Lavoro: “Il fondamento della società” dello Ioio Elvira
5 Ap
Liceo classico “Plinio Seniore”
Indirizzo brocca: socio-psico-pedagogico
Castellammare di Stabia, Napoli
Anno scolastico 2010/2011
Indice
Introduzione …………………………………… pag. 2
Italiano “Verga, Pirandello, Pavese”
“Confronto Ciaula scopre la luna e Rosso Malpelo” …………………………………… pag. 3
Inglese “Charles Dickens – Oliver Twist” …………………………………… pag. 13
Latino “Virgilio – Le Georgiche; L’otium di Seneca - De otio” …………………………………….. pag. 17
Storia “La formazione dei sindacati;
La situazione dei lavoratori dopo l’URSS di Stalin” ……………………………………. pag. 24
Pedagogia “Marx; Dewey; Kerschensteiner” …………………………………… pag. 27
Filosofia “La destra e la sinistra hegeliana; Karl Marx” …………………………………… pag. 31
Metodologia “La motivazione al lavoro; La povertà” …………………………………….. pag. 35
Biologia “L’apparato scheletrico e muscolare -
Disturbi dell’apparato locomotore” …………………………………. pag. 40
Arte “Millet – Le Spigolatrici” …………………………………… pag. 46
Matematica “Le funzioni” …………………………………….. pag. 48
Diritto “Il lavoro e i sindacati” …………………………………….. pag. 58
Bibliografia – Sitografia …………………………………….. pag. 70 1
Introduzione
<…“Chi non lavora, non fa l’amore”…>
Cantava in una celebre canzone Adriano Celentano.
Quale frase più significativa per inquadrare una realtà tanto vera quanto
dolorosa.
Il lavoro è sempre stato e sempre sarà il fulcro della vita di ogni essere umano,
l’anello congiungente per il benessere dell’uomo, perché senza lavoro, non si
guadagna, e se non si guadagna non si può mettere su famiglia, e se famiglia
debba crearsi, si spera sempre di vivere in una vita agiata, per non parlare della
propria realizzazione professionale che rende l’uomo importante per se stesso, e
per la società in cui vive, nobilitandolo.
“Il lavoro è da sempre una partita importante nella storia dell’umanità”;
la partita della vita, da cui ne si può uscire solo vincitori o vinti, non sono
ammessi pareggi, né favoritismi.
È una partita che dura quanto la storia dell’umanità, un’umanità che lotta per
stare dentro o fuori la società. 2
Giovanni Verga
Biografia
Verga nasce nel 1840 a Catania da una famiglia benestante di idee liberali.
Compie i primi studi presso Antonio Abate, patriota entusiasta che gli
trasmette la sua passione per i romanzi storico-patriottici e per la
narrativa d’appendice: i suoi romanzi giovanili riflettono gli ideali
risorgimentali dello scrittore. Col passare degli anni Verga decise di
dedicarsi totalmente al mestiere di scrittore. Così abbandona gli studi in
legge (1869) e si trasferisce a Firenze, allora capitale del regno. Tre anni
dopo si stabilisce a Milano, vero centro della cultura nazionale e
dell’industria editoriale. Qui frequenta i salotti intellettuali e gli ambienti
della Scapigliatura, si dà alla vita mondana e agli amori. Tra il 1866-1875
Verga raggiunse il successo con una serie di romanzi che narrano vicende
passionali ambientate nel mondo aristocratico. Nel frattempo Verga amplia i suoi riferimenti culturali: legge
i realisti francesi. Mentre in Italia si apre il dibattito sulla questione meridionale: in questo clima nasce il suo
progetto di un ciclo di cinque romanzi ambientati in Sicilia, “Il ciclo dei vinti”, inizialmente intitolato La
marea, comprendente: “I Malavoglia”, composto da 15 libri, narra le vicende de I Malavoglia che sono
pescatori di Aci Trezza e possiedono una barca: la Provvidenza. La famiglia è composta da: Padron ‘Ntoni (il
nonno); Bastianazzo (il figlio); Maruzza (la moglie di Bastianazzo); e dai nipoti ‘Ntoni, Luca, Mena, Alessi e
Lia. Padron ‘Ntoni parte con la barca a vendere altrove un carico di lupini, ma naufraga. Bastianazzo muore
e per pagare i debiti bisogna vendere la casa. Qui inizia una lunga serie di sventure: Luca, partito militare,
muore nella battaglia di Lissa; Mariuzza muore di colera. Mentre Padron ‘Ntoni cerca di recuperare la casa,
compromessa dalle voci di una relazione col brigadiere Don Michele, fugge di casa. Mena, a causa delle
difficoltà economiche, deve rinunciare all’amore di compare Alfio, il carrettiere. Dopo la morte di padron
‘Ntoni, Alessi riesce a riscattare la casa, dove va a vivere con la moglie, i figli e la sorella Mena. Una notte
‘Ntoni uscito di prigione, ritorna a casa ma la sua ribellione lo ha tagliato per sempre dalla vita della famiglia
e del paese, “Mastro don Gesualdo” in cui il pessimismo sociale di Verga, il suo scetticismo sul progresso
umano e sulle possibilità di ascesa sociale è amaramente confermato dalla storia di Gesualdo Motta, “La
duchessa di Leyra” avrebbe dovuto continuare la vicenda della figlia di Gesualdo sullo sfondo di una nobiltà
in decadenza, fu iniziato e mai concluso. Ma il suo pubblico rimase deluso del rinnovamento delle tecniche
narrative che adottò. Le cupe storie di contadini e pescatori risultano sgradevoli. Così i Malavoglia risulta un
insuccesso; Mastro don Gesualdo va un po’ meglio ma non raggiunge il successo dei romanzi mondani. Dei
suoi testi per il teatro quello che fa maggior successo è Cavalleria rusticana (1884), storia a forti tinte di un
“delitto d’onore”, altri furono “La lupa”, “La caccia al lupo”, “La caccia alla volpe” e “Dal tuo al mio”. Tra le
prime opere troviamo “Amore e patria” e “I carbonari della montagna” dove si dedicò al romanzo storico.
Nel 1866 scrisse “Una peccatrice”, il primo d’ambiente contemporaneo. Altre opere, dove prevalgono temi
legati alle condizioni sociali, all’ipocrisia dei salotti aristocratici, alla sconfitta dei sentimenti di fronte alle
ragioni economiche, dove dominano personaggi femminili dal fascino ambiguo e fatale, accanto a
personaggi maschili deboli e inetti, sono ”Eva”, “Storia di una capinera”, “Tigre reale”, “Eros”. Con il
bozzetto siciliano intitolato “Nedda”, Verga abbandonò i salotti aristocratici e le torbide storie d’amore
passionale per dedicarsi alle storie della povera gente umile sulla terra. Nel 1880 pubblicò “Vita dei campi”
comprendeva 8 novelle che erano già state pubblicate nei due anni precedenti su rivista. L’opera si fonda su
un’opposizione, tra un personaggio diverso rispetto alla norma collettiva arcaico-rurale di cui si fa
portavoce il narratore anonimo; ed il mondo è quello arcaico della Sicilia più povera e sottomessa, dei
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braccianti, dei pescatori e dei cavatori. È un mondo rimasto fuori dalla storia e legato a meccanismi di
sopraffazione, che sembrano esistere per legge naturale e per la lotta alla sopravvivenza. Sono comunque
presenti sentimenti e valori autentici, tant’è che molti protagonisti sono così lontani dall’ordinarietà che
appaiono quasi mitici e destinati a tragici esiti, seguì, nel 1883, “Novelle rusticane”. Si dedicò nuovamente
alla forma della narrativa mondana pubblicando “Il marito di Elena”, “Primavera e altri racconti”, “La storia
del castello di Trezza” e “I ricordi del capitano d’Arce”. Nel 1893 si trasferisce definitivamente a Catania.
Tornato in Sicilia, continua a scrivere ma il lavoro che più gli sta a cuore non riesce a prender forma, e col
passare degli anni finisce per rinunciare alla letteratura. Nel 1922 muore a Catania.
Poetica
La poetica di Verga esprime un grande pessimismo, che unisce l’impossibilità dell’elevazione del proprio
essere, con quella di tipo economico o sociale: lo troviamo nei Malavoglia, dove la famiglia che vuole
elevarsi economicamente finisce letteralmente per disintegrarsi, e in tutte le sue altre opere. Alla base del
pessimismo di Verga sta la profonda convinzione che la società moderna sia dominata dal meccanismo
della lotta per la vita. Alla fine, Verga ci vuol fare capire che non dobbiamo mai lasciare quello che abbiamo,
perché andremmo incontro alla sconfitta. Nella Prefazione al Ciclo dei vinti, dalla quale si apprende
l’ideologia verghiana, egli afferma, fra l’altro, che l’autore non deve intervenire perché non ha il diritto di
giudicare e di criticare gli eventi: chi scrive deve quindi usare la tecnica dell’impersonalità, che si configura
come il modo più adatto per esprimere una realtà di fatto, ovvero la presenza incontrastata del Male nel
mondo. La rappresentazione artistica deve conferire al racconto l’impronta di cosa realmente avvenuta; per
far questo deve riportare "documenti umani" ciò che viene raccontato deve anche essere riportato in modo
da porre il lettore "faccia a faccia col fatto nudo e schietto". L’autore deve inoltre "mettersi nella pelle" dei
suoi personaggi, "vedere le cose coi loro occhi ed esprimerle colle loro parole" attraverso la tecnica della
regressione. Per questo lo scrittore deve "eclissarsi", cioè non deve comparire nel narrato con le sue
reazioni soggettive, le sue riflessioni, le sue spiegazioni. Verga parla anche dello straniamento, ossia
adottare un punto di vista completamente estraneo all’oggetto per narrare un fatto o descrivere una
persona. A raccontare infatti non è il narratore onnisciente tradizionale, che riproduce il livello culturale, i
valori, i principi morali, ma un occhio che osserva i fatti senza darne interpretazione; starà poi al lettore,
sulla scorta delle proprie idee e convinzioni, dare un significato a ciò che l’autore ha riportato sulle pagine
del libro. Il punto di vista dell’autore non si avverte -quasi- mai nelle opere di Verga: la "voce" che racconta
si colloca tutta all’interno del mondo rappresentato, è allo stesso livello dei personaggi. La vita è considerata
una dura lotta per la sopravvivenza, e quindi per la sopraffazione: un meccanismo crudele che schiaccia i
deboli e permette ai forti di vincere. È questa la legge della natura – la legge del diritto del più forte – che
nessuno può modificare in quanto necessaria. Si perviene perciò all’illegittimità di giudizio e di critica da
parte dell’autore, dato che il cambiamento non è comunque possibile: tanto vale lasciare che le cose
vadano come devono naturalmente andare. È questa la concezione pessimistica di Verga circa la condizione
umana nel mondo, una condizione che l’uomo non può modificare perché gli è fondamentalmente propria.
Tale visione è pessimistica e tragica perché Verga, positivisticamente, non credeva nella Provvidenza, e Dio
è assente dai suoi libri; ma non credeva nemmeno in un avvenire migliore da conquistarsi sulla terra, con le
forze degli uomini. L’autore deve solamente limitarsi a fotografare la realtà, descrivendo i meccanismi che
ne stanno a fondamento. Verga non è però indifferente ai problemi del suo tempo, in quanto conservatore,
galantuomo del Sud e non socialista: è significativo infatti che parli dopotutto dei vinti e non dei vincitori.
Vinto è chiunque voglia rompere con il passato in maniera improvvisa e clamorosa, senza esservi preparato,
mentre coloro che accettano il proprio destino con rassegnazione cosciente posseggono saggezza e
moralità. Verga, nella convinzione che il romanzo moderno dovesse rappresentare tutta la società, accettò
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le linee generali del naturalismo, descrivendo accuratamente l’ambiente e il momento storico,
indispensabili alla spiegazione della psicologia dei personaggi, che immise direttamente nell’azione
lasciando che il loro carattere si svelasse attraverso il loro comportamento. Verga, anche nella lingua,
perseguì un’aderenza assai rigorosa ai personaggi e all’ambiente utilizzando il discorso indiretto libero che
rendeva bene la tecnica dello straniamento che l’autore usava. Inoltre, Verga fa ampio uso di termini ed
espressioni dialettali, persino volgari, per mantenere una forte corrispondenza con il mondo reale. L’uso dei
proverbi, con la sua suggestione di saggezza arcaica, ha la funzione di evocare un mondo mitico ormai
morente, edificato e cristallizzato al di là del tempo, ricco di valori e tradizioni, ma anche di pregiudizi e
meschinità. La soluzione linguistica fu originale, fu il solo ad adottare una soluzione radicale: non una lingua
parlata, che non c’era, bensì una lingua italiana intessuta di espressioni e vocaboli locali, adatta a
caratterizzare i personaggi ed a nascondere l’autore, costruita sulla stessa semplice struttura sintattica della
lingua siciliana, al fine di semplificarne la lettura da parte di persone poco istruite. Il suo linguaggio lucido e
disincantato lo porta però a scrivere della realtà denunciandone la crudeltà senza mitizzazioni: non c’è
pietismo, ma solo osservazione lucida del vero. Egli, alla pari di chi scrive, deve solamente limitarsi alla nuda
constatazione di uno spettacolo immutabile, in cui ogni giudizio o proposta di cambiamento si rivelano vani
ed insignificanti. In questo senso, le possibilità umane nel mondo sono pesantemente limitate.
Rosso Malpelo
Il racconto, tra i capolavori del Verismo, viene pubblicato per la prima volta sul “Fanfulla” nel 1878 e,
successivamente, nel 1880 in forma di opuscolo nella “Biblioteca dell’Artigiano”. Nello stesso anno, viene
raccolto in “Vita dei Campi”. Verga tratta, in esso, la dura realtà di povertà e sfruttamento dei piccoli
lavoratori della Sicilia di fine Ottocento, realtà a lui ben nota, ma emergente anche dalle inchieste del
Regno d’Italia da poco formatosi (1861). A tal proposito occorre ricordare la cosiddetta “Inchiesta in Sicilia”
(1877) di Franchetti e Sonnino, libro-inchiesta centrato in particolar modo sulla triste condizione lavorativa
di ragazzi (i cosiddetti carusi) impiegati come garzoni nel duro lavoro delle miniere di zolfo. L’opera è anche
un ritratto, molto umano ed attuale, di un giovane (Rosso Malpelo), che finisce con l’essere emarginato e
condannato ad una tragica fine a causa dei pregiudizi e della violenza della gente. La novella racconta di un
ragazzo di nome Rosso Malpelo, così chiamato da tutti per il colore rosso dei suoi capelli e, a causa della
superstizione popolare che ritiene che chi ha i capelli rossi sia malvagio, giudicato da tutti un ragazzo
malizioso e cattivo. Egli lavora in una cava di rena (“la cava di Malpelo”), la stessa in cui lavora il padre,
Mastro Misciu (detto Bestia per i lavori gravosi che gli vengono affidati). È maltrattato ed osteggiato da
tutti, persino dalla madre (ella non ricorda nemmeno il suo nome di battesimo, a furia di sentirlo chiamare
in quel modo), comare Santa, e dalla sorella Nunziata, alle quali, ogni sabato, consegna il suo misero salario.
Un profondo affetto lo lega, invece, al padre, unico in famiglia a trattarlo in modo umano e dignitoso;
quando il padre muore, Malpelo è presente alla sventura e cerca di aiutarlo senza ricevere alcun aiuto dagli
altri minatori là presenti. È proprio la morte del padre che lo fa maturare e lo incita a lavorare sempre più
assiduamente nella cava. Un paio di giorni dopo la morte di Mastro Misciu, viene ritrovato il suo cadavere,
e la vedova accorcia i calzoni di fustagno e la camicia del marito defunto, adattandoli a Malpelo; le scarpe
vengono appese ad un chiodo e ogni domenica Malpelo le lustra per quando egli crescerà, giacché
rimpicciolire le scarpe non si potevano.
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Italiano
Giovanni Verga (Rosso malpelo); Luigi Pirandello (Ciaula scopre la luna); Cesare Pavese (Lavorare stanca)
Inglese
Charles Dickens (Oliver Twist)
Latino
Virgilio (Le georgiche); Seneca (De otio)
Storia
I sindacati; la condizione dei lavoratori dopo l'URSS di Stalin
Pedagogia
Karl Marx; John Dewey; Georg Kerschensteiner
Filosofia
Destra e sinistra hegeliana; Karl Marx
Metodologia
La motivazione al lavoro; la povertà
Biologia
L'apparato scheletrico e muscolare; i disturbi dell'apparato locomotore
Arte
Il realismo; Jean-François Millet (Le spigolatrici)
Matematica
Le funzioni
Diritto
Il lavoro e i sindacati