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Per spiegare come nasce il concetto di “armonia” è necessario rifarsi a due miti dell’antica Grecia: il mito dell’aulós e il mito della lyra.

Il mito dell’aulós

Il primo narra di Medusa, la Gorgone dallo sguardo che impietrisce e dall’orrida chioma di serpi, la quale era stata posta a sbarrare le porte dell’Ade ad ogni essere vivente. Il suo grido era l’essenza stessa di quelle profondità (l’irrazionale, l’inconscio, la morte) che non si possono scrutare senza venir paralizzati da un terrore sovraumano.

La dea Atena, che così l’aveva trasformata da fanciulla bellissima qual era, volle inventare uno strumento musicale in grado di simulare il grido atroce e inquietante di Medusa. Tale strumento era l’aulós.

Specchiandosi nelle acque di un fiume, la dea constatò con orrore che nel suonare il nuovo strumento di canna il proprio volto si trasformava: infatti, lo sforzo del soffiare le deformava le guance, rendendo il suo aspetto simile a quello di Medusa stessa, come in una misteriosa pena del contrappasso.

Atena, quindi, sdegnata, scagliò via l’aulós. L’aulós non andò perduto; fu raccolto dal satiro Marsia, abitante della Fregia (situata nella parte settentrionale di quella che oggi è la Turchia).

Marsia non temeva alcun incantesimo da parte dello strumento, dato che egli, essendo metà uomo e metà capra, era già un essere deformato. Se l’aulós aveva rischiato di trasformare in mostro la bellissima dea Atena, il mostro Marsia se ne servì invece per tentare di elevarsi al rango degli dei, sfidando Apollo in una gara musicale.

Ma un tale strumento a fiato – che talvolta necessitava persino di un bavaglio di cuoio per essere suonato – rendeva del tutto impossibile la parola, e non poteva quindi esprimere l’anima razionale dell’uomo; l’aulós di Marsia non riuscì dunque a trionfare la lyra di Apollo, che ben si adattava ad accompagnare il canto.

Marsia, sconfitto, fu scorticato vivo dal vincitore; infine, la sua pelle, appesa ad un albero, continuò ad agitarsi ogni volta che il suono di un aulós aleggiava nelle vicinanze.

Il mito della lyra

Il secondo mito narra, invece, della costruzione della lyra. Hermes fanciullo, dopo aver rubato una mandria di vacche ad Apollo, trovò una tartaruga; inizialmente ci giocò, ma poco dopo la uccise, vuotandone il guscio.

Applicò allora a tale cavità due bracci di canna, tra i quali tese sette corde: così la tartaruga, animale privo di voce, acquistò dopo la morte la capacità di cantare.

Benché originata da un cruento sacrificio, la “tartaruga che canta” creata da Hermes poteva unire al potere oscuro del suono la ricchezza della parola umana. Nell’ascoltare una simile musica, Apollo rimase talmente rapito da accettare la lyra in cambio della mandria trafugata.

Paradossalmente, dunque, Atena – la dea dell’intelligenza, colei che scaturì dal capo di Zeus, già adulta ed armata, dopo che questi ebbe inghiottito e, quindi, assimilato la moglie Metis, la Saggezza – creò proprio lo strumento che permette alle potenze irrazionali di irrompere nella psiche umana.

Lo strumento introdotto da Hermes, il dio predone e ispiratore di sogni, può stimolare l’uomo.

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