Se puoi sognarlo, puoi farlo!
Indice
2: Introduzione
3: Geografia astronomica
8: Latino
11: Storia
14: Greco
18: Italiano
22: Inglese
26: Filosofia
29: Matematica 1
Introduzione
Troppo spesso finiamo per rifletterci negli occhi di sogni senza nome alcuno del nostro
prezzo, il prezzo di una vita intera a inseguire i nostri desideri più segreti con il volto e le
gambe di un tempo che, chissà perché, finisce troppo presto. A volte invece a sognare,
così come a vivere e a qualunque altra cosa che presupponga un certo spessore morale, si
impara pian piano, con lentezza, forse con vanità, la tremenda vanità di speranze con cui
si impara a giocare quando la partita è già finita. Eppure tutti custodiamo un sogno nascosto
in fondo alla porta del cuore, un castello di parole che, come ogni cosa di toccare
il cuore almeno una volta nella vita, prima o poi ritorna. Sì, perché in fondo non siamo
altro che ciò che sogniamo. È forse questo il privilegio di queste parole, di queste pagine,
così come di qualunque altro pezzo di carta pieno di parole, quello di essere
semplicemente ciò che si ricorda. Avevo sempre pensato che le cose più vere sono quelle
che si ricordano e, alla soglia degli esami di maturità, non mi resta che scrivere la storia di
quest’anno scolastico, la storia di Apuleio, la storia delle stelle, la storia di Giacomo
Leopardi, con le parole delle storie che ricordo ancora solo con la magia
dell’immaginazione. Una semplice resa dei conti, da bambino alla maturità, senza
presunzione alcuna di un cartone di << sogni e desideri >>. Sì, perché in fondo, in
fondo in fondo, - e questo non bisogna dimenticarlo – non siamo altro che ciò che ricordiamo.
Mario Cicerone
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- Pumbaa: Timoon!
- Timon: Sì?
- Pumbaa: Ti sei mai domandato cosa siano quei lumicini lassù?
- Timon: Pumbaa, io non mi faccio domande. Io le cose le so!
- Pumbaa: Oh! E che cosa sono?
- Timon: Sono delle lucciole. Lucciole che sono rimaste attaccate a quella grande cosa
nero-bluastra!
Geografia astronomica
Se riflettendosi negli occhi della carta di notte bluastra gli eroi Timon e Pumba
battezzavano le cornee stellari come lucciole rimaste attaccate a quella grande cosa nero –
bluastra, quei lumicini lassù che tutti i luminari del mondo chiamano stelle destano e
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hanno destato nello sguardo di chi le guarda, sia all’epoca del pleistocene come nell’era
dei vapori, mistero e curiosa vanità. Forse perché in fondo siamo sempre gli stessi, schiavi
del dorato decoro di stare dietro a qualcosa più grande di noi perché, così ci piace credere,
niente di più lontano è quanto più vicino e, in questa consequenziale inferenza, le stelle
sono più umane di quanto avessero mai pensato i due miliari poeti di Hakuna Matata. In
fondo, anche le stelle hanno diritto a una storia. Nello spazio interstellare prende la diffusa
onomastica di nebulosa una certa quantità di gas e polveri. Tal mistione rarefatta nello
spazio interstellare è soggetta a due forze bipolari: quella gravitazionale fra le particelle,
che tende a far collassare la nube su se stessa e quella di espansione termica, che tende
invece a espanderla. Se la nube è sufficientemente fredda, il delicato equilibrio che ne
contraddistingue la struttura portante di polveri può infrangersi in uno schiocco
gravitazionale addensato attorno a un particolare centro di gravità chiamato globulo di Bok,
dal nome dell’astronomo che per primo lo individuò negli anni Trenta del secolo scorso.
Durante un periodo di 100.000 anni il globulo ruota in una contrazione interna che ne
garantisce un aumento termico vertiginoso, sin quando le dimensioni sono di circa 100 UA
e la temperatura è salita a circa 10.000 K: allora si parla di protostella, un particolare tipo di
stella in cui non si sono ancora innescate le reazioni nucleari. La parte centrale della
protostella ruota sempre più vorticosamente e, con la destituzione degli strati più esterni
sotto le sfilettate infuocate della temperatura lungo l’asse di rotazione, il materiale
periferico si dispone in un disco. Se la massa della protostella è inferiore alle 0.08 masse
solari la stella si spegne lentamente trasformando in radiazione elettromagnetica tutta
l’energia gravitazionale: si parla di oggetto substellare, la nana bruna, vera e propria stella
abortita. Se invece la massa della protostella è superiore alle 0.08 masse solari e la
temperatura raggiunge i 10 milioni di gradi, si innesca la fusione dell’idrogeno e la stella
brilla finalmente di luce propria. La rappresentazione grafica della relazione tra tipo
spettrale e luminosità stellare è insita al diagramma H – R, vera e propria istantanea
ucronica dell’universo intero. 4
La massa ha un ruolo capitale per la vita di una stella giovane che, pur trovandosi
inizialmente nella sua fase più stabile della sua miliare esistenza, rimane nella sequenza
principale per un tempo che dipende proprio dalla sua quantità di materia totale. Una
stella di massa ridotta brucia le proprie risorse di idrogeno più lentamente, rimanendo più
a lungo nella sequenza principale; viceversa, una stella di massa elevata comporta alte
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temperature che ne sviscerano velocemente il serbatoio di idrogeno riducendo
drasticamente il periodo stabile della stella. Dopo aver esaurito invece tutto il proprio
idrogeno presente nel nucleo la stella, uscendo definitivamente dalla sequenza principale,
segue strade diverse secondo la segnaletica fondamentale della sua massa. Una massa sino
a otto masse solari non ha energia gravitazionale sufficiente per andare oltre la fusione
dell’elio in carbonio e ossigeno, ma sopperisce al collasso gravitazionale a cui è soggetto il
nucleo trasformandosi in gas degenere, particolare stato della materia giustificabile con la
meccanica quantistica, in cui la pressione vorticosa degli elettroni impedisce al nucleo di
precipitare su se stesso. Prende il nome di nana bianca il nocciolo densissimo, (circa una
tonnellata per cm) composto essenzialmente da carbonio, durante la contrazione del
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nucleo di una stella. Agli inizi degli anni Trenta fu l’astrofisico indiano Chandrasekhar a
porre il limite massimo, detto appunto di Chandrasekhar, circa 1.44 masse solari, oltre il
quale la pressione degenere non è più in grado di arrestare la morte della stella: gli
elettroni infatti si compattano nei nuclei atomici e fusi ai protoni generando una stella di
neutroni, possibile prodotto finale dopo lo scoppio di una supernova. La densità di una
stella a neutroni sfiora anche le 100 milioni di tonnellate per cm una massa rapportabile a
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quella del sole rinchiuso in una palla avente un raggio di una decina di kilometri. Verso la
fine degli anni Trenta del secolo scorso si scoprì che anche la stella a neutroni presenta un
limite, detto limite di Oppenheimer – Volkoff, di circa 2,5 masse solari, oltre il quale la
pressione degenere dei neutroni non è più in grado la sostenere la caratura ponderale
della stella in agonia. Per quanto concerne invece una stella superiore alle venti masse
solari, dal nucleo superiore al limite di Oppenheimer – Volkoff, la materia si dissolve nel
cosiddetto buco nero o in quella che l’astrofisico britannico, in virtù della difficoltà della
nostra mente a concepire grandezze infinite, chiamò singolarità. Il buco nero deve la sua
misteriosa onomastica alla sua capacità peculiare di catturare la luce senza che questa
possa evitarne il risucchio. Questo mi fa ritornare a quanto detto prima. In fondo, tutti
abbiamo diritto a una storia. Anche una stella.
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Mufasa: Simba, lascia che ti dica una cosa che mio padre disse a me. Guarda le stelle. I
grandi Re del passato ci guardano da quelle stelle.
Simba: Davvero?
Mufasa: Sì. Perciò quando ti senti solo, ricordati che quei Re saranno sempre lì per
guidarti. E ci sarà anche io...
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Latino
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« Lector, intende: laetaberis »
Il topico privilegio della trasformazione metamorfica in una sorta di biologica alienazione
in qualcosa che travalichi i confini umani è oggetto e soggetto dei capolavori letterari
scritti e redatti da due dei più importanti scrittori di romanzi della plurimillenaria storia
della letteratura: Carlo Collodi e Lucio Apuleio. Le Metamorfosi sono forse il
componimento che più contraddistingue la mistione tipica del romanzo di argomenti e
temi con un calzante anacronismo di generi letterari differenti, dalla storiografia alla
biografia, dalla satira menippea al racconto mitologico, in una sorta di labirinto di
eteronomie che nella sua narrazione, sebbene articolata e complessa, trova la sua più
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profonda veridicità. Le Metamorfosi constano di undici libri il cui numero peculiare,
totalmente scevro di qualsiasi numerologia letteraria di stampo classico e affine, trova
proprio nel suo ultimo tomo una fisionomia chiave e importantissima per la comprensione
di tutto il romanzo. La struttura presuppone una sorta di incastro di storie e digressioni
letterarie che, pur vivendo di autonomia propria, fungono da perle importantissime alla
corretta gnoseologia dell’opera. È questo il caso delle Fabulae Milesiae, tipiche per la
spinta licenziosità del linguaggio.
Nel sostrato fondamentale della narrazione il protagonista fondamentale è Lucio che, una
volta giunto in Tessaglia, è ospitato dall’usuraio Milone e dalla moglie Panfila, una maga.
Lucio, bramoso di sfiorare con lo sguardo gli occulti misteri della magia, assistito dalla
collaborazione della servetta Potide, assiste una sera alla trasformazione di Panfila in
barbagianni e, in un trionfo di stupore nuovo, chiede alla servetta di essere anch’egli di
essere trasformato in un uccello; ma per un banale errore della servetta, che sbaglia
ampolla, Lucio è trasformato in asino anziché in uccello, pur mantenendo intelligenza e
sentimenti umani, dal momento che la metamorfosi riguarda solo il corpo. A questo
punto, una sequela di avventure e disavventure conduce il povero Lucio, nelle vesti di
asino, da una banda di ladri sino a una caverna nella quale una vecchia tiene a bada una
fanciulla rapita al suo fidanzato raccontandole la favola di Amore e Psiche. È la storia di
una città lontana in cui vivevano un re e una regina che avevano tre bellissime figlie ma la
bellezza della più giovane - Psiche – era così straordinaria che qualsiasi parola umana era
insufficiente. Gelosa di cotanto splendore, Venere inviò allora Amore per fare innamorare
Psiche del peggiore tra gli uomini, ma il giovane dio, innamoratosi anche lui della ragazza,
la condusse in un castello incantato e la sposò con la condizione che la ragazza non
incontrasse mai il volto del suo sposo. Invece Psiche, mal consigliata dalle invidiose
sorelle, una notte accende la lucerna per guardare gli occhi dello sposo, ma una goccia d’
olio sveglia Amore, che la rifugge. Tutto ciò scatena l’ira di Venere, che impone a Psiche
una sequela di prove durissime per ricongiungersi finalmente al suo amato. Infine,
superate i collaudi impostale da Venere, Psiche è finalmente assunta tra gli dei e resta per
sempre sposa di Amore. La favola funge da fulcro centrale alle funzionalità semantiche e
ontologiche dell’intero romanzo. Psiche infatti, così come Lucio per le arti magiche, è il
simbolo della curiositas di guardare là dove non le è consentito, finendo per dover
superare numerose prove per salvare finalmente il suo paradiso perduto. Anche a Lucio
spetta lo stesso viatico di sofferenze per recuperare la propria natura umana. Infatti riesce
a fuggire da una serie di suoi proprietari sin quando, dopo un lungo viaggio, sulle rive del
mare gli appare la dea Iside, la quale gli consiglia di assistere alla
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Collegamenti interdisciplinari
- Geografia astronomica: Il re Leone e le stelle
- Latino: Pinocchio e Le Metamorfosi di Apuleio
- Storia: Anastasia e la Rivoluzione Russa
- Greco: Ercole e la figura dell'eroe
- Italiano: Il gobbo di Notre Dame, Leopardi e "A Silvia"
- Inglese: Oscar Wilde e Biancaneve
- Filosofia: Bergson e il Bianconiglio
- Matematica: Archimede Pitagorico e il Pi Greco