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Liceo Scientifico Michelangelo

Classe V H

La magia della lingua è il più pericoloso di tutti gli incanti

Tesina di Diploma di:

Alessandro Martis

Anno scolastico 2012/2013

La retorica e l’oratoria (rhetotikè téchne)

La retorica, termine che deriva dal greco ῥητορικὴ τέχνη “arte del dire”, è l’arte dell’uso della parola, ossia l’arte di persuadere mediante l’uso di strumenti linguistici.

Il termine, etimologicamente, deriva “eiro” dal verbo greco che significa “dichiaro”, “dico” e dallo stesso verbo “eiromai”, nella forma medio-passiva che significa “mi rivolgo a qualcuno”.

Diogene Laerzio ne determina il significato in relazione alla dialettica, definendola “arte del parlare rettamente nel caso di discorsi continui esposti in modo continuo”.

La definizione di arte segue alla sua originaria connotazione pratica, di disciplina sviluppatasi nell’ambito dei procedimenti giudiziari e assembleari, dove le si richiedeva di fornire le strategie per guadagnare il consenso degli interlocutori o di una giuria.

Essa è, così, la disciplina che, studiando il metodo di composizione dei discorsi, può essere definita un metalinguaggio, ovvero un “discorso che assume come oggetto il discorso”, avente come scopo la persuasione intesa come approvazione della tesi che l’oratore propone da parte dell’uditorio al quale si rivolge.

Se da un lato la persuasione consiste in un fenomeno emotivo di consenso psicologico, dall’altro ha una base epistemologica, intesa come studio degli elementi che, connettendo diverse proposizioni tra loro, portano ad una conclusione condivisibile.

“Retorica”

Questa ricerca dei mezzi di persuasione viene portata avanti dalla di Aristotele, che influenzò gli oratori nei secoli successivi, tra i quali i latini Cicerone e Quintiliano.

Il più antico trattato di retorica latina è invece la “Rhetorica ad Herennium”, scritto a quattro mani da Cicerone e Cornificio, che distingue le cinque fasi della stesura di un’orazione:

  • Inventio
  • Dispositio
  • Elocutio
  • Memoria
  • Actio

L’inventio

La prima fase, che corrisponde al termine l’inventio, (héuresis), greco εὕρησις significa “ricerca”, “scoperta”, e consiste nella ricerca dei possibili mezzi persuasivi, funzionali allo scopo dell’orazione: l’oratore, classificando i vari argomenti, stabilisce quali siano quelli da preferire.

Argomentazione e persuasione sono, quindi, chiaramente collegate, ma la seconda può essere ottenuta attraverso una dimostrazione o un atto di seduzione.

Tuttavia, mentre la dimostrazione, oggettiva e rigorosa, mira alla creazione di posizioni inattaccabili, la seduzione mira semplicemente ad influenzare e manipolare l’uditorio facendo ricorso a sentimenti e sensazioni.

L’argomentazione si colloca tra queste due, in quanto mira a persuadere facendo leva sulle passioni ma cerca di farlo in maniera rigorosa, differenziandosi dalla dimostrazione in quanto parte da posizioni non evidenti ma verosimili.

La dispositio

La seconda fase della strutturazione del discorso è la dispositio (in greco τάξις, taxis), cioè l’organizzazione del discorso stesso, che consta di diverse parti: la exordium, narratio, l’argumentatio e, per ultima, la peroratio.

L’esordio (προoίμιον, exordium), è la parte con la quale si apre l’orazione, nella quale viene esposto l’oggetto del discorso; la sua funzione principale risulta essere l’accattivarsi i favori del pubblico (captatio benevolentiae).

L’esposizione (διήγησις o anche ῥῆσις, narratio), è il resoconto, chiaro e verosimile, dei fatti che vengono affrontati, in modo tale che risulti funzionale all’argumentatio, cuore del discorso persuasivo.

L’epilogo (ἐπίλογος, peroratio) è la parte conclusiva dell’orazione, che, da un lato, riprende e riassume le cose dette, enumerando i punti fondamentali (enumeratio), dall’altro fa leva sui sentimenti dell’uditorio (ratio posita in affectibus).

L’elocutio, la memoria e l’actio

L’elocuzione o elocutio (in greco λέξις, lexis), è la parte che invece si occupa dello stile da scegliere affinché il discorso risulti efficace.

La memoria ricopre un ruolo fondamentale nel discorso, poiché permette di ricordare la struttura e gli argomenti, senza incorrere nel pericolo delle dimenticanze.

Infine, il retore deve anche essere in grado di recitare la propria orazione di fronte a un pubblico: è la fase dell’actio o pronunciatio (in greco ὑπόκρισις, hypókrisis).

Necessarie divengono, quindi, le capacità di recitazione, in modo tale da coinvolgere il pubblico con i gesti e il tono della voce.

Funzioni del discorso persuasivo

È Quintiliano che indica quali debbano essere le funzioni che un discorso deve assolvere:

  • Docere et probare, ossia informare e convincere;
  • Delectare, ovvero catturare l’attenzione e l’interesse con un discorso vivace;
  • Movere, commuovere il pubblico per far sì che sposi la tesi dell’oratore.

Inoltre l’oratore, per poter essere il più persuasivo possibile, deve seguire tre principi:

  • Quello di non parafrasi, ovvero il discorso, per essere efficace, non deve essere parafrasabile e non può offrire la possibilità di poter sostituire i suoi enunciati senza che vi sia una perdita di informazioni o una sensibile alterazione del senso;
  • Quello di chiusura, che consiste nel rendere impossibile, o quasi, ad un avversario, ribattere a quanto detto;
  • Infine, il principio di trasferimento, ossia il discorso, per essere persuasivo, deve presentare una convinzione accettata dall’uditorio e trasferita sull’oggetto del proprio discorso.

Un’opinione radicata nelle menti di molte persone, infatti, anche se relativa, apparirà comunque vera agli occhi dei più.

I generi del discorso

La retorica classica distingue tre generi di discorso in base al loro oggetto (causa): quello giudiziario, quello deliberativo e infine quello epidittico.

Il genere giudiziario, genus judiciale, (γένος δικανικόν) è il primo ad essere nato. Veniva utilizzato in tribunale durante i processi per accusare o difendere secondo il criterio del giusto.

Il secondo, genus deliberativum, (γένος συμβουλευτικόν) è invece il genere usato in passato per rivolgersi a un’assemblea politica, quando, per lo più, si doveva consigliare i membri della comunità secondo il criterio dell’utile.

L’ultimo genere, quello epidittico, genus demostrativum, (γένος ἐπιδεικτικόν) è quel genere inventato, secondo Aristotele, da Gorgia, e veniva utilizzato quando si doveva tenere un elogio di qualcuno o quando, comunque, si doveva parlare di fronte a un pubblico.

Le origini dell’oratoria

L’oratoria è nata in Grecia attorno al VII e VI secolo a.C.. Essa, nella storia della letteratura, compare strettamente congiunta alla retorica, anche se l’oratoria divenne un genere letterario autonomo solo a partire dal V secolo proprio quando sorse la retorica.

I primi manuali di retorica furono scritti da due siracusani di cui non si sa quasi nulla: Corace e Tisia. I loro trattati erano in buona parte una raccolta di discorsi esemplari, scritti in dialetto dorico.

Nata in Sicilia e sviluppatasi ad opera di Empedocle e Gorgia, durante il V secolo l’oratoria si diffuse largamente ad Atene, grazie al diritto di partecipare alla vita pubblica che la polis democratica riconosceva a tutti i cittadini liberi.

Sia nelle assemblee che nei processi il cittadino si presentava di fronte ad un uditorio, la comunità, alla quale esponeva una deliberazione. Per far valere i propri interessi e i propri diritti era necessario padroneggiare al meglio la parola.

Tuttavia, affinché l’oratore potesse aver successo, erano necessarie preparazione e doti personali, e poiché non tutti potevano disporre di denaro per studiare o la capacità di parlare in pubblico, presto si diffuse la pratica di rivolgersi a un professionista della retorica, il logografo, il quale scriveva discorsi.

Biografi e storici ci riportano che, nel corso del V secolo, Temistocle e Pericle, due dei più importanti uomini politici di Atene, riuscissero ad ottenere il consenso del popolo con discorsi politici dall’elevato livello artistico.

In età alessandrina fu redatta la lista dei dieci oratori considerati modelli di retorica; essi operarono tutti ad Atene tra il V e il IV secolo.

Tra questi si distinguono Lisia e Demostene.

Lisia

Il primo fu soprattutto un oratore giudiziario, modello insuperato di sobrietà, purezza di stile, forza semplice e stile tenue.

Fu anche logografo e sostenne l’importanza dell’etopea, ovvero la “caratterizzazione mimetica” intesa come capacità di immedesimarsi nel carattere del personaggio che richiedeva il discorso, per cui è tanto ammirato da antichi e moderni e che fa di Lisia un interprete geniale del suo tempo.

Demostene

Anche Demostene, vissuto nel IV secolo, all’inizio della sua carriera fu logografo e si dedicò alla retorica giudiziaria.

Ma la sua fama è dovuta all’impegno nella vita pubblica e alla sua oratoria politica.

In particolare si ricordano le Filippiche, discorsi con i quali l’oratore si opponeva alle mire espansionistiche di Filippo II di Macedonia, presentandolo come un barbaro, nemico dei valori della democrazia, mentre gli ateniesi erano invitati all’azione per difendere la libertà delle città sotto assedio macedone.

Lo stile di Demostene si caratterizza quindi per vitalità, vigore, ricchezza di metafore, iperboli, apostrofi e drammatici effetti a sorpresa: il pathos dei suoi discorsi mirava a infiammare gli animi degli ascoltatori e persuaderli delle necessità di impegnarsi attivamente nell’azione politica.

La retorica filosofica

In ambito filosofico, Platone, contro il modello sofistico di retorica, espone, in particolare nel Fedro, il proprio modello di

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Sintesi

Sintesi Magia della lingua - Tesina

Questa tesina di maturità prende in esame il tema del potere ammaliatorio del linguaggio, il quale si è espresso attraverso l'arte della retorica e dell'oratoria nel corso della storia. Nella tesina si è posta in risalto la retorica, termine che deriva dal greco ῥητορικὴ τέχνη (rhetotikè téchne) “arte del dire”, è l'arte dell’uso della parola, ossia l’arte di persuadere mediante l’uso di strumenti linguistici. Il termine, etimologicamente, deriva dal verbo greco “eiro” che significa “dichiaro”, “dico” e dallo stesso verbo nella forma medio-passiva “eiromai”, che significa “mi rivolgo a qualcuno”. Diogene Laerzio ne determina il significato in relazione alla dialettica, definendola “arte del parlare rettamente nel caso di discorsi continui esposti in modo continuo”.

La definizione di arte segue alla sua originaria connotazione pratica, di disciplina sviluppatasi nell’ambito dei procedimenti giudiziari e assembleari, dove le si richiedeva di fornire le strategie per guadagnare il consenso degli interlocutori o di una giuria. Essa è, così, la disciplina che, studiando il metodo di composizione dei discorsi, può essere definita un metalinguaggio, ovvero un “discorso che assume come oggetto il discorso”, avente come scopo la persuasione intesa come approvazione della tesi che l'oratore propone da parte dell'uditorio al quale si rivolge. Se da un lato la persuasione consiste in un fenomeno emotivo di consenso psicologico, dall'altro ha una base epistemologica, intesa come studio degli elementi che, connettendo diverse proposizioni tra loro, portano ad una conclusione condivisibile. Il lavoro prosegue poi, con collegamenti interdisciplinari alle altre materie di studio.

Collegamenti

Magia della lingua - Tesina

  • Latino - La retorica dall'età classica; cenni su funzione del discorso retorico; Cicerone (cenni); Quintiliano.
  • Storia - Mussolini e il primo periodo fascista (prima della totale acquisizione del potere).
  • Italiano - D'Annunzio.
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