta nella raccolta Ossi di Seppia. Questa poesia (come I limoni) contiene una dichiarazione di poetica, soprattutto dal punto di vista formale.
Il poeta si rivolge all’uomo in genere, abituato per lunga consuetudine a ricevere messaggi dai poeti–vati e a considerarli maestri di vita, egli dice che lui è tutt’altro che un poeta-vate: è soltanto un individuo isolato, come lo sono tutti gli uomini, che si sente smarrito in un mondo incomprensibile e indecifrabile.
Rispetto agli altri, egli ha solo il coraggio di piegarsi con dignità al male di vivere, senza abbandonarsi a fantasie e a illusioni consolatorie, e senza assumere la posa del maestro o del vate.
La seconda strofa ha un tono esclamativo ambiguo, che può denotare meraviglia, invidia o commiserazione, verso chi, al contrario di lui, è privo di angosciosi interrogativi e crede di avere delle certezze.
Parafrasi
Non chiederci, o uomo, la parola, ossia dei versi che valgano a squadrare, a plasmare rigorosamente da ogni parte il nostro animo informe, cioè confuso e caotico, né tali valgano a rivelare chiaramente, in modo inequivocabile (a lettere di fuoco) la sua natura e siano splendidi come il fiore giallo del croco, che spicca tutto solo in un prato polveroso.
Ah, io ammiro (o invidio o commisero) l’uomo che è sicuro di sé, ha fiducia negli altri e in se stesso e non riflette sulla precarietà della vita umana, simboleggiata dalla sua ombra che la canicola (periodo più caldo dell’estate) imprime sopra un muro scalcinato.
Perciò non domandarci, o uomo, la formula magica che possa darti nuove certezze svelandoti i misteri della vita e dell’universo, ma solo qualche sillaba storta, dura, aspra, secca come un ramo, che è la più adeguata ad esprimere la nostra disperazione e la nostra desolazione.
Pertanto solo una cosa possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo, ossia gli aspetti negativi della nostra condizione umana e quelli altrettanto negativi della storia.
Meriggiare pallido e assorto
Contenuta nella raccolta Ossi di Seppia. È una delle liriche più famose di Montale, in cui il poeta descrive l’angoscia esistenziale dell’uomo, condannato a vivere in un mondo incomprensibile, dal quale è impossibile ogni evasione (in questa poesia l’autore cerca di spiegare il suo etimo psicologico).
Vivere, secondo lui, è come camminare a ridosso di una muraglia irta di cocci aguzzi di bottiglia, oltre la quale non è possibile né andare né vedere. Non ci sarà mai dato perciò di vedere ciò che è di là del muro, cioè l’essenza, lo scopo, il significato della vita, non ci sarà mai dato di conoscere la verità, o di raggiungere la felicità assoluta.
La lirica è caratterizzata da una serie di verbi all’infinito che danno il senso della continuità monotona e senza senso delle varie forme di vita. Un’altra caratteristica è la presenza di parole aspre, secche, stridule, che fanno parte del linguaggio poetico del Montale.
I merli, i serpenti, le formiche e dopo le cicale, con i loro atti monotoni e ripetitivi, rappresentano il vano affaccendarsi degli esseri viventi, e quindi anche degli uomini.
Parafrasi
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.