Tesina di
Giandomenico Bisceglie
Scuola media statale:
Antonino Pecoraro
Classe 3 C
Indice argomenti
- Italiano Pag. 3-5
- Fotografia dell’11 settembre Pag. 6-8
- Viaggio a Kandahar
- Afghanistan e integralismo Pag. 9-14
- Geografia islamico
- Storia del regime talebano Pag. 15-17
- Storia Energia elettrica Pag. 18-23
- Scienze th
- Child labour in the 19 century Pag. 24-25
- Inglese and in Arabian or developing countries today
- « Le racisme expliqué à ma fille » Pag. 26
- Francese
- (Tahar Ben Jelloun)
- Combustibili e fonti energetiche Pag. 27-33
- Tecnica
- Guernica (Pablo Picasso) Pag. 34-40
- Arte
- L’espressionismo in
- Musica A. Schoenberg Pag. 41-42
Fotografia dell’11 settembre
di Wisława Szymborska
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Wisława Szymborska è il nome di una poetessa e saggista polacca, il cui lavoro l’ha portata a ricevere nel 1996 il premio Nobel per la letteratura.
Nata nel 1923, è recentemente scomparsa (febbraio 2012) a Cracovia, la città che più ha amato e dove ha vissuto per quasi tutta la sua lunga vita. È stata una figura femminile molto importante per più aspetti. Nonostante il duro periodo della seconda guerra mondiale, Szymborska riuscì a diplomarsi nel 1941. Dopo varie vicissitudini ed esperienze, scrisse la sua prima poesia nel 1945 “Szukam słowa” (Cerco una parola). Una delle sue ultime opere pubblicate è una raccolta di poesie (Dwukropek - Due punti) che alla sua pubblicazione nel 2005 ebbe un enorme successo.
Ma a cosa è dovuta questa fama? Qual è il suo stile? Le sue opere hanno sempre rappresentato la vita reale ma l’interpretazione delle sue poesie non è affatto semplice. I contenuti hanno molteplici significati, contraddizioni, ma anche osservazioni
Fotografia dell’11 settembre
sia reali che fantasiose. La poesia “ ”è una di quelle che mi ha colpito. Leggiamola insieme
Sono saltati giù dai piani in fiamme –
uno, due, ancora qualcuno
sopra, sotto.
La fotografia li ha fissati vivi,
e ora li conserva
sopra la terra verso la terra.
Ognuno è ancora un tutto
con il proprio viso
e il sangue ben nascosto.
C’è abbastanza tempo
perché si scompiglino i capelli
e dalle tasche cadano
gli spiccioli, le chiavi.
Restano ancora nella sfera dell’aria,
nell’ambito di luoghi
che si sono appena aperti.
Solo due cose posso fare per loro –
descrivere quel volo
senza aggiungere l’ultima frase.
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Il giorno 11 settembre 2001, alle 8.45 e alle 9.03, ora di New York, due aerei partiti da Boston e diretti a Los Angeles, dirottati da terroristi kamikaze di Al Qaeda, vengono scagliati, uno dopo l’altro, sulle torri gemelle del World Trade Center di Manhattan. Le Twin Towers, in fiamme, crollano poco dopo. Il sindaco di New York, parla di oltre 20.000 vittime. Mentre New York è ancora in preda al terrore, un terzo aereo dirottato viene fatto precipitare sul Pentagono a Washington, mentre un quarto viene abbattuto in Pennsylvania prima di raggiungere il suo obiettivo. È una tragedia che colpisce tutto il mondo civile.
L’11 settembre del 2001 c’erano ancora Saddam Hussein in Iraq e il regime dei talebani in Afghanistan, protagonisti di spargimento di sangue e terrore in territorio afghano; c’era Bin Laden, la mente del piano terroristico, successivamente catturato e ucciso. C’era un altro Papa, Giovanni Paolo II con una sua la frase “giorno nero dell’umanità” che ci ha fatto tanto riflettere. C’era un altro presidente americano, il contestato George W. Bush, mentre adesso c’è Obama che più che al terrorismo deve pensare alla devastante crisi economica.
Eppure, ogni volta che pensiamo a quell’attacco, si rivivono le stesse emozioni, e si ripensa a determinate immagini: gli aerei, la palla di fuoco nelle Torri, la gente coperta di polvere, le persone che si gettavano dalle torri in fiamme scegliendo di non finire divorate dal fuoco ma sfracellandosi al suolo.
Quel giorno erano tutti pietrificati davanti a quella scena: la CNN ritrasmessa dalle televisioni di tutto il mondo ma ne è rimasta colpita anche la poetessa polacca Wisława Szymborska, Premio Nobel 1996: questa è la poesia che tributò in occasione del primo anniversario dell’11 settembre.
La sua poesia è agghiacciante perché: non grida come hanno fatto i media, anzi dice sottovoce, come se le cose parlassero da sole. Parla delle vittime che hanno visto tutti, quelle cioè che si sono lanciate dalle Torri in fiamme.
Pochi però hanno riflettuto sui minimi particolari. Lei analizza questo attentato come se ne avesse scattato una foto, fermando nella sua mente e nei suoi occhi quei terribili momenti, descrivendoli con una tale precisione che anche per uno come me, che ancora non era nato, è rimasto trafitto dalla tragedia. Ho visto e rivisto tante volte quei video sul web, è stata una vera strage.
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Gli spiccioli che cadono, le chiavi, rappresentano tutta una vita che c’è ancora ma che non ha più un futuro perché è destinata a morire. Sono quei dettagli che sfuggono all’attenzione dei media e dei giornali. I versi di Szymborska sono semplici. I volti non si vedono bene, sono coperti dalle mani, nascosti dal sangue o dai capelli scompigliati, ma ci sono. “Ognuno ha il proprio viso”, quello che lo rende unico. Ma l’attentato ha leso l’identità di ciascuno di loro che schiantandosi al suolo divengono irriconoscibili. Il poeta, dunque invoca un silenzio rispettoso di chi aveva perso la vita, e di chi, con dolore, è rimasto.
Viaggio a Kandahar
M M
Di Mohsen Makhmalbaf
Viaggio a Kandahar (Safar-e Qandahār) è un film del 2001 diretto dal regista iraniano Mohsen Makhmalbaf e girato in parte in Afghanistan durante il regime talebano e in Iran.
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È stato presentato in concorso al 54º Festival di Cannes, dove ha vinto il Premio, e dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 ha attirato l’attenzione di molti spettatori. Nafas è una ragazza canadese, che avendo ricevuto una lettera dalla sorella che minacciava di suicidarsi durante l’eclissi, decide di andare a Kandahar prima che questo accada. Nascosta dietro un burqa, Ella, la sorella dal Canada, riesce ad attraversare il confine insieme ad una famiglia di rifugiati. Quando sono rapinati dai briganti e la famiglia se ne torna indietro, lei decide di continuare per la sua strada, prima insieme ad un ragazzo da poco espulso da una scuola coranica perché non pregava con il tono giusto, poi da Tabib, un afroamericano, finto medico ed ex soldato, convertito all’Islam alla ricerca di Dio ma disilluso dal verso che hanno preso le cose con il governo dei talebani.
Nafas si rende sempre più conto del rigore e della severità con cui i Talebani trattano le donne e la distruzione della società afgana dopo anni di guerra. La sua guida, che si nasconde dietro ad una barba falsa, le fa notare che l’unico progresso tecnologico ammesso nel paese è quello delle armi. Man mano che proseguono, Nafas registra le sue impressioni su un registratore portatile nascosto sotto il velo. Vede bambini spogliare cadaveri per sopravvivere, ragazzi che in una scuola coranica apprendono a memoria il Corano in arabo (pur non sapendolo parlare) e poi armano un AK-47, persone che lottano per avere un arto artificiale di cui potrebbero aver bisogno qualora finissero su un campo minato ed un dottore che esamina le pazienti donne attraverso un buco di una tenda.
Nafas non ritrova sua sorella. Arrivano in un ospedale da campo, dove la Croce Rossa ha allestito qualche tenda per provvedere ai bisogni dei mutilati dalle mine nascoste dappertutto nel terreno. I mutilati aspettano le protesi per le gambe e, quando si annuncia l’arrivo dell’aereo che lancia il prezioso carico, tutti gli corrono disperatamente incontro. Nascosti dal burka, la coppia si unisce ad una festa nuziale che è improvvisamente interrotta dai Talebani perché allietata da strumenti musicali e canzoni proibite dalla legge afgana.
La sua guida viene scoperta e catturata. La pattuglia talebana concede a Nafas il permesso di continuare il cammino solo perché la donna ha dichiarato di essere la cugina della sposa, e quindi potrà proseguire insieme ad altri membri del corteo nuziale. Alla fine del film, Nafas si appresta a entrare in Kandahar al calare del sole. Nell’ultima scena del film, si intravede l’eclissi il che è un chiaro segno del fatto che non sia riuscita a far sopravvivere la sorella.
È innanzitutto un film di denuncia per quella che è la condizione del popolo afgano. È in primo luogo la denuncia verso quella che è la condizione della donna afgana, costretta dal regime fondamentalista dei talebani all’invisibilità, cancellata dai pesanti burqa che le vengono imposti.
Ma cancellata anche dalla miseria culturale nella quale la si obbliga, con la chiusura di tutte le scuole femminili, e dalla totale scomparsa di ogni diritto civile, in una terra dove una donna non può parlare con alcun uomo che non sia il marito, neanche con il medico che dovrebbe curarla.
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il marito, neanche con il medico che dovrebbe curarla. Ma è anche una denuncia contro la guerra dichiarata che insanguina l’Afghanistan da oltre venti anni, che uccide e porta miseria, e contro la guerra non dichiarata delle mine antiuomo, che uccidono e mutilano uomini donne e bambini. Mine che vengono nascoste dentro le bambole e nei giocattoli, o disseminate nei campi, in una follia che vuol generare solo morti e lutti.
Nei mutilati che rincorrono gli arti artificiali paracadutati dagli elicotteri della Croce Rossa, nelle bambine alle quali viene insegnato a non raccogliere bambole da terra, negli uomini travestiti da donne per sfuggire alla polizia. Un film fatto dai molti personaggi che affiancano Nefas nel suo viaggio, e che raccontano l’Afghanistan con le loro piccole storie di miseria e rassegnazione, o di speranza e di ricerca.
Ma forse più di tutte è forte la denuncia dell’uso che si fa costantemente della religione in Afghanistan. Un paese nel quale tutti coloro che combattono e uccidono gridano “Dio è con noi”.
Su tutte forse è da ricordare quella di un medico, un afroamericano di religione musulmana venuto in Afghanistan a combattere i sovietici con la speranza di incontrare Dio. Una ricerca che è purtroppo destinata a fallire in un paese dove si uccide in nome di Dio. E tra morte e assassinii questo medico risponde con la misericordia umana di aiuto nei confronti di questo popolo. Un popolo costretto a vivere celato nei burqa della donne, e in tutti quei burqa metaforici, simbolo di ignoranza e violenza e oppressione, che vengono imposti a tutti gli afgani.
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Afghanistan e integralismo
Islamico
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Stato dell’Asia centrale, privo di sbocco al mare, compreso fra Turkmenistan, Uzbekistan, Tadzikistan, Iran e Pakistan. La possente catena Hindukush (Uccisore di Hindu) attraversa il paese da est a ovest e lo rende ricco di corsi d’acqua. Il fiume Kabul scorre verso est per sfociare nell’Indo mentre molti altri come l’Helmand, il Farah e l’Harirud scompaiono tra le sabbie del deserto. A sud si estende il “deserto della morte” chiamato Dasht-i-Margo.
Il clima
Nei periodi invernale e primaverile si verificano le precipitazioni. All’altitudine del Paese si devono le forti escursioni termiche diurne e stagionali; la temperatura media è di 12-13 ºC, passando, a Kabul, da una media invernale di 0 ºC a una estiva di 25 ºC. Nelle sezioni meridionale e orientale si ha un clima quasi tropicale, generalmente mite, che consente colture mediterranee. La vegetazione varia anch’essa fra la regione meridionale, desertica e pressoché priva di copertura arborea, e l’altopiano settentrionale, dove a volte la vegetazione diventa lussureggiante.
Popolazione
Gli afghani costituiscono un complesso mosaico etnico e linguistico. Si distinguono generalmente due grandi ceppi: l’iraniano, nettamente predominante, che comprende i pashtun e i tagiki e il mongolo, fra cui si segnalano gli uzbechi, gli hazari e i turkmeni. La popolazione afghana è per larghissima parte rurale, nomade e semi-nomade. I nomadi sono per lo più
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pastori pashtun che migrano stagionalmente al seguito degli armenti (cammelli, asini e ovini). Circa un quinto della popolazione è urbana. Kabul, la capitale, ha subito un forte incremento di abitanti in fuga dalle zone di guerra. Ad essa seguono per dimensione Kandahar, Hert, Mazar-i-Sharif. La speranza di vita alla nascita è di 45 anni. Diffuso l’analfabetismo (il 70%). La religione è musulmana.
Colture alimentari
Vanno ricordati i cereali (frumento, mais, riso, orzo), la frutta (uva, albicocche, prugne, mele, pesche, arance). Tra le colture industriali spiccano il cotone e la barbabietola. Tutte queste produzioni sono state gravemente compromesse dalla guerra; l’unica in espansione è quella del papavero da oppio.
Allevamento
L’allevamento è sia bovino sia ovino, anche se le mine abbandonate hanno reso i pascoli pericolosi.
Risorse
Grave invece la crisi del settore industriale. Pur essendoci grandi quantità di gas naturale, di ferro, carbone, rame, ferro, zinco, berillio, minerali preziosi sono poco sfruttati. Le potenzialità idroelettriche sono enormi, data l’abbondanza di corsi d’acqua, ma la produzione di energia copre solo il 41% del fabbisogno. In alcune province la produzione artigianale di tappeti rimane l’unica attività al di fuori dell’agricoltura e dell’allevamento.
Terziario
La persistente turbolenza politica degli anni ’80 e ’90 ha definitivamente scoraggiato il turismo, che pure potrebbe essere attirato dalle bellezze naturali e artistiche. Privo di una rete ferroviaria, il paese possiede una rete stradale relativamente estesa anche se in cattive condizioni. Per quanto riguarda il commercio, i principali prodotti d’esportazione ufficiale restano gas naturale, frutta, cotone, lana, tappeti. Fra le importazioni si segnalano prodotti industriali e beni di consumo. Sfugge alle rilevazioni ufficiali il proficuo commercio dell’oppio, esportato per la lavorazione dell’eroina in Pakistan.
Terrorismo islamico
Il terrorismo è, dopo la guerra, la forma di violenza politica più importante. Il terrorismo ha raggiunto l’apice della sua triste fama l’11 settembre 2001 con l’attentato alle Torri Gemelle. Dopo questa data, il mondo ha conosciuto in diretta televisiva un nuovo tipo di terrorismo: fondamentalista, islamico, jihadista; termini utilizzati per indicare il terrorismo religioso a matrice islamica.
Questo lavoro in seguito, prenderà in esame il gruppo terroristico di Al Qaeda, primo vero esempio di iperterrorismo. L’iperterrorismo è un tipo di terrorismo globale in quanto non colpisce un singolo territorio ma minaccia il mondo intero
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attaccando ovunque e in qualsiasi momento ed è in questo caso religioso perché è di matrice islamica. Al Qaeda è un gruppo terroristico moderno poiché utilizza telefoni cellulari, computer portatili, siti internet per terrorizzare il mondo a colpi di videomessaggi trasmessi sull’emittente satellitare araba Al Jazeera. Diciamo che il carattere che distingue il terrorista islamico è il suicidio religioso.
I primi kamikaze diventano protagonisti della storia, durante la seconda guerra mondiale. Sono militari giapponesi che con i loro aerei carichi di carburante ed esplosivo, si lanciano contro le navi statunitensi nell’estremo tentativo di fermare l’avanzata americana. Il kamikaze sacrificava se stesso per tenere il nemico lontano dal territorio nazionale e attaccava soldati armati, non donne e bambini.
Il combattente islamico, invece, porta la strage nell’ambito dei “nemici infedeli” cioè contrari all’Islam facendosi saltare con l’esplosivo nella prospettiva di raggiungere immediatamente il paradiso. In Occidente viene denominato impropriamente “kamikaze” ma egli si considera uno “shaid”, termine coranico che significa “martire” nel significato originale del termine greco cioè “testimoni” e precisamente quelli che muoiono combattendo contro gli infedeli.
Qualche tempo fa si è cominciato a parlare di “shaid” quando giovanissimi iraniani (“pasdaran” cioè “guardiani della rivoluzione”) si cingevano il capo con un nastro sul quale erano scritti dei versi del Corano, avanzavano sui campi minati dove morivano facendo esplodere le mine. Non si trattava però di terrorismo: semplicemente di militari che si immolavano nell’ambito di una guerra regolare.
In seguito però il fenomeno è dilagato e trasformato: lo “Shaid” è una persona che si lascia esplodere uccidendo indiscriminatamente tutti quelli che sono intorno a lui, considerati comunque nemici. Particolari riferimenti vanno fatti soprattutto alle organizzazioni fondamentaliste islamiche, quali “Al Quaeda”, come prima avevamo accennato, responsabile di diversi attentati terroristici, tra i quali quello più eclatante è l’attacco alle Torri Gemelle (Twin Towers) dell’11 settembre 2001.
Lo psichiatra della CIA Jerrold Post, del quale ho letto una breve intervista fatta a diversi capi terroristi arrestati affermava che era necessaria una distinzione tra il kamikaze palestinese e quello di Al Qaeda. In base alle “autopsie psicologiche” degli attentatori suicidi, il palestinese ha in media tra 17 e 22 anni, non ha studiato, è disoccupato e celibe. Lo hanno convinto dicendogli che comunque non potrà avere una vita decente, a causa della sua origine.
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Introduzione: terrorismo islamico, tesina
Il terrorismo e l'integralismo islamico e le sue interconnessioni con la società attuale.
Collegamenti
- Italiano: Fotografia dell’11 settembre
- Viaggio a Kandahar
- Geografia: Afghanistan e integralismo islamico
- Storia: Storia del regime talebano
- Scienze: Energia elettrica
- Inglese: Child labour in the 19th century and in Arabian or developing countries today
- Francese: «Le racisme expliqué à ma fille» (Tahar Ben Jelloun)
- Tecnica: Combustibili e fonti energetiche
- Arte: Guernica (Pablo Picasso)
- Musica: L’espressionismo in A. Schoenberg