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Specchio tra scienza e coscienza

Giulia Barsotti V° b

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Specchio tra scienza e coscienza Giulia Barsotti V° b

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Specchio tra scienza e coscienza Giulia Barsotti V° b

Introduzione

Tutto è iniziato guardando una divertente scena del comico Max Linder.

Immagini del film: Seven years bad luck, (sette anni di guai) girato nel 1921 dal comico francese Max Linder (Saint-Loubès, 6 dicembre 1883 Parigi, 31 ottobre 1925) in Seven years bad luck, in una delle prime mirror gang del cinema comico, poi ripresa da molti registi, tra i più celebri i fratelli Marx nel 1933 con The Duck Soup.

In questa scena i due servi del ricco Max Linder che rincorrendosi giocando a fare gli innamorati provocano la rottura dello specchio del signor Linder che stava riposando nella sua stanza, e si sveglia richiamato dallo schianto.

I due servi cercano di procurarsi un nuovo specchio ma devono far in modo che il signore non si accorga di niente fin quando non lo avranno sostituito.

Per ovviare al problema pongono dall’altro lato dello specchio un aiutante cuoco che dovrà fingere di essere il riflesso del signor Linder.

Qui si inizia a ridere, infatti se pur i movimenti del finto riflesso siano perfettamente coordinati a quelli del signor Linder, e anche gli abiti siano uguali, il protagonista non si riconosce nei lineamenti dell’altro, inizialmente rimanendone stupito e spaventato, infine, girando su se stesso, riesce a scorgere l’inganno, ma decide di reggere il gioco ancora per un po’ trasformando la sua preoccupazione in divertimento.

Proprio quando decide di dar fine all’inganno e lanciare una scarpa verso il finto riflesso, l’altro dietro lo specchio, cioè, viene distratto da una chiamata; al suo ritorno i servi hanno già sostituito lo specchio, così, lanciando la scarpa verso il vero riflesso dell’altro, rompe lo specchio appena sostituito.

Il film è muto, ma l’espressione del comico rende perfettamente l’idea del turbamento del personaggio, che non sa più distinguere il reale dall’illusorio credendo di esser ammattito.

Il tutto si conclude con la battuta finale del servo: “Spero che non interpreti questo come un segno di sette anni di sfortuna, Signore!”

“I hope you don’t see this as a sign of seven years bad luck, Sir!”

Questa esilarante gag mi ha spinto poi a ragionare su quanto sia importante per l’uomo riconoscere la propria immagine, atto possibile solo attraverso una superficie riflettente.

Proseguendo nella mia riflessione nei confronti dello specchio ho scoperto quanto questo oggetto, apparentemente banale per l’uso che ne facciamo ogni giorno, sia in realtà indispensabile per conoscere noi stessi ma anche tutto quello che ci circonda fino a renderci visibile la parte più nascosta dell’universo e più profonda di noi stessi.

Osservando la mia immagine allo specchio mi accorgo quanto questo al contempo ci rifletta e ci faccia riflettere, per questo rappresenta un oggetto che ha da sempre avuto un fascino particolare sugli uomini.

Si ritiene che rifletta sempre l’immagine della verità, ma basta pensare all’antico mito di Narciso per evidenziarne il carattere ingannevole; oltre a costituire lo spazio in cui si incontrano realtà e illusione è stato per secoli un oggetto raro e prezioso spesso associato alla magia, si pensava che potesse imprigionare gli spiriti.

Ci rassicura ogni mattina di essere sempre gli stessi del giorno prima, può però farci cadere in gravi crisi quando non ci riconosciamo nell’immagine che questo ci rimanda o ci accorgiamo che gli altri hanno una percezione distorta del nostro riflesso che non corrisponde a quella che vi vediamo noi.

Se in arte veniva usato dai Naturalisti come strumento per avere una visione più completa del soggetto da rappresentare, nelle opere moderne diviene questo stesso soggetto, opera d’arte, in cui l’osservatore può riflettersi per far entrare la sua stessa immagine all’interno dell’opera d’arte.

Di fronte a questo ci poniamo importanti domande come “Chi sono?”; per questo i filosofi antichi lo consideravano simbolo di contemplazione, ed è quindi attraverso questo che da bambini abbiamo il primo approccio con la nostra identità.

Lo specchio diviene così strumento di conoscenza di sé, della parte più profonda e nascosta di noi stessi; infatti, lo specchio rende visibile l’invisibile ed è per questo che viene usato all’interno di telescopi e interferometri per darci la possibilità di vedere là dove i nostri sensi non percepiscono, arrivando a conoscere i confini dell’universo.

Io e le mie compagne riflesse in uno specchio di una delle installazioni dell’artista contemporaneo Jeppe Hein presso il Centre Pompidou di Parigi.

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Uno strumento per conoscere se stessi

Il primo specchio fu l’acqua

Nella propria ombra l’uomo poteva vedere la proiezione delle sue fattezze, tuttavia solo attraverso lo specchio d’acqua poteva osservare l’immagine di se stesso, un’immagine comunque riflessa, un inganno.

Il mito: Narciso

Narciso, come ci racconta Ovidio nelle Metamorfosi, è il primo eroe dello sconvolgente incontro con se stesso; nel mito egli è un giovane vanitoso figlio della divinità fluviale Cefiso e della ninfa Liriope.

La sua bellezza è tale che tutti si innamorano di lui che invece orgogliosamente schiva tutti.

Di lui si innamorò anche la ninfa dei monti Eco, che, punita da Giunone, non poteva esprimersi ma solamente ripetere le ultime parole che le venivano rivolte.

Dall’incontro tra Eco e Narciso nasce l’equivoco; lei, infatti, lo insegue, senza farsi vedere, nella caccia in un bosco e diviene per Narciso una voce misteriosa che ripete quel che lui stesso dice; poi, uscita allo scoperto, lo abbraccia mentre lui la respinge in malo modo dicendole di lasciarlo solo.

Così, con il cuore infranto, lei si nasconde tra le valli gemendo fino a ridursi a sola voce.

Ascoltando i lamenti di Eco, la dea Nemesi decide di punire Narciso.

Nel bosco il giovane, chinatosi su una pozza per bere, si imbatte per la prima volta nella propria immagine riflessa, e se ne innamora credendola un altro giovane.

Quando si rende conto che in realtà quello che sta osservando è se stesso, la sua immagine, si lascia morire disperato perché mai avrebbe potuto ottenere quell’amore.

Al suo posto le ninfe che volevano collocare il suo corpo sul rogo funebre trovano un fiore: un narciso.

Il suo destino era già stato rivelato alla madre, dopo la sua nascita, dall’indovino Tiresia, il quale predisse che Narciso avrebbe raggiunto la vecchiaia solo se mai avesse “conosciuto se stesso”.

Si racconta che nel raggiungere l’Oltretomba egli cercasse ancora una volta il suo riflesso rispecchiandosi nelle acque dello Stige.

Il riflesso è per Narciso un inganno che, confondendo realtà e illusione, inizialmente lo porta a pensare che al di là della superficie dell’acqua vi sia un’altra creatura, l’altro da sé; poi il riconoscervi se stesso lo porta all’autodistruzione e alla metamorfosi; conclusione di ogni mito delle Metamorfosi ovidiane.

Narciso è accusato di aver preferito l’apparenza alla realtà rifiutando Eco e restringendo la visione a se stesso, dimenticando l’importanza della mediazione dell’altro nella conoscenza di sé.

Nel mito narrato da Ovidio ma proveniente dalla tradizione greca troviamo la tematica del riflesso non solo per l’immagine ma anche per il suono, l’eco; vi sono poi l’illusione, il doppio, l’amore per l’altro da sé, la seduzione e l’apparenza.

Ogni volta che viene ripreso, il mito presenta una nuova problematica, nuovi significati in diversi contesti culturali.

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Il Narciso del Caravaggio

Narciso (1597-1599), olio su tela, cm. 113,3x95.

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.

Galleria Nazionale dell’Arte Antica a Palazzo Barberini, Roma.

Il Narciso è un quadro poco conosciuto rispetto ai più celebri dipinti di Caravaggio, anche per la sua paternità riconosciuta in un periodo posteriore e che ancora oggi è oggetto di dibattito.

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Il maestro riesce a impostare il soggetto in modo del tutto simmetrico grazie all’estensione verticale dell’opera, le braccia e il corpo creano un cerchio perfetto con il riflesso dandoci l’idea della specularità.

La teatrale drammaticità del dipinto è data dalla forte luminosità del volto e della camicia bianca in contrasto con il resto, resa con colori intensi e vivi che fanno emergere la figura dal buio dello sfondo.

Nella prima stesura il Narciso-riflesso rappresenta esattamente il Narciso-modello ribaltato di 180°.

In un secondo momento Caravaggio corregge il Narciso-riflesso spostando più in alto il ginocchio e il profilo del viso.

Si ipotizza che abbia usato un sistema di specchi, collocandosi nell’esatta posizione di Narciso per offrire una visione precisa dell’ipotetica realtà.

Il pittore vuole rappresentare non ciò che un pittore avrebbe visto all’esterno, ma esattamente ciò che il pittore vede nella posizione di Narciso.

Il Narciso-modello ed il Narciso-riflesso occupano l’intero spazio, dando vita ad una figura circolare.

Nella tradizione, il figlio di Lirìope viene sempre disegnato, in piedi o leggermente piegato, mentre si guarda in una fonte, dove talvolta si vede la sua ombra e talvolta solo il viso riflesso.

Questo Narciso diventa testimonianza della confusione che si crea tra modello e copia, creatore e creatura, vedente e veduto.

Narciso ha perso il mondo; Caravaggio, come possiamo constatare, non raffigura alcuno sfondo, dietro la figura recline del giovane, affondando l’occhio nella contemplazione di sé.

Il cerchio si è chiuso; tra immagine e realtà si è stabilito il mortale contatto ravvicinato: l’immagine mimetica uccide la realtà proprio in quanto la imita, la ripropone, senza alcuna differenza, quella differenza che sempre è critica, oppositiva, distintiva.

“Se non noverit”, v. 348.

Da Narciso a Socrate preannuncia l’indovino Tiresia: “Conosci te stesso”.

«Se non conoscerà se stesso» possiamo così ricollegarci al “Conosci te stesso” di Socrate, la prima regola dell’essere felici e della vita eterna.

La tematica della conoscenza di sé, alla quale gli uomini migliori dovevano impegnare le proprie energie intellettuali, a Narciso viene negata.

Narciso può aspirare alla vita dell’essere, ma a condizione di non conoscere se stesso.

L’episodio di Narciso ben mostra la densità di senso e di pensiero della cosa-specchio; così densa e pregnante da aver consegnato al linguaggio della filosofia alcune delle sue parole più significative: speculare/speculazione, riflettere/riflessione, ovvero il tornare a se stesso del pensiero dopo che si è posato su cose e su concetti e idee di cose.

Raccontano sia Fedro sia Diogene Laerzio che Socrate esortasse i suoi discepoli a guardarsi nello specchio per conoscere loro stessi; infatti, se lo strumento è materiale, la conoscenza di sé che si acquista guardando il proprio viso allo specchio sta alla base di ogni progresso morale.

La conoscenza allo specchio, potremmo dire con parole di oggi, conduce alla cura di sé; guardarsi nello specchio è il mezzo più sicuro per trionfare sui vizi e dominare le passioni.

Così Socrate «invitava i giovani a guardarsi spesso, affinché, se erano belli, se ne rendessero degni, e se erano brutti, nascondessero la loro disgrazia con l’educazione», ricordando lo stretto rapporto che vi è per gli antichi greci tra bellezza interiore e aspetto esteriore.

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Se fossero stati belli non avrebbero disonorato la loro bellezza con i cattivi costumi, mentre i brutti avrebbero coperto la loro bruttezza con le buone abitudini.

La favola di Fedro: I due fratelli allo specchio

Stimolato da questo insegnamento osservati sovente.

Un uomo aveva una bimba bruttissima e un maschietto portento di bellezza.

Successe che allo specchio dalla mamma lasciato sulla sedia essi puerilmente si sollazzarono a mirarsi a lungo.

L’uno s’esalta ch’è ben fatto, l’altra, ogni cosa prendendo in contumelia, stizzisce e non sopporta le celie del fratello compiaciuto.

Perciò molto invidiosa fila dal babbo suo per metter male e biasima il maschietto che s’immischiò di femminile oggetto.

Li abbraccia il babbo tutti e due, ne coglie baci e fa parte all’uno e all’altro eguale dell’amorevolezza sua soave.

Poi dice: «Son contento che ogni giorno lo specchio adoperiate affinché tu non dissipi bellezza peccando in leggerezza, e tu così vincendo l’apparenza col buon comportamento».

Traspare da questa favola di Fedro l’importanza che gli antichi davano allo specchio come strumento per la conoscenza di sé, un destino “alto” attendeva quindi questo oggetto, peraltro considerato frivolo perché sempre in mano alle donne.

I due elementi si uniscono anche per il filosofo Schopenhauer, il quale, a distanza di secoli, descrive l’allegoria della saggezza come “una figura femminile che tiene in mano il prezioso strumento in cui è possibile guardarsi e conoscersi: lo specchio” (Arthur Schopenhauer, L’arte di conoscere se stessi, Adelphi, 2003, p. 11), ed infatti gli antichi ne disprezzano l’uso maschile.

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Roma e lo specchio come indice di decadenza morale

Specchio e sregolatezza: Seneca

Seneca dedica molte pagine delle Naturales Quaestiones, libri VII (I, 17), alle proprietà degli specchi e riprende gli argomenti sostenuti da Socrate: gli specchi, scriveva, sono stati inventati perché l’uomo conosca se stesso.

La natura invita l’uomo a osservare il proprio viso perché sia indotto a vivere rettamente la propria vita, presentandogli, nell’età della maturità, il vigore di un corpo capace di compiere azioni valenti e in vecchiaia l’immagine dei propri capelli bianchi perché si prepari alla morte.

Ma ai tempi di Seneca il lusso, la sregolatezza, il trionfo dei sensi avevano stravolto l’uso di questo oggetto: lo specchio era diventato complemento rovinoso della civetteria delle donne e strumento di piacere di cui si circondano alcuni cittadini romani.

Nel libro I delle Naturales Quaestiones lo scrittore opera un richiamo alla morale condannando la lussuria di Ostio Quadra che utilizzava degli specchi ingrandenti per moltiplicare la sensualità delle sue amanti, applicandoli ovunque ottenendo diverse angolazioni; fu poi brutalmente ucciso da uno schiavo.

Riguardo alla sua morte Seneca aggiunge: lo si sarebbe dovuto immolare davanti al suo specchio: “Fascinus indignum! Hic fortasse cito et antequam uideret occisus est: ad speculum suum immolandus fuit”.

Elemento di accusa di magia: Lucio Apuleio

Lucio Apuleio viene accusato di pratiche magiche dai parenti della ricca moglie Pudentilla, secondo i quali lo scrittore avrebbe sposato la donna solo per godere della sua eredità, data la grande differenza di età tra i due.

Così si avvia tra il 158 e il 159 d.C. il processo, di cui viene pubblicata l’orazione difensiva, l’Apologia o De Magia, grazie alla quale l’autore viene assolto.

Tra le accuse vi è quella di possedere uno specchio, oggetto di grande suggestione caro al culto di Iside e ad altri riti divinatori; così Pudente, uno dei due figli di Pudentilla, lo accusa:

“Il filosofo ha uno specchio, possiede uno specchio il filosofo!”

“Habet speculum philosophus, possidet speculum philosophus!” (De Magia, 13).

Inizialmente Apuleio ragiona sul possesso dell’oggetto: il fatto che lo abbia non significa che abbia l’abitudine di specchiarsi; inoltre di molte cose che ha non ne ha possesso, ma ciò non esclude che le utilizzi.

Di conseguenza richiede che l’accusatore si faccia più preciso, specificando quando e in presenza di chi lo accusava di rispecchiarsi allo specchio.

In secondo luogo non crede che il conoscere la propria immagine allo specchio rappresenti un delitto, tanto meno portare con sé questa nostra immagine con un piccolo specchio.

“Non sai che per l’uomo non c’è niente che valga la pena di guardare più della propria figura?”

“An tu ignoras nihil esse aspectabilius homini nato quam formam suam”.

Prosegue portando in favore alla sua tesi il fatto che non viene considerato vergognoso il contemplarsi in ritratti e statue, che tuttavia hanno una definizione minore rispetto al riflesso dello specchio.

“Perché mai pensi che si debba vedere la propria immagine in pietra, ma non in argento, su una tavola, ma non su uno specchio?”

“Cur existimes imaginem suam cuique visendam potius in lapide quam in argento, magis in tabula quam in speculo?”

Lo specchio è meno faticoso da realizzare, e ci mostra perfettamente i colori, le forme e i movimenti e riflette i cambiamenti del tempo sulla persona, offrendo così una migliore contemplazione di sé.

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Sintesi

Latino

Apuleio, Seneca, Fedro (I due fratelli allo specchio), Ovidio (il mito di Narciso);

Italiano

Pirandello (Uno, nessuno e centomila);

Inglese

Sylvia Plath (Mirror);

Filosofia

Socrate, Lacan;

Arte

Caravaggio (Narciso), Magritte (Il falso specchio), Michelangelo Pistoletto, Anish Kapoor (Cloud Gate);

Geografia

Il telescopio;

Fisica

Interferometro, esperimento Michelson e Morley, onda gravitazionale, Virgo (interferometro oggi).

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