Dalla solitudine alla creazione
“Non si dà creazione senza sofferenza, e la grande arte nasce solo da grandi sofferenze, non è così?” diceva l’amante di uno scultore nel libro “Follia” di Patrick McGrath.
Forse che la solitudine e la sofferenza da essa provocata siano qualcosa di positivo per l’arte? In fondo, l’arte cos’è se non ciò che di più oscuro si nasconde nella mente umana? Chi meglio di Van Gogh può esprimere questo concetto?
Nella sua arte, che metterà le basi per l’espressionismo, ogni linea ed ogni colore esprimono quelli che erano i moti del suo animo, un animo turbato, capace di passare da stati di completa euforia, alla calma, alla peggiore tormenta.
Quest’artista era ben consapevole della sua solitudine, della sua condizione di isolamento. Lui stesso si definisce un “uccello in gabbia”. L’unico modo che aveva per esprimere sé stesso, per essere ascoltato era proprio la sua pittura, i suoi colori, di cui era innamorato, per cui sacrificava tutto sé stesso.
L’unico contatto col mondo esterno furono Gaugin ed il fratello Theo. Le lettere che si contano fra i due sono più di ottocento.
Ma è nel periodo del manicomio che Van Gogh esprime meglio il suo turbamento, prende coscienza del suo essere solo nella tela “Cipressi”, questi alberi erano un simbolo molto importante per lui, diceva che erano gli unici alberi ad avere un proprio colore nella notte, eppure stavano a rappresentare la sua solitudine.
Il quadro con le sue pennellate allungate e la sua natura trasfigurata ci dice esplicitamente “sono solo, ma so di essere un grande pittore”. Un pittore che però, non venne mai apprezzato se non fino alla sua morte, ma questa è una sorte toccata a molti.
L’arte e l’isolamento
L’isolamento e l’allontanarsi dal mondo “normale” che ci circonda, hanno fatto sì che nascessero i più grandi quadri, romanzi, composizioni e sculture.
Creare significa proprio questo. Dare forma ad un niente che pesa troppo all’animo umano per rimanere sepolto.
Di questo parlava Nietzsche quando definiva l’artista il primo Oltreuomo, ovvero un uomo diverso dagli altri, che riusciva ad andare oltre la massa, a vedere qualcosa che gli altri non vedono, a creare qualcosa di nuovo, nonostante fosse posto davanti al nulla, poiché per Nietzsche l’esistenza non ha alcun senso.
Quest’oltreuomo che, guidato dalla volontà di potenza, dalla voglia di affermare la propria vita e di dire sì alla vita, riesce a rimettere in scena la tragicità della vita.
Tragicità della vita significava riuscire a riportare l’equilibrio fra la parte razionale dell’uomo, l’apollinea, e quella irrazionale, la dionisiaca.
Già nella prima fase del suo pensiero aveva dato importanza all’arte, affidando la rinascita culturale a Wagner, visto come genio creatore, capace di cogliere la vera essenza della vita.
Nel periodo illuminista l’arte verrà messa in discussione e ritenuta di stampo mitico, per poi essere recuperata nell’ultimo periodo, la fase del tramonto, dove Nietzsche rivaluterà la figura dell’artista.
Gli artisti e la condizione solitaria
C’è da chiedersi come gli artisti e le grandi menti vivessero la loro condizione solitaria. Una condizione che, a mio parere, non è una scelta di vita.
I personaggi di cui ho parlato erano ai margini della società, ritenuti folli, dei pazzi. Se davvero l’uomo è un animale sociale, allora non deve essere così semplice sentirsi diversi, non capiti, solamente perché si fa qualcosa che si ama, solo perché si cerca di lasciare qualcosa di grande per le generazioni che verranno.
Ecco forse il motivo per il quale alcuni di questi grandi artisti sentivano il bisogno di sfuggire alla realtà.
Esempio perfetto è il poeta maledetto francese Baudelaire. La sua vita fu molto difficile sin da ragazzino, era un ribelle, non ubbidiva a nessun tipo di regole, soffrì la morte del padre e l’odio verso la madre. Una delle figure forse più emblematiche della letteratura francese.
Pieno di debiti e sogni di ribellione, condusse una vita difficile. Tentò di rimediare alla sua solitudine prima con l’amore tormentato con Jeanne Duval, ma si sa, gli artisti difficilmente riescono a chiudersi in una relazione stabile, allora decise che l’unico modo per scappare all’“umore nero” erano i paradisi artificiali, la droga, il vino.
Non era un semplice fuggire da vigliacco. Baudelaire ci vedeva qualcosa nel vino. Nella poesia “Le vin du solitaire” che si trova nei “Fiori del male”, il poeta dà vita alla bottiglia e la elogia. Solo ella poteva renderlo “trionfante e simile a Dio”.
L’estetismo e la fuga dalla realtà
C’era chi invece scappava dalla propria sofferenza scegliendo di vivere circondato dall’arte, lontano dalla vita e dalla gente mediocre.
C’era chi sceglieva di vivere seguendo i principi dell’estetismo, come ad esempio Oscar Wilde. La sua vita fu breve ed intensa, visse solamente 46 anni e fra questi ci furono anni davvero difficili per lui.