La rivoluzione industriale
A partire dai primi decenni dell’Ottocento, il sistema economico dell’Europa centrosettentrionale viene investito da un processo di trasformazione così radicale da essere chiamato “rivoluzione industriale”.
Nata in Inghilterra alla fine del Settecento, l’industrializzazione varca ben presto i confini europei e raggiunge nel corso dei secoli gli Stati Uniti e il lontano Giappone.
Il termine “rivoluzione” è l’unico termine appropriato per indicare la trasformazione produttiva, perché essa determinò una trasformazione profonda dei rapporti di classe, della cultura, della politica, delle condizioni generali di vita, e coinvolse direttamente o indirettamente tutta l’umanità. Se in precedenza le protagoniste dell’economia erano state l’agricoltura, l’artigianato, le piccole industrie, adesso la base dello sviluppo economico divenne la grande industria. Questo comportò notevoli mutamenti:
- Lo sviluppo di industrie, commercio e banche accresceva l’importanza della borghesia.
- A sua volta, la borghesia, man mano che cresceva e si rafforzava, assumeva un maggiore peso politico.
- Con il moltiplicarsi delle fabbriche, si formava una nuova classe sociale, costituita dagli operai.
- La classe operaia, assai numerosa, rivendicava migliori condizioni di vita e una maggiore partecipazione politica.
- Furono fondati quindi partiti e associazioni, i sindacati, che avevano lo scopo di tutelare i lavoratori.
- Nacquero teorie di spiegazione generale dei fenomeni politici ed economici, la più importante fu il marxismo.
- Con la rivoluzione industriale il lavoro della macchina iniziò a sostituire quello dell’uomo: quindi la produzione di beni aumentò e diminuì il loro costo.
Le prime fabbriche nacquero per il bisogno di concentrare in un solo luogo gli svariati macchinari necessari alle varie fasi di lavorazione. Le fabbriche tendevano a concentrarsi negli stessi luoghi o nelle stesse regioni perché le produzioni erano strettamente collegate: la concentrazione d’industrie sviluppò grandemente città e regioni industriali. Le fabbriche avevano bisogno di lavoratori e molti contadini e braccianti abbandonarono le campagne per lavorare in fabbrica.
Gli aspiranti operai erano però assai più numerosi dei posti disponibili. Di ciò approfittavano le prime industrie, che offrivano salari bassi e condizioni di lavoro assai dure, con orari giornalieri di 12/14 ore. Veniva sfruttato in modo simile anche il lavoro di donne e bambini. I lavoratori delle fabbriche furono detti proletari, dal termine “proletario”, cioè coloro che non possedevano nulla oltre alla propria prole, e con il termine proletariato si indicava la loro classe sociale. Più tardi, lo sviluppo impetuoso delle industrie avrebbe richiesto il lavoro anche di operai specializzati. Essi costituirono una classe sociale più articolata e composita: la classe operaia.
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Il sistema capitalistico
Per costruire una fabbrica, acquistare macchinari e materie prime, trasportare e vendere i prodotti anche a distanza occorreva molto denaro. Chi si assumeva il rischio di tale investimento, l’imprenditore, poteva ricavarne un profitto o anche fallire. In questo scenario si affermò il capitalismo, ovvero il sistema economico fondato sulla disponibilità di un capitale e sul suo investimento. Il capitalismo portò anche a un notevole sviluppo del sistema bancario, acquisirono molta importanza le società di capitali e in particolare la società per azioni, ancora oggi diffusissime.
In questa forma di società, il capitale è diviso in parti, dette appunto azioni, ciascun socio o azionista ne acquisisce una certa quantità versando il denaro richiesto. Quindi ogni azionista è proprietario di una parte della società. Con i profitti (o utili) che la società realizzerà (se e quando li realizzerà) saranno pagati al socio i compensi (detti dividendi). Le azioni possono essere acquistate o vendute.
Per svolgere queste contrattazioni fu utilizzata la Borsa, un luogo dove da tempo si acquistavano e si vendevano le merci in grandi quantitativi. Il processo dell’industrializzazione si allargò gradualmente nel continente europeo, ma senza diffondersi in modo uniforme. L’Inghilterra rimase, per quasi tutto l’Ottocento, il Paese guida dell’industrializzazione. Mantenne infatti il primato nella tecnologia del ferro e del carbone e nello sviluppo della siderurgia, dell’industria meccanica e tessile.
Importante per la Rivoluzione industriale in Inghilterra fu l’agricoltura; infatti l’Inghilterra fu la prima ad avere un’agricoltura di mercato (non per autoconsumo ma per profitto) che, unita all’innovazione tecnologica, eliminò molta manodopera dalle campagne, facendola rifluire verso la città, dove troverà occupazione nella nascente industria.
La disponibilità ingente di manodopera a basso costo, unita alla grande disponibilità di carbone per alimentare le macchine a vapore, contribuì in maniera fondamentale al decollo industriale del paese. Inoltre l’Inghilterra si trova in una posizione geografica favorevole ai commerci nell’Oceano Atlantico, mentre la sua insularità le consentì una facile difesa dei propri confini, evitandole le periodiche devastazioni che, al contrario, dovette subire il resto dell’Europa per le svariate guerre sette-ottocentesche. Altro importante fattore è la rivoluzione agricola sviluppatasi nel corso del Settecento, che con sistemi di avanguardia come la rotazione quadriennale programmata delle colture agevolò lo sviluppo industriale e demografico.
L’Inghilterra era l’unico paese in cui poteva svolgersi, il perché risale all’epoca elisabettiana, avendo lei trasformato un paese da povero a padrone dei mari gli aveva fornito il denaro necessario perché questo fenomeno avesse potuto avere luogo e così diventasse il paese più ricco d’Europa per un lungo periodo superando anche la Francia che, nonostante le grandi potenzialità, in quel periodo soffriva socio-economicamente della politica assolutista. Le innovazioni tecniche coinvolsero le macchine utensili e le macchine motrici, le industrie tessili e l’industria pesante (metallurgica e meccanica). Quest’ultima divenne determinante nella metà del XIX secolo, in concomitanza con lo sviluppo delle ferrovie.
La produzione domestica di tessuti era particolarmente lenta nella fase della filatura, poiché occorrevano cinque filatori per alimentare un solo telaio a mano. Lo squilibrio si accentuò intorno alla metà del XVIII secolo, quando i tempi nel campo della tessitura furono ulteriormente ridotti della spoletta volante (brevettata da John Kay). Ci furono innumerevoli scoperte e intorno al 1825, un solo operaio, sorvegliando due telai meccanici, poteva sbrigare un lavoro che con i telai a mano avrebbe richiesto l’opera di una quindicina di persone.
Lo sviluppo industriale richiese quantità sempre maggiori di energia, ben superiori a quelle fornite dalla mano dell’uomo. La ricerca mirò quindi alla realizzazione di motori adeguati. James Watt (1736-1819) modificò la macchina a vapore. Essa sostituì le tradizionali fonti di energia che presentavano il gravissimo inconveniente di non essere disponibili nelle quantità e nei tempi e luoghi richiesti (mulini ad acqua e a vento), o di non essere instancabili e adeguate alle nuove macchine utensili (energia muscolare dell’uomo e degli animali).
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Altro fattore decisivo fu l’abbondantissima ricchezza di giacimenti di carbone in Inghilterra: la macchina a vapore consentiva di produrre energia di una intensità e di una concentrazione senza precedenti. Con l’adozione del vapore la richiesta di ferro e di leghe adeguate subì un rapido incremento. In particolar modo si ebbe un grande sviluppo ferroviario che produsse un profondo cambiamento nel trasporto di uomini e merci. La rete ferroviaria in tutta Europa subì un rapidissimo incremento e le stazioni divennero importanti centri di smistamento di merci e passeggeri.
I trasporti marittimi mutarono profondamente: da navi a vela, i cui scafi erano costruiti in legno, si passò ad imbarcazioni alimentate a carbone. I ricchi giacimenti di carbone permisero anche al Belgio e alle regioni settentrionali della Francia di iniziare a industrializzarsi, seguendo il modello inglese. In questi Paesi crebbero più rapidamente la borghesia e la classe operaia. Invece l’industrializzazione della Germania decollò solo verso la metà dell’Ottocento intorno a un centro, costituito dal bacino della Ruhr (un affluente del Reno). Si trattava di una zona ricchissima di carbone e assai adatta alla produzione industriale: la materia prima poteva essere trasportata a basso costo.
L’Italia conobbe un certo ritardo nell’industrializzazione, sia per motivi politici sia per ragioni storiche. Fino al 1861 i piccoli Stati della penisola difesero i propri prodotti con un rigido sistema doganale, che colpiva con forti dazi tutte le merci che entravano nel loro territorio; tutto ciò ostacolava il commercio. Inoltre la mancanza di una classe borghese e il potere dei latifondisti ostacolarono lo sviluppo dell’industria del Mezzogiorno.
Alla base di questo ritardo c’erano anche motivi geografici e naturali: l’Italia, a differenza dell’Inghilterra, non disponeva di adeguate risorse minerarie; inoltre l’ambiente geografico, prevalentemente montuoso, rendeva difficili le comunicazioni sia verso l’estero che all’interno. La costruzione delle strade e delle ferrovie risultava quindi difficile e costosa.
È vero che in Piemonte e in Lombardia si sviluppò una rete di piccole e grandi manifatture, attive soprattutto nella produzione della seta, grezza e semilavorata; tuttavia di una vera e propria industrializzazione italiana potremo parlare solo dopo il 1870.
Prima della rivoluzione industriale, la maggior parte della popolazione era addetta all’agricoltura e viveva nelle campagne. Con la nascita e lo sviluppo delle fabbriche prese il via un vasto e diffuso fenomeno di inurbamento. L’afflusso dalle campagne fece crescere a dismisura alcuni centri urbani. Londra, Parigi, Berlino e Vienna divennero importanti città industriali e raddoppiarono la loro popolazione nel corso dell’Ottocento.
In molte città fu necessario costruire nuovi quartieri, soprattutto nelle periferie. In molti casi le mura delle città furono abbattute e sostituite da grandi viali alberati, come avvenne a Torino, Milano o Firenze dopo l’unità d’Italia. Altre città, più isolate e tagliate fuori dall’industrializzazione, riuscirono invece a conservare il loro aspetto medievale: è il caso di Ferrara, Lucca, Siena o in parte della stessa Roma.
In ogni paese, tuttavia, vennero man mano adottate differenti soluzioni architettoniche e urbanistiche:
- In Inghilterra i nuovi quartieri operai furono quasi sempre costruiti in periferia, ma sul modello della piccola casa familiare.
- In Francia e in Germania, invece, i nuovi quartieri furono costruiti realizzando grandi edifici a molti piani, con numerosi appartamenti per piano.
Nel corso dell’Ottocento le città europee cambiarono dunque aspetto e subirono netti miglioramenti: migliorarono le condizioni igieniche, perché nelle grandi città europee furono costruiti sistemi di fognatura, nelle strade e nelle case fu introdotta l’illuminazione a gas e in seguito quella elettrica, infine vennero ideati i primi trasporti pubblici, per collegare i quartieri.
Lo sviluppo dell’industria proseguì per tutto l’Ottocento; tuttavia, nella seconda metà del secolo assunse caratteristiche diverse e più complesse rispetto a quelle precedenti. Gli storici chiamano questa nuova fase “seconda rivoluzione industriale”; essa fu caratterizzata da elementi di diversità rispetto alla prima industrializzazione. Mentre in precedenza l’industria si era concentrata soltanto in alcune regioni (Europa occidentale e Stati Uniti), via via essa si diffuse in quasi tutto il continente europeo, inclusa l’Italia, e in Giappone.
Le innovazioni tecnologiche
Dal 1870 in poi, si ebbe in Europa e negli Stati Uniti uno sviluppo tecnologico senza precedenti, che assicurò ai paesi occidentali la supremazia tecnica in tutto il mondo.
La caratteristica che differenzia maggiormente la seconda rivoluzione industriale dalla precedente sta nel fatto che le innovazioni tecnologiche non sono frutto di scoperte occasionali e individuali, bensì di ricerche specializzate in laboratori scientifici e nelle università finanziate dagli imprenditori e dai governi nazionali per il miglioramento dell’apparato produttivo.
I settori in cui si ebbero i maggiori risultati furono quello agricolo, quello manifatturiero e quello alimentare. L’acciaio permise nuove soluzioni nel campo della meccanica e nel 1870 l’utilizzo del cemento armato in quello delle costruzioni. Le novità investirono anche il campo elettrico, soprattutto in Italia, con la costruzione della centrale termoelettrica a carbone per opera di Galileo Ferraris.
In Italia, mancando il carbon fossile e scarseggiando il carbone bianco, si sfruttarono i corsi d’acqua per la produzione di energia elettrica. Così facendo non si andò incontro alle esose spese per l’importazione di carbone. Nel campo chimico, vi furono tra le industrie fortissime competizioni che portarono in pochissimi anni alla scoperta di nuovi prodotti come fertilizzanti, coloranti sintetici, ammoniaca e dinamite.
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Più lento fu invece lo sviluppo dell’apparato elettrico ancora in via di sperimentazione, che ebbe un deciso incremento solo dopo il 1870, quando si produssero i primi generatori (la dinamo e il motore elettrico, nonostante fossero già in uso da molto tempo, risultarono poco convenienti e poco versatili per i processi produttivi). I progressi in questo campo permisero la graduale diffusione della rete elettrica ad uso civile per l’illuminazione (e successivamente l’utilizzo dei primi elettrodomestici), nelle case e nei luoghi di lavoro.
L’introduzione dell’elettricità come fonte di illuminazione delle città, molto più efficiente di quella che utilizzava il gas illuminante, trasformò la vita dei cittadini rendendo più sicure le strade e permettendo anche una vita notturna più intensa con la frequentazione di punti d’incontro illuminati. La luce elettrica cambiò anche i ritmi di lavoro nelle fabbriche dove prima la produzione cessava con il venir meno della luce diurna: ora gli operai potevano lavorare in turni ininterrotti nelle 24 ore.
Medicina e sviluppo demografico
Fu soprattutto nel periodo della seconda rivoluzione industriale, più che nella prima, che vennero fatte numerose e importantissime scoperte in campo medico e scientifico. Gli studi di grandi come Charles Darwin e Gregor Mendel stimolarono gli approfondimenti di anatomia comparata, fisiologia, genetica, mentre le fondamentali scoperte di Louis Pasteur, Gerhard Henrik Hansen, Robert Koch, e altri, in campo epidemiologico portarono nel corso del XIX secolo a trovare una difesa contro antichi flagelli come la tubercolosi, la difterite, l’antrace, la peste, la lebbra, la rabbia, la malaria.
Numerose altre scoperte e invenzioni (come ad esempio lo stetoscopio) consentirono enormi progressi nel campo della chirurgia e in generale delle condizioni igienico-sanitarie negli ospedali e nella vita quotidiana delle famiglie. Furono ad esempio gli studi del medico ungherese Ignác Fülöp Semmelweis (1818 – 1865) a dimostrare che l’alto tasso di mortalità delle donne dopo il parto era in buona misura dovuto a infezioni trasmesse dai medici stessi durante il parto.
Un’altra decisiva scoperta nel settore medico-sanitario fu l’adozione dell’anestesia a base di etere e cloroformio durante gli interventi chirurgici e l’applicazione dei raggi X per le diagnosi interne. Questo complesso di scoperte e invenzioni permise nel giro di pochi decenni di migliorare le condizioni igienico-sanitarie e alimentari di gran parte delle popolazioni dei paesi industrializzati, di abbattere l’alto tasso di mortalità infantile, e di innalzare notevolmente l’età media della popolazione e le aspettative di vita delle persone.
Tale evoluzione, unitamente alla maggiore disponibilità di risorse, condussero nel giro di alcuni decenni ad un incremento esponenziale della popolazione, tanto che, fra la fine del XVII secolo e il XX secolo la popolazione europea si è accresciuta di quasi quattro volte, la speranza di vita è passata da valori compresi tra i 25 e i 35 anni a valori che superano i 75 anni, il numero di figli per donna scesi da 5 a meno di 2 e natalità e mortalità scesi da valori compresi tra il 30 e il 40 per mille a valori prossimi al 10.
I trasporti
I trasporti nella seconda metà dell’Ottocento divennero molto più sviluppati e complessi. Il sistema ferroviario, uscito dalla fase pionieristica, ebbe un accrescimento senza precedenti; negli Stati Uniti si passò da 15.000 km di linee ferroviarie a più di 150.000 km.
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- Storia: la rivoluzione industriale;
- Cittadinanza: i sindacati, la tutela dei lavoratori;
- Italiano: Il Verismo (Giovanni Verga e Rosso Malpelo), il romanzo sociale;
- Francese: le naturalisme;
- Musica: verismo;
- Inglese: Charles Dickens;
- Geografia: l'America;
- Arte: il Divisionismo;
- Scienze: l'elettricità;
- Ed. Fisica: la prima Olimpiade moderna.