Malattia mentale e manicomio: l’Osservanza di Imola
Martina Bertozzi V sez. C
Liceo Scientifico Statale “B. Rambaldi-L. Valeriani”
Esame di Stato 2012/2013
Malattia mentale e manicomio: l’Osservanza di Imola
Indice
- Prefazione
- 1. Il manicomio dell’Osservanza
- 1.1 La storia
- 1.2 Le terapie
- 2. I ricoverati
- 2.1 Le condizioni sociali ed economiche dei ricoverati
- 2.2 Le cartelle cliniche
- 3. Casi manicomiali eccellenti
- 3.1 Dino Campana
- 3.2 Antonio Ligabue
- Conclusione
Prefazione
“Imola, è la città dei matti!”
Inizialmente questa frase mi faceva solamente sorridere perché nell’uomo detto “matto” vedevo una persona stravagante e divertente poi, ascoltando i racconti di Elena Minganti, zia di mia madre nonché ex infermiera del manicomio dell’Osservanza di Imola, quest’argomento ha suscitato in me molto interesse e mi ha fatto sorgere due domande: qual era la realtà del manicomio dell’Osservanza di Imola? chi erano i ricoverati? A queste ho cercato di dare una risposta attraverso la mia tesina, nella quale, dopo aver trattato la storia dell’Osservanza e le terapie che venivano utilizzate, ho scelto di concentrarmi sulle persone che hanno vissuto in prima persona l’internamento.
1. Il manicomio dell’Osservanza
1.1 La storia
Le prime notizie relative al ricovero specifico dei malati di mente ad Imola risalgono al 1775, anno in cui una sessione dell’Ospedale di Santa Maria della Scaletta fu adibita al ricovero di individui affetti da patologie mentali. Nel 1803, presso il medesimo ospedale, furono terminati i lavori per il riadattamento di alcuni locali allo scopo di ospitare un nuovo reparto per il ricovero dei pazienti maniaci.
Nel 1841 il cardinale Mastai Ferretti, futuro Pio IX, nominò il dottor Cassiano Tozzoli direttore amministrativo e sanitario dell’Ospedale civile. Questi si adoperò per la costruzione del primo manicomio di Imola, sul modello di quello esistente a Reggio Emilia. Inaugurato nel 1844, il Manicomio S. Maria della Scaletta fu diretto dallo stesso Cassiano Tozzoli. Inizialmente l’Istituto si limitò ad accogliere gli ammalati provenienti dalla sola Diocesi di Imola, mentre dal 1847 cominciò ad accogliere anche pazienti provenienti dalle province di Forlì, Ferrara e Ravenna. L’opera di Cassiano Tozzoli fu rivolta principalmente a garantire prestazioni sanitarie di alta qualità, senza badare a spese. Dal punto di vista economico e amministrativo, d’altro canto, tale linea suscitò presto severe critiche da parte della Congregazione di Carità, coinvolta nella gestione del manicomio e preoccupata per le ingenti perdite economiche.
Nel 1862 Tozzoli presentò le dimissioni, ma il Consiglio comunale, in seguito alle sue benemerenze, le respinse pur tenendo conto delle sue precarie condizioni di salute, tanto che le riunioni della Congregazione spesso si svolsero presso la sua abitazione. Tuttavia lo stesso anno la Congregazione di Carità affidò il ruolo di direttore sanitario a Luigi Lolli, già medico di turno dell’ospedale nel biennio 1860-61, che poco dopo ottenne anche la direzione dell’Asilo psichiatrico.
Il Lolli si rese subito conto dell’inadeguatezza dell’Asilo psichiatrico, perché questo non offriva la capienza necessaria a soddisfare le domande di ricovero in continuo aumento e le esigenze sanitarie perciò, nella seduta della Congregazione del 27 settembre 1862, propose l’idea dell’ampliamento, ottenendo il mandato fiduciario. Il progetto venne preparato dall’architetto Antonio Cipolla, che rispettò la forma a padiglioni disposti su tre linee parallele ideata dal Lolli, e il 5 agosto 1869 iniziarono i lavori.
Sorsero rapidamente i primi padiglioni per i malati tranquilli, gli agitati, i cronici, gli epilettici di ambo i sessi, poi ne seguirono altri per i dozzinanti, i convalescenti, i furiosi. Nel 1880 l’ospedale psichiatrico fu portato a compimento, provvisto di tutti i servizi e dotato di un padiglione per l’idroterapia, di un altro per l’isolamento, di attrezzature e di apparecchiature moderne, di infermerie e di un gabinetto anatomico.
Il manicomio di Lolli fu accolto in modo più che positivo dalla Psichiatria italiana, tanto che nel 1874, Imola ospitò il primo congresso nazionale della Società italiana di freniatria: un esplicito riconoscimento dell’opera attuata da Lolli nella cittadina romagnola. Contemporaneamente al completamento del suddetto manicomio, dato che le domande di ricovero provenienti dalla provincia di Bologna, dalla Romagna e da altri luoghi d’Italia continuavano a crescere, Luigi Lolli decise di far costruire, sull’orto dell’Osservanza, un manicomio detto di completamento per ospitare i malati detti “incorreggibili”: cronici, pazzi morali e delinquenti.
Sorsero altri sei padiglioni, più sobri, ma simili ai precedenti nella forma e nell’ampiezza, circondati da cortili e passaggi coperti; il lavoro fu completato nel 1890 e i nuovi padiglioni erano autonomi nei servizi, nelle case di abitazione per i medici e nei laboratori per i degenti.
Alla “fase d’oro” vissuta dal manicomio imolese tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta del XIX secolo, seguì un periodo di crisi. L’autorità del Lolli perse terreno in coincidenza delle elezioni amministrative del 1889, che segnarono la fine dell’egemonia del liberalismo moderato, a cui Lolli era vicino. L’ascesa politica degli esponenti della sinistra socialista, tra cui Andrea Costa, si accompagnò ad una dura polemica nei confronti della gestione finanziaria del manicomio attuata dal suo direttore; si insinuò che per lo sviluppo dell’Istituto lo psichiatra avesse attinto ai fondi riservati per la ristrutturazione e l’ampliamento dell’Ospedale civile, così l’unica soluzione parve essere la vendita del manicomio.
Alla morte di Luigi Lolli, nel 1896, il manicomio centrale venne messo in vendita e nel 1897 la Congregazione di Carità lo alienò alla provincia di Bologna, che cominciò a gestirlo dal 1900 e lo ribattezzò “Manicomio provinciale di Bologna in Imola”. Da quel momento in quella struttura vennero ricoverati solo pazienti della provincia di Bologna sotto la direzione, in successione, di Raffaele Brugia, Giulio Cesare Ferrari e Luigi Baroncini, mentre nel Manicomio dell’Osservanza (rimasto nelle mani della Congregazione di Carità) vennero ospitati gli ammalati delle altre province e questo sarà diretto dal Raffaele Baroncini.
Nel 1908 fu compiuta, per volontà di Giulio Cesare Ferrari, una nuova trasformazione edilizia: furono abbattuti tutti i muri perimetrali, sostituiti da cancellate, moltiplicati i bagni in maiolica, rifatte le tappezzerie e alcuni arredi. In questo periodo, furono introdotte molte misure igieniche: a tutti i malati, per esempio, furono forniti spazzolino da denti e asciugamano personale.
Per quanto riguarda l’Osservanza, quando l’Istituto centrale divenne proprietà della Provincia di Bologna, la Congregazione di Carità di Imola volle ampliare i locali comprando un terreno per erigervi nuovi padiglioni capaci di ospitare anche 900 alienati provenienti dalle province di Ravenna e Forlì. Il Manicomio imolese divenne per anni il modello di riferimento per altre strutture italiane, per la sua forma architettonica a cittadella, e per la pratica diffusa dell’ergoterapia.
La vita all’interno del manicomio era scandita da regole fisse e venivano applicati trattamenti poco ortodossi perciò, dopo anni di denunce, lo psichiatra Franco Basaglia e gli altri psichiatri democratici, a volte anche con l’aiuto dei “matti”, spezzarono decenni di silenzio sui manicomi-lager. Intervennero intellettuali, giornalisti, politici, “gente qualunque” e gli stessi psichiatri, che chiesero di essere dei veri medici, con il compito di curare e non di vigilare sui malati segregati.
Il Parlamento riuscì a votare una legge, destinata a diventare famosa come “la 180”, che chiuse i manicomi, che ridiede dignità alla psichiatria del nostro paese; questa legge fu approvata ufficialmente il 13 maggio del 1978 e, alla fine di dicembre 1978, confluì nella legge di riforma sanitaria, che ne recepì buona parte del testo e ne fece suo il principio fondamentale.
Il malato di mente, il matto, “l’alienato”, non fu più una persona pericolosa per sé e per gli altri, da allontanare dalla società e rinchiudere in una specie di carcere, divenne un malato come gli altri, un cittadino che soffre e ha diritto ad essere curato “nel rispetto della dignità e della libertà della persona umana”.
Tra i compiti del neonato servizio sanitario nazionale la riforma indicò espressamente “la tutela della salute mentale”, da attuare “privilegiando il momento preventivo e inserendo i servizi psichiatrici nei servizi sanitari generali in modo da eliminare ogni forma di discriminazione e di segregazione pur nella specificità delle misure terapeutiche, e da favorire il recupero ed il reinserimento sociale dei disturbati psichici”.
Non subito, ma con gradualità cominciarono a chiudere i manicomi ed entro il 31 dicembre 1980, data improrogabilmente stabilita dalla legge, gli internati vennero liberati.
Oggi gran parte dei padiglioni dei manicomi imolesi sono inagibili e lasciati andare al loro lento degrado, solo due di essi vengono riutilizzati: uno dall’Associazione “Ca’ del Vento” che gestisce, in convenzione con l’AUSL di Imola, la comunità omonima che accoglie persone con disturbo psichico, l’altro invece da vari circoli ricreativi. Il parco di questo complesso è aperto al pubblico e in questi luoghi sono state girate scene della miniserie “C’era una volta la città dei matti”, ambientata a Gorizia, andata in onda il 7 e l’8 Febbraio 2010 sulle reti Rai.
Nel novembre 2011 presso la sala del Palazzo Sersanti è stato presentato, a seguito della sua approvazione, un progetto di riqualificazione dell’area dell’Osservanza, che porta la firma del celebre architetto Gae Aulenti. L’intento è quello di recuperare gli spazi forniti dall’ex manicomio e destinarli ad un ambizioso piano urbanistico.
Il progetto infatti prevede l’abbattimento dei padiglioni in stato di degrado, per far spazio ad un’area in cui edificare una serie di costruzioni, che andranno a incorniciare una nuova piazza che risulterà “speculare” a piazza Bianconcini. L’utilizzo di queste nuove strutture sarà riservato in parte ad ospitare attività commerciali, uffici, ed in parte sarà a disposizione dei cittadini imolesi, e non, per farne la propria residenza. Attualmente i lavori stanno procedendo a seguito dell’abbattimento della Villa dei Fiori, che ha dato avvio alla riqualificazione del complesso dell’Osservanza.
Dal 1844, data dell’apertura del primo Asilo psichiatrico, Imola venne chiamata “la città dei matti”.
1.2 Le terapie
All’inizio dell’Ottocento entra in uso una serie di medicamenti e trattamenti curativi che hanno lo scopo di educare la mente, di garantire il ripristino della disciplina e la cura della malattia mentale: salassi, purganti, emetici, diuretici, bagni caldi o freddi (idroterapia), isolamento, lavori forzati, punizioni corporali eccetera.
In questo periodo vengono inoltre ordinati i sintomi in patologie specifiche e nascono le prime classificazioni delle malattie mentali, che non vengono associate ad un vissuto particolare, ma ad un corpo o ad una mente non funzionante a causa dell’ereditarietà biologica.
Anche se l’ottica è quella della scienza, la malattia mentale è purtroppo ancora intrisa di moralità: le cause si cercano in tare familiari dovute ad uno stile di vita dissipato, all’ozio, alla masturbazione, a un’alimentazione scorretta, eccetera.
Nei manicomi, verso la fine dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento, i primi tentativi della scienza psichiatrica di curare il malato sono ancora brutali o addirittura disumani: il principio delle terapie da shock è quello di “sbattere” il folle, considerato un uomo rotto, per farlo funzionare nuovamente, come i bambini fanno con i giocattoli che non funzionano.
Il primo scuotimento fu quello indotto dalla malaria (1917, Julius Wagner von Jauregg), che consisteva nell’inoculare il plasmodio della malaria nel folle, in modo che la sudorazione causata da questa grave malattia riuscisse a purificare il malato espellendo i “tossici”, stesso obbiettivo della somministrazione di purganti e diuretici.
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Argomenti
- Storia - manicomio di Imola, terapie, internati, cartelle cliniche
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