La sindrome di Narciso
Il mito di Narciso, a partire dalla versione latina di Ovidio e da quella greca di Pausania è, tra i miti classici, uno di quelli in cui è possibile notare la presenza pressoché ininterrotta nella cultura occidentale, per la sua valenza metaforica e simbolica nella cultura medievale, come fonte per l’immaginazione nell’età barocca e per finire come riferimento ad un atteggiamento esistenziale, psicologico e talvolta perfino patologico, nell’età contemporanea.
Narciso è una figura mitologica greca, figlio di Cefiso, divinità fluviale, e della ninfa Liriope. Secondo il mito narrato da Ovidio nelle Metamorfosi Narciso era un bellissimo giovane, di cui tutti, sia donne che uomini, si innamoravano alla follia. Tuttavia Narciso preferiva passare le sue giornate cacciando, non curandosi delle sue spasimanti; tra queste era la ninfa Eco, condannata da Giunone a ripetere le ultime sillabe delle parole che le venivano rivolte, poiché le sue chiacchiere distraevano la dea, impedendole di scoprire gli amori furtivi di Giove. Rifiutata da Narciso la ninfa, consumata dall’amore, si nascose nei boschi fino a scomparire e a restare solo un’eco lontana.
Non solo Eco, ma tutte le giovani ed i giovani disprezzati da Narciso, invocarono la vendetta degli dei. Narciso venne condannato, da Nemesi, ad innamorarsi della sua immagine riflessa nell’acqua. Disperato perché non avrebbe potuto soddisfare la passione che nutriva, si struggeva in inutili lamenti, ripetuti da Eco. Resosi conto dell’impossibilità del suo amore Narciso si lasciò morire.
Quando le Naiadi e le Driadi cercarono il suo corpo per poterlo collocare sul rogo funebre, trovarono vicino allo specchio d’acqua il fiore omonimo.
La versione greca del mito
Il mito greco, invece, narra che Narciso aveva molti innamorati che lui costantemente respingeva fino a farli desistere. Solo un giovane ragazzo, Aminia, non si dava per vinto, tanto che Narciso gli donò una spada perché si uccidesse. Aminia, obbedendo al volere di Narciso, si trafisse davanti alla sua casa, avendo prima invocato gli dei per ottenere una giusta vendetta.
La vendetta si compì quando Narciso, contemplando in una fonte la sua bellezza, restò incantato dalla sua immagine riflessa, innamorandosi perdutamente di se stesso. Preso dalla disperazione e sopraffatto dal pentimento, Narciso prese la spada che aveva donato ad Aminia e si uccise.
Dalla terra sulla quale fu versato il suo sangue si dice, di nuovo, che spuntò per la prima volta il fiore che da lui prese nome.
La metamorfosi di Narciso di Salvador Dalì
“Metamorfosi di Narciso” 1936-1937, di Salvador Dalì, Tate Gallery di Londra.
Il quadro rappresenta il momento in cui Narciso si specchia nel fiume, e, successivamente la sua trasformazione nel fiore che poi prenderà il suo nome. Lo stesso autore del dipinto è rinomato per essere egli stesso un narcisista.
La storia del fiore di Narciso, comunque, presenta delle incoerenze, dal momento che nel mito di Persefone la protagonista, prima di essere rapita da Ade, si trovava in un prato a raccogliere narcisi (ovviamente la fonte precede il racconto di Ovidio).
Narciso nella cultura classica e medievale
Ovidio fu una figura di rilievo, che contribuì al protendersi della cultura classica e quindi del mito di Narciso attraverso il Medioevo fino ai giorni nostri.
A dimostrazione di ciò, nella Divina Commedia, nel terzo canto del Paradiso Dante, alla vista delle anime quasi trasparenti, scrive:
Quali per vetri trasparenti e tersi,
o ver per acque nitide e tranquille,
non sì profonde che i fondi sien persi,
tornan d’i nostri visi le postille
debili sì, che perla in bianca fronte
non vien men tosto a le nostre pupille;
tali vid’io più facce a parlar pronte;
per ch’io dentro a l’error contrario corsi
a quel ch’accese amor tra l’omo e il fonte.
La sua attenzione è attratta da deboli parvenze di volti, simili a immagini riflesse nell’acqua e dice di essere incorso nell’errore opposto a quello di Narciso, citando così le Metamorfosi di Ovidio: mentre Narciso aveva creduto che il suo riflesso fosse un’altra persona, Dante, al contrario, crede che le anime che gli si mostrano di fronte, siano in realtà riflesse in uno specchio d’acqua.