Il blues e i collegamenti interdisciplinari
Per questa tesina ho scelto il blues come argomento centrale perché è un tipo di musica che mi affascina molto, per le sue caratteristiche e la sua storia, legata a molti argomenti studiati nel corso dei miei tre anni di scuola media.
Ho deciso di collegare quest’argomento, in Letteratura, con Giacomo Leopardi. Il suo stile poetico, infatti, è legato al pessimismo e alla tristezza, gli stessi stati d’animo che hanno fatto nascere quel tipo di musica, dai lavoratori negri delle piantagioni statunitensi, deportati dalla loro terra madre. A causa di questo lavoro forzato e senza diritti, ho deciso di collegarmi, in Antologia, al brano “Rosso Malpelo” di Giovanni Verga, per affrontare il problema del lavoro minorile.
La scelta dell’argomento di Scienze è stata motivata dall’associazione tra onde sonore e onde sismiche. In Geografia la scelta è stata orientata sullo studio del continente africano, terra di origine dei lavoratori trapiantati in America. Da questo collegamento, sono state influenzate le scelte per le materie di Tecnologia, in cui ho approfondito le conoscenze sull’energia solare; di Educazione Artistica, in cui ho approfondito le conoscenze sull’arte africana; di Scienze Motorie, in cui ho approfondito le conoscenze su uno sport molto diffuso in Africa anche dalla colonizzazione, il cricket.
L’argomento di Storia è, infatti, il colonialismo, legato al fenomeno del commercio triangolare, utilizzato per la tratta degli schiavi africani. La scelta nella materia di Inglese è stata parlare dei canti gospel, che hanno una nascita parallela a quella del blues.
Il blues
Il blues è una forma musicale vocale e strumentale la cui forma originale è caratterizzata da una struttura ripetitiva di dodici battute e dall’uso, nella melodia, delle cosiddette blue note. Le radici del blues sono da ricercare tra i canti delle comunità di schiavi afroamericani nelle piantagioni degli stati meridionali degli Stati Uniti d’America, le Cotton Belt.
La struttura antifonale, di chiamata e risposta, e l’uso delle blue note, che l’armonia classica considera dissonante e che in Italia valse al blues il nomignolo di musica stonata, apparentano il blues alle forme musicali dell’Africa occidentale. Molti degli stili della musica popolare moderna derivano o sono stati fortemente influenzati dal blues.
Blues deriva dall’espressione “to have the blue devils”, letteralmente: avere i diavoli blu, col significato di “essere triste” e per questo motivo, nella lingua inglese il colore blu viene comunemente associato alla sofferenza, alla tristezza e all’infelicità.
Come per molte forme di musica popolare, le origini del blues sono oggetto di molte discussioni. In particolare, non c’è una precisa data di nascita per questo genere musicale: la traccia più antica di una forma simile è il canto di lavoratori neri, che trovarono all’improvviso la forza e il coraggio di esprimere la propria angoscia in un lamento di dolore, in seguito alla loro schiavitù, iniziata nel 1500 con la “tratta degli schiavi”, un vero e proprio commercio dei mercanti di schiavi neri, che si rivelarono dei lavoratori instancabili.
Verso la fine del Seicento, il 90 per cento del commercio degli schiavi era nelle mani di mercanti inglesi e olandesi. Le loro rotte costituirono il commercio triangolare. Esso si svolgeva in tre tappe:
- Dall’Europa all’Africa, sulla costa degli schiavi (oggi Senegal, Gambia, Guinea, Sierra Leone, Benin). Gli schiavi erano barattati con prodotti europei: oggetti di cuoio e in vetro, alcolici, lingotti di ferro, fucili e polvere da sparo, tessuti fabbricati appositamente per il mercato africano.
Talvolta il carico di schiavi era completato con qualche prodotto locale: gomma, avorio, legni preziosi. La moneta usata per gli scambi era il cauris, una conchiglia delle isole Maldive, che fin dall’antichità veniva utilizzata con questa funzione.
- Dall’Africa all’America. Gli schiavi erano trasportati con le navi e venduti nelle Antille, in Brasile e nelle colonie inglesi del sud in cambio di denaro.
- Dall’America all’Europa. Gli schiavi erano venduti, le navi rientravano in Europa con le stive piene di prodotti coloniali (zucchero, tabacco, cotone).
Non è possibile stabilire con esattezza una data che segni l’origine del genere, tuttavia un anno fondamentale fu il 1865, anno dell’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti d’America: ottenuta la libertà, numerosi ex schiavi-musicisti iniziarono a portare la loro musica fuori dalle piantagioni e, nel giro di qualche decennio, questo genere fu noto ai più fino a giungere alle prime attestazioni che ci sono pervenute.
Altri antenati del blues vanno cercati fra le work song (canzone di lavoro) degli schiavi di colore e di altra provenienza (canti dei portuali o canti dei manovali, che risuonavano in America all’epoca della Guerra di secessione e anche negli anni successivi, in cui la condizione di soggezione e povertà degli afroamericani persistette nonostante l’abolizione della schiavitù. Da questi il blues ereditò probabilmente la sua struttura “chiamata e risposta”, di origine africana.
Il blues ha una struttura relativamente semplice sia per la parte musicale che per quella del testo. La sua struttura metrica è generalmente di 12 misure, o battute. La melodia o il canto hanno un impianto antifonale di domanda-risposta, solitamente divisa in tre parti: domanda nelle prime 4 misure, risposta nelle successive 4 e conclusione nelle ultime.
Raramente in brani blues è possibile cogliere virtuosismi strumentali o tecniche raffinate poiché si tratta di un genere “povero” basato sulle emozioni, sull’anima dell’esecutore ma anche dell’ascoltatore. La semplicità stessa dei temi e della struttura permette a questo genere di essere eseguito con strumentazioni al limite dell’essenziale.
Lo strumento che fu più utilizzato dai primi musicisti neri liberati dalla schiavitù fu la “cigar box”, una specie di chitarra a due, tre o quattro corde che come corpo recava spesso una scatola di sigari, ma andavano bene anche altri contenitori di legno o metallo.
Le corde abbastanza alte ne permettevano un uso agevole con lo slide (cilindro di vetro ricavato dal collo di una bottiglia) ma precludevano l’uso delle dita della mano sinistra sulla tastiera, anche per il fatto che la tastiera non recava tasti di riferimento, era tutto lasciato all’orecchio del musicista.
L’armonica è l’altro strumento più usato. In definitiva si può dire che tutti gli strumenti esistenti sono stati usati per fare blues, i neri d’America hanno usato questi perché economici e di facile reperibilità.
Le blue note
Queste “stonature”, o meglio deviazioni dalla scala diatonica occidentale, ancora oggi sono il marchio indelebile del suono blues, e si possono classificare in diversi tipi a seconda dell’intervallo alle quali sono applicate.
Nel sistema tonale occidentale il III grado di una scala serve per stabilirne il carattere:
- Se è maggiore, detto anche terza maggiore, il pezzo in genere suona più allegro e spensierato;
- Se è minore, contribuisce ad un’atmosfera struggente.
Nel blues invece la terza non è così ben definita:
- A livello “fisico” la frequenza della nota non corrisponde quasi mai né ad una terza maggiore né ad una terza minore;
- A livello “musicale” viene utilizzata per enfatizzare i passaggi importanti di un brano, facendola avvicinare alternativamente ad una terza maggiore o minore a seconda del risultato che si vuole ottenere.
Giacomo Leopardi e il pessimismo
Il pessimismo letterario è l’aspetto filosofico che caratterizza tutto l’evolversi del pensiero del poeta e filosofo Giacomo Leopardi, assumendo nel tempo connotazioni diverse. Gli studiosi hanno distinto tre fasi del pessimismo leopardiano: una fase di “pessimismo individuale”, una di “pessimismo storico” e una di “pessimismo cosmico”, più una fase finale di “pessimismo eroico”.
Giacomo Leopardi è uno straordinario esponente della poesia italiana durante l’epoca Risorgimentale. Il poeta considera la realtà sempre attraverso la sua interiore sensibilità e attraverso lo sguardo della poesia, alla quale ha dedicato tutta la sua breve vita, tormentato da una costante malinconia e da un’insoddisfazione per la realtà, e tuttavia, sempre sorretto dalla volontà di combattere il suo “male di vivere”.
Solo la poesia, secondo lui, permette di superare il limite della condizione umana, attraverso l’immaginazione: le illusioni che cullano nel piacere e il vero che riporta il dolore e la noia.
Giacomo Leopardi nacque a Recanati nel 1798, fu inizialmente educato dal severo padre, che poi lo affidò a precettori ecclesiastici. La rigidità del padre e il gelido comportamento della madre lo spinsero a rifugiarsi negli studi che amava, dato che aveva a disposizione una biblioteca fornita di quindicimila volumi.
Dopo “sette anni di studio matto e disperato”, da lui definito, conosceva le lingue classiche, il francese, l’inglese, l’ebraico, il sanscrito, la filosofia, la storia, l’astronomia. Dal 1816 Leopardi si dedicò allo studio dei grandi poeti italiani, oltre che di Omero, di cui tradusse il primo libro dell’Odissea.
Questo passaggio viene chiamato “conversione dall’erudizione al bello”; Leopardi, infatti, maturò la convinzione che l’importante non è la quantità delle conoscenze, ma la loro qualità. Intanto cresceva la sua insofferenza verso l’arretratezza culturale dell’ambiente di Recanati, e peggiorava la sua salute fino a spingerlo a scrivere “Appressamento a morte”.
Nonostante ciò, intervenne con una lettera nella polemica scoppiata a Milano tra i sostenitori della poesia romantica e quelli della poesia classica, schierandosi in difesa di quest’ultimi. Leopardi pubblicò, poi, due canzoni patriottiche “All’Italia” e “Sopra il monumento di Dante”, che accentuarono il suo distacco dal padre, il quale voleva che il figlio intraprendesse la carriera ecclesiastica, mentre lui maturava convinzioni sempre più atee.
Una seria malattia agli occhi gli impedì a lungo la lettura, sua unica consolazione e in quel periodo scrisse la poesia “L’Infinito”, primo dei componimenti detti “Idilli”. Nel 1882 fece un viaggio a Roma, ma rimase profondamente deluso sul piano culturale e delle relazioni umane.
Tornato a Recanati scrisse brevi prose narrative e dialoghi di argomento filosofico, come “Operette Morali”, in cui manifesta il suo pessimismo sulla vita e sulla natura, approdando al “pessimismo comico”. Se prima la natura gli era apparsa benevola, ora è l’origine di ogni male e di ogni infelicità dell’uomo.
Leopardi nel 1825 accettò un lavoro editoriale che lo portò a Milano, poi a Bologna, Firenze e Pisa, dove tornò a comporre versi. Si tratta di “Il risorgimento” e “A Silvia”, poesie che inaugurano la grande stagione dei canti detti “pisano-recanatesi”, come “La quiete dopo la tempesta”, “Il sabato del villaggio”, “Il passero solitario”, “Le ricordanze”.
Con l’aggravarsi delle condizioni di salute il poeta tornò a Recanati, da dove poté poi allontanarsi definitivamente nel 1830. Tornato a Firenze, Leopardi pubblicò i suoi Canti, dedicandoli agli amici fiorentini.
Il soggiorno in questa città gli procurò la più grande delusione amorosa e l’amicizia di Antonio Ranieri, che lo ospitò a Napoli e lo aiutò scrivendo per lui. Scrisse, infatti, altre poesie, come “ciclo di Aspasia”, tra cui “La ginestra”. Morì nel 1837 dopo aver dettato a Ranieri l’ultima poesia, ovvero “Il tramonto della Luna”.
La poetica di Leopardi
La poetica di Leopardi si basa su quattro concetti fondamentali:
- La natura: vista inizialmente come una madre benigna che fa sognare e sperare in un futuro felice, una volta passata la giovinezza crollano le speranze e le illusioni di poter raggiungere la felicità. A questo punto la natura appare come una matrigna che inganna i suoi figli e poi li tradisce strappando loro la felicità senza alcuna pietà.
- La ragione: è senza dubbio la luce che illumina il pensiero dell’uomo ma gli consente di raggiungere una dolorosa scoperta: quella della inutilità della vita.
- La realtà: è solo materia come tutte le creature destinate a nascere, riprodursi, morire, mosse da un meccanismo cieco e crudele. L’uomo può solo prendere atto della legge malvagia che regge la natura; non serve ribellarsi, vale piuttosto creare un rapporto di solidarietà con i propri simili, tutti soggetti allo stesso destino infelice.
- Le illusioni: nascono dall’immaginazione che rende varia, ricca, bella la vita. Ma quando subentra la ragione, esse allora appaiono vane e causa di false opinioni e di errori. Tutta la poesia di Leopardi si fonda su questa trama di pensieri da cui deriva il suo profondo pessimismo e la sua dolorosa visione della vita. La sua poesia trasforma in “canto” il dolore dell’uomo suscitando una dolcezza infinita attraverso la bellezza delle immagini e la musicalità dei versi.
L’Infinito
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare
Commento
Giacomo Leopardi, nella poesia “L’Infinito” racconta di trovarsi su un colle di Recanati, dove una siepe gli impedisce di osservare tutto il panorama, potendo guardare solo una parte, lasciandogli così l’opportunità di immaginare cosa si trova al di là di essa.
Il poeta immagina un paesaggio sconfinato e immerso nei suoi pensieri, dimentica tutte le preoccupazioni che lo affliggono e per poco il suo cuore non si perde nell’infinito, spaventato. Ascolta il rumore del vento che passa tra le piante, e lo paragona al silenzio e a quel paesaggio senza limiti, che gli fanno venire in mente il senso dell’eternità, nelle sue dimensioni di spazio e tempo, passato e presente, facendolo uscire dalla realtà, concentrato nel suo io più profondo.
Si sente come un naufrago in quell’immensità, ma nello stesso tempo prova una sensazione piacevole. Questa poesia mi è piaciuta molto perché dà il senso dell’immaginazione, e fa capire che il limite che la realtà impone può essere superato dalla fantasia, attraverso la quale si può costruire una realtà migliore, anche se irreale, che offre grande aiuto per affrontare i problemi della vita.
Giovanni Verga e il Verismo
Giovanni Verga fu il più grande scrittore verista, cioè appartenente ad una corrente letteraria che deve fotografare oggettivamente la realtà sociale e umana, rappresentandone rigorosamente le classi, comprese quelle più umili, in ogni aspetto anche sgradevole, della storia.
Nacque nel 1840 a Catania, ebbe una precoce vocazione letteraria e a soli 17 anni finì il suo primo romanzo “Amore e Patria”. Successivamente pubblicò “I carbonari della montagna”.
Nel 1863 si recò per la prima volta a Firenze, capitale d’Italia. Essendo già abbastanza famoso grazie al romanzo “Una peccatrice”, frequentò gli ambienti letterari della città. I protagonisti delle sue prime opere sono giovani borghesi e fascinose fanciulle.
Il vero successo gli arrivò con “Storia di una capinera”, che tratta di una monacazione forzata. Nel 1872 Verga si trasferì a Milano, dove maturò la sua adesione al Verismo.
Nel 1874 uscì la sua prima opera verista, la novella “Nedda”, che racconta la faticosa vita di una raccoglitrice d’olive. Nel 1881 uscì il primo romanzo del “ciclo dei vinti”, “I Malavoglia”, che narra la storia di una povera famiglia di pescatori travolta da disgrazie e disavventure.
Nel 1889 uscì il secondo romanzo del “ciclo dei vinti”, ovvero “Mastro don Gesualdo”. Nel 1893 Verga tornò in Sicilia e morì a Catania nel 1922.
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Italiano - Giacomo Leopardi e Verga
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