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Amore e Psiche

Una genialità intramontabile tra le antiche tradizioni mitiche

“Quanto non si può penetrare, ci si sforza di figurarselo”. Nella sua limpida semplicità, quest’affermazione enunciata nel V sec. a.C. dal pensatore cinese Lao-Tse, è forse la spiegazione più pertinente dell’origine dei miti: di fronte a ciò di cui non ha padronanza, l’uomo lascia la propria immaginazione libera di fantasticare per figurare l’impenetrabile.

Irresistibile curiosità? Speranza di svelare, un giorno, i segreti dell’universo, della vita… i segreti degli dei? L’uomo cerca sempre di penetrare ciò che gli resiste, ciò che gli appare impenetrabile.

Accade poi che qualcuno sia in grado di comunicare ai propri contemporanei, in modo affascinante e convincente, i risultati della sua ricerca: chi è in grado di produrre simili media è, propriamente parlando, un poeta, nel senso greco di creatore, e si pone all’origine di ogni mito.

Un mito è un racconto che, in modo simbolico e in forma poetica, narra gli avvenimenti delle origini o la nascita di una novità importante per l’umanità.

Spesso le vicende hanno luogo in un’epoca che precede la storia scritta. Pur non essendo interamente, esplicitamente pervaso dal sacro, esso lo rasenta sempre: viene considerato verità di fede e spesso gli viene attribuito un significato religioso o spirituale. Tuttavia, non è possibile immaginare che tutti i membri di una comunità fossero in grado di proporre sequenze eloquenti; piuttosto, è altamente probabile che solo in un secondo momento fossero coinvolti nel loro arricchimento.

Oltre al bisogno di penetrare i misteri individuali, è anche indubbio che gli uomini provino quello di comunicare e condividere quanto hanno acquisito. Se alcune tra loro sanno fornire alle immagini, di cui si servono per se stessi, adeguata forza, adeguato potere evocatore, esse hanno ogni possibilità di essere recepite dagli altri e di fecondarne l’immaginazione poetica: condivise, adottate, arricchite, rese progressivamente più complesse, sono allora destinate a imporsi nel patrimonio culturale del quale sono espressione.

Mediante tale aspetto del ruolo che l’individuo può giocare nella concretizzazione dei sogni e dei pensieri degli uomini, si comprende meglio, verosimilmente, il rispetto, se non la venerazione, che gli antichi accordavano ai poeti creatori di miti e a coloro che ne conservavano la memoria. Saper creare immagini eloquenti, rassicuranti, attive – come anche saperle trasmettere – aveva per loro qualcosa di divino.

La capacità di tradurre un concetto in immagini non è mai del tutto assente da ciò che l’uomo crea. Lo scienziato crea i propri modelli, l’artista la propria opera d’arte, il poeta dell’antichità creava i propri miti. Dove è la reale differenza?

Si tratta sempre di una figurazione, la cui funzione principale è di permettere agli uomini di pensare e di comunicarsi i propri pensieri, di trasmetterli ai discendenti. Una figurazione, che rende necessaria la dimensione collettiva del mito.

I personaggi mitici sono al tempo stesso del tutto fuori dal comune e deliberatamente rappresentati simili agli uomini: tutti sono esseri divini o, quantomeno, sovrumani. Tali personaggi richiamano, sorprendentemente, personaggi reali, o storici; alcuni tratti dei caratteri che ad essi vengono attribuiti richiamano comportamenti umani osservati con rigore e profondità, con sagacia, ma anche non di rado con molto umorismo.

Questi caratteri e questi sentimenti sono semplicemente accentuati fino al parossismo. Accade di frequente che i nomi di grandi figure della mitologia siano differenti da un paese, da una regione o da un’epoca all’altra; vedremo che nonostante ciò esse ne incarnano identiche caratteristiche, gli stessi valori simbolici.

D’altra parte capita che un personaggio della mitologia di un popolo conquistato si vede affibbiare il nome di un personaggio venerato da un popolo conquistatore, anche ove le loro competenze siano paragonabili non più che approssimativamente.

Per attraversare i secoli e pervenire fino a noi, in modo che vi avessimo tanto interesse, era necessario infine, e soprattutto, che i miti rivestissero carattere esemplare, fossero portatori di senso, potessero fungere da riferimento, mantenendo tale senso anche nell’ambito della modernità.

È quanto accade ogni volta che, tra rivolgimenti del racconto, si vede apparire simbolicamente una riflessione sulle grandi questioni misteriose che gli uomini non smettono di porsi; ogni volta che il racconto rende testimonianza di un avvenimento fondante, sopraggiunto nella coscienza stessa dell’essere umano: una scoperta, un modo nuovo di pensare, in una parola un passo avanti di valore universale.

Un mito è sempre significativo di un progresso decisivo dell’umanità nella conoscenza del mondo e, soprattutto, nella conoscenza di sé.

Funzione principale del mito è di fondare l’unità del gruppo umano presso il quale si sviluppa: membri del gruppo credono in una verità proposta dal mito e hanno fede nella sua virtù. Il mito appartiene, allo stesso tempo, a ciascun individuo e a una ragguardevole comunità, per la quale funge da cemento, da veicolo di comunicazione.

La bella fabella

“Vi erano in una città un re e una regina.” Così inizia il racconto ecfrastico del celebre mito di Amore e Psiche. Senza dubbio è il classico inizio di ogni favola, tuttavia se si analizza nel profondo, del carattere intrattenitivo e licenzioso tipico delle favole ha molto poco.

La storia narra di una fanciulla, Psiche, dalla bellezza incomparabile. Se anche le sorelle maggiori fossero ammirate, la più piccola era venerata a tal punto che nessuno osava chiederla in sposa. Uomini da ogni dove si recavano in pellegrinaggio per poterla vedere e celebravano per lei i riti riservati a Venere.

La Dea adiratasi per gli affronti subiti (cominciava a girare la voce che fosse nata una nuova Venere terrestre) implora il figlio Amore di farla innamorare del peggiore tra gli uomini. Il Dio, allora, prende parte e raggiunge la fanciulla, tuttavia nel momento in cui sta per scoccare la freccia, si punge lui stesso e s’innamora perdutamente di Psiche.

Nel frattempo i genitori della bellissima principessa, allarmati perché fosse ancora nubile, si recarono dall’oracolo. Questi gli disse che la Dea era adirata e che Psiche sarebbe dovuta recarsi sulla cima di una rupe per andare in sposa a un terribile mostro.

La ragazza accetta il suo destino riconoscendo la sua bellezza come una sciagura e si appresta alle nozze. Giunta alla rupe viene rapita da Zefiro e condotta in un palazzo rivestito d’oro e pieno di ricchezze. Lo sposo le faceva visita solo di notte e Psiche non poteva vederlo.

Con il passare del tempo Psiche comincia ad affezionarsi e gli chiede di poter rivedere le sorelle. Lo sposo, inizialmente contrario, infine accetta. Le sorelle, facendole visita, inizialmente si rallegrano, ma poi cominciano ad essere invidiose della fortuna di Psiche.

Capendo durante la loro seconda visita che Psiche non aveva idea di chi fosse suo marito, la convincono che questi sia un drago assassino e che lei debba vederlo per poi ucciderlo.

Psiche seguendo i loro consigli quando il marito si addormenta, prende una lucerna e scopre che questi è Amore. A questo punto vorrebbe infilzare il pugnale nel proprio petto piuttosto che in quello dell’amante.

Mentre esamina le frecce dello sposo, accidentalmente si ferisce e diventa “Cupida di Cupido”. Avvicinandosi con la lucerna, una goccia d’olio brucia il Dio che si sveglia e abbandona Psiche. La ragazza, disperata, cerca di suicidarsi senza successo.

Ora, con l’inganno induce le sorelle a buttarsi dalla rupe convincendole che Zefiro le avrebbe condotte al palazzo del Dio che le avrebbe fatte loro spose. In seguito comincia a invocare tutte le Dee e infine, consigliata da Pan, prega il Dio dell’amore e sua madre.

Venere fa portare Psiche nel suo palazzo, comincia a picchiarla anche se gravida e le impone di superare quattro prove per ricongiungersi ad Amore:

  • Separare un miscuglio di diversi semi e fagioli entro l’alba;
  • Raccogliere la lana d’oro di alcune prodigiose pecore;
  • Attingere l’acqua dall’altissima rupe dove è la fonte dello Stige;
  • Portare alla Dea un vasetto di bellezza che si dovrà far dare da Persefone.

Con l’aiuto rispettivamente di formiche, una canna, l’aquila di Zeus e una torre, Psiche riesce nelle sue imprese ma, a un passo dal successo, apre il vasetto per voler prendere un poco di quella divina bellezza al fine di poter piacere di più all’amato.

La sostanza donatagli, però, è un veleno che la fa addormentare profondamente senza possibilità di svegliarsi. Nel frattempo Amore riesce a fuggire dalla cella in cui era stato imprigionato dalla madre e, con il consenso di Zeus, corre in aiuto dell’amata svegliandola e offrendole dell’ambrosia affinché divenga anche lei immortale.

Vengono dunque celebrate le nozze celesti e in seguito nasce la loro figlia: la Voluttà.

Il ruolo della favola all’interno del romanzo di Apuleio

Amore e Psiche

I toni squisiti e delicati della lunga novella sviluppano un intreccio parallelo e simmetrico alle avventure principali di Lucio nella proposizione della serie colpa-pena-espiazione-felicità.

Non è un caso che questa storia venga narrata esattamente al centro del romanzo: inizia nel IV libro per poi terminare nel VI. Colei che racconta è una vecchia proveniente dalla Tessaglia che cerca di tranquillizzare una promessa sposa rapita dai briganti che sono diventati i padroni dell’asino-Lucio.

“La favola è in realtà un’iniziazione al destino femminile che passa necessariamente per un cammino di sofferenza; infatti, Psiche può ricongiungersi all’amato soltanto dopo sciagure e sofferenze.” In entrambi, infatti, è l’iniziativa del femminile che mette in moto gli eventi: da una parte la protagonista, dall’altra la Dea Iside.

La solidificazione, la trasformazione di Lucio in Sole-Luce-Dio, è nello stesso tempo una trasformazione nel figlio di Iside, in Horus-Osiride oppure Arpograte, che viene generato e rigenerato dalla grazia della Grande Madre.

In ogni caso è il femminile ad assumere la guida con la redenzione di Lucio attraverso Iside e l’iniziazione ai suoi misteri. Se dietro la trasformazione di Lucio in asino e dietro le sue sofferenze c’era la malvagia Dea del destino, adesso è la buona Dea del destino che come Sophia-Iside, la più grande delle Dee s’impadronisce di lui e lo conduce alla redenzione.

Così, in modo impercettibile e quasi invisibile, questo evento si riallaccia alla favola di Psiche. Anche nella favola gli avvenimenti sono determinati dall’attività del partner femminile, cioè da Psiche.

Le metamorfosi di Eros, Eros come drago, Eros come mostro e marito, Eros dormiente e infine Eros Dio che salva Psiche e la desta all’esistenza più alta: tutti questi stadi non sono raggiunti dall’attività dello stesso Eros, ma attraverso le imprese e le sofferenze di Psiche.

È sempre lei quella che intraprende, soffre, realizza e porta a compimento, e in fondo anche la manifestazione del divino, di Eros, è determinata dall’attività amorosa e conoscitiva della parte femminile, dell’umana Psiche.

Nell’Eros della favola di Psiche come nel Lucio dell’iniziazione a Iside il corso degli eventi non deriva dall’attività dell’Io maschile ma dall’iniziativa del femminile.

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