Stupefacenti alterazioni
Viaggio nel proibito tra letteratura e chimica
Istituto tecnico per attività sociali «Vendramin Corner» (VE)
V D indirizzo biologico Brocca
Anno scolastico 2012/2013
Diego Zampieri
Stupefacenti alterazioni
Viaggio nel proibito tra letteratura e chimica
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Sommario generale
Sommario generale 2
I ‘Paradisi artificiali’ di Baudelaire 3
La ‘polvere folle’ di Gabriele D’Annunzio 6
Le ‘Guerre dell’Oppio’ 9
Schopenauer, la vita è noia 13
L’Analisi (GC) per la ricerca delle sostanze nelle urine 15
Fonti utilizzate: Bibliografia e Sitografia 18
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I ‘Paradisi artificiali’ di Baudelaire
“È facile cogliere il rapporto esistente tra
le creazioni sataniche, i poeti e le creature
viventi che si sono date agli eccitanti.”
Charles Baudelaire, Paradisi artificiali
In un’epoca decadente, a partire da Baudelaire, l’uso delle droghe viene teorizzato come
una via efficace per il potenziamento delle facoltà conoscitive umane, come una
scorciatoia verso orizzonti inauditi e affascinanti. Baudelaire non è stato né il primo né
l’ultimo ad affrontare da un punto letterario il problema delle droghe, ma le sue opere
hanno sempre destato un grande interesse, in quanto esprimono particolari sensazioni e
profondi giudizi filosofici e morali procurati da esperienze dirette. I paradisi artificiali è il
titolo di un saggio sugli effetti delle droghe di Charles Baudelaire. In questo scritto l’autore
descrive le sensazioni provate dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti quali hashish,
oppio e vino. Nella prefazione, annuncia subito di voler fare un libro "non di pura filosofia,
ma soprattutto di morale ". Vuole dimostrare che " i cercatori di paradisi fanno il loro
inferno, lo preparano, lo scavano con successo la cui previsione forse li spaventerebbe.
L’autore lo presenta come uno scritto di morale; anche se manca qui una vera "morale",
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cioè una condanna precisa dell’uso degli stupefacenti. L’Inferno, da cui Baudelaire ci
vuole mettere in guardia è quello della degradazione e dell’impotenza che possono
derivare dagli abusi. A chi viene attratto dagli effetti "meravigliosi" delle droghe, lo
scrittore ne mostra le deleterie e funeste conseguenze finali, cioè gli spaventosi risvegli
del giorno dopo, le ebbrezze del sogno. Nella prima parte de I paradisi artificiali, cioè ne Il
poema dell’hascisc egli afferma che il vino è "un meraviglioso liquore" nel quale tutti i
dispiaceri possono essere annegati. Invece "l’hascisc non si addice all’azione. Non
consola come invece fa il vino; esso non fa altro che accentuare oltre misura i tratti della
personalità umana nelle circostanze del momento". Nella prima parte de Il poema
dell’hascisc chiamata Il gusto dell’infinito, Baudelaire spiega gli elementi che spingono
l’uomo a ricercare i presupposti capaci di innalzarlo sopra se stesso, identificandoli "nei
momenti di beatitudine che nulla sembra umanamente giustificare né meritare, una vera e
propria grazia paradisiaca". In parole povere ricercare nell’elevazione spirituale un dono
gratuito non sapendo spiegarsi come l’uomo razionale possa servirsi di mezzi artificiali per
raggiungere la beatitudine. Le droghe possono far vivere l’uomo nel mondo dell’inconscio
per alcuni momenti, ma quando l’effetto finisce lasciano un senso di vuoto e di
insoddisfazione. Nel saggio da un’iniziale elogio della droga quale strumento umano per
soddisfare il "gusto dell’infinito" si passa ad una irrimediabile condanna: l’Artista, che
segue i Principi Superiori dell’Arte, non può che rifiutare la droga come mezzo di
creatività. Baudelaire afferma che "orrenda è la sorte dell’uomo la cui immaginazione,
paralizzata, non sia più in grado di funzionare senza il soccorso dell’hashish o dell’oppio".
Oppio al quale ben presto si diede il poeta in quanto secondo lui, "dilata quel che non ha
limiti, prolunga l’illimitato, approfondisce il tempo, sviscera la voluttà, e riempie l’anima
oltre ogni limite di piaceri neri e cupi scrive nella poesia Veleno 1857. Come si fa a non
riconoscere a non ricercare più queste immensità, questi piaceri cupi, il "paradiso" che si
è conquistato una volta e che si può riconquistare a volontà? In questo saggio Baudelaire
paragona gli effetti del vino e dell’hashish, opponendo i positivi risvolti sociali provocati dal
primo all’annullamento della volontà del secondo. Esalta quindi il vino, considerandolo il
più sano e sociale fra gli strumenti che l’uomo adopera per esalare la propria personalità,
per ravvivare le sue speranze ed elevarsi all’infinito e condanna l’hascisc, una droga che
gustò poco ma che nonostante il giudizio negativo nei suoi confronti, accomuna al vino
poiché entrambi capaci di eccessiva esaltazione poetica. Se da una parte dunque, il vino
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per Baudelaire esalta la volontà, "l’organo più prezioso" di un Artista, l’hashish la annulla,
diventando "inutile e dannoso" per l’uomo creativo. L’esperienza dell’hashish, pur dunque
condannata, non viene respinta però totalmente: tra gli effetti di questa droga infatti
Baudelaire ricorda la scomparsa del Tempo e le sinestesie create tra suoni, colori,
profumi, "corrispondenze" che entreranno a far parte della sua poesia e la
caratterizzeranno per sempre. Quel che però più colpisce chi legge Baudelaire
sull’hascisc e sul vino è che esse appaiono come realizzazione circostanziate di un
viaggio in paesi immaginari, ove la ragione sembra ancora resistere dinanzi ad uno
spettacolo che affonda i nostri sensi fino a farci dimenticare di essere. Era prevedibile che
quest’uomo solo, cercatore d’infinito e militato del quotidiano, innamorato del piacere e
spronato da un’intelligenza meravigliosamente acuta, vigile e serena a veder chiaro anche
in ciò che non accadeva sotto i suoi occhi; abbandonato alla forza del sogno e prostrato
dal dolore, della malattia, dal vizio, dall’impotenza; attratto dall’esperienza dell’abisso e
pur sempre sorretto da uno straordinario equilibrio: che quest’uomo dovesse solo
occuparsi a varie riprese della droga, lo spirito di poeta e con spirito tecnico, quasi
professionale, come se si trattasse di un problema così vitale e che investiva anche
l’intelletto e la morale. La droga non era un surrogato dell’amore: un qualcosa che dà ciò
che l’amore non può dare. È un paradiso conquistato senza bisogno dell’altro, dove non
c’è nessun chirurgo e nessun paziente. La personalità che scompare, il senso
dell’oggettività che giunge a farci confondere con la natura circostante, planate
nell’azzurro immensamente disteso, fino alla scomparsa del dolore e della nozione del
tempo, o fino a che la musica e l’esistenza delle immagini note dall’acqua ci conducano
ad ebbrezza vertiginosa: tutto questo è seguito e descritto da chi, immerso in una felicità
assoluta, riesca subito dopo a ricordare con una lucidità che non ha subito scosse. Tutti i
problemi filosofici sembrano risolti. Tutte le ardue schematologie dei teologi sono limpide
e chiare. Eppure la contraddizione non si spegne nel suo spirito pervenuto a un così alto
grado di "virtù e d’intelligenza che vive nella solitudine e nel pensiero. La distanza tra la
notte e la luce si fa più acuta, nel momento in cui l’ivresse sta per assolversi. Sveglio, egli
scava in se stesso la distanza incommensurabile tra i due mondi: uno dominata dal
tempo, e l’altro in cui il tempo è scomparso.
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La ‘polvere folle’ di Gabriele D’Annunzio
“Ho cercato l’oblio fuori del mondo e dopo
la malvagia ebbrezza, dopo il torbido letargo
dato dalla estenuazione del corpo e del
narcotico pericoloso avrei bisogno di sazietà”
D’Annunzio, appunto trovato al Vittoriale
Nasce a Pescara nel 1863 e studia a Roma senza tuttavia laurearsi. Diventa in breve
tempo protagonista della vita culturale e sociale della città. Sposa una duchessa con cui
ha tre figli, ma presto abbandona la famiglia.