Estratto del documento

Indice

Introduzione.................................................................................................................3

Breve storia della fotografia...........................................................................4

Le prime foto a colori..............................................................................................5

Giovanni Verga fotografo e lo stile verista.............................................7

Raccontare in bianco e nero...........................................................................7

Fotografia strumento del fascismo.............................................................14

Storia della fotografia dell’Istituto Luce.........................................14

Il culto del Duce...................................................................................................17

L’estetizzazione del consenso......................................................................19

Le foto dei grandi....................................................................................................23

Lewis Hine..................................................................................................................24

Richard Avedon......................................................................................................26

Un po’ di me....................................................................................................................28

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Introduzione

Da sempre ho nutrito interesse per la fotografia e adesso sta diventando una passione.

Mi ha insegnato a guardare il mondo con i miei occhi, ad avere un punto di vista sulla realtà, che sembra oggettiva, ma è fatta di tanti piccoli particolari che l’obiettivo fotografico può evidenziare, ingrandire per esprimere emozioni anche senza parole. Sono le immagini che parlano.

Non a caso questa nuova tecnica ha incuriosito Verga e l’amico Capuana, pronti a “fotografare” la realtà.

Il fascismo, poi, ne ha fatto uno strumento per la ricerca del consenso.

Un sapiente uso della fotografia, come nel caso dei grandi innovatori Hine ed Avedon, ha permesso di evidenziare la realtà in cui sono vissuti.

La macchina fotografica è uno strumento “democratico”, tutti possono usarlo. Per questo, dopo i “grandi”, ho avuto il coraggio di concludere con qualche foto scattata da me, testimonianza di un momento e di qualche bella emozione come la nostra gita a Praga.

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Breve storia della fotografia

“Tecnicamente parlando, la Fotografia sta nel punto d’incontro di due procedimenti assolutamente distinti; il primo è di ordine chimico: è l’azione della luce su determinate sostanze; il secondo è di ordine fisico: è la formazione dell’immagine attraverso un dispositivo ottico.”

Datare con precisione l’invenzione della camera oscura è praticamente impossibile. Del fenomeno della proiezione di immagini attraverso un piccolo foro ne parla già Aristotele nel IV secolo a.C.

Tuttavia, la dagherrotipia fu il primo procedimento fotografico per lo sviluppo di immagini non riproducibili. Fu messo a punto dal francese Louis Jacques Mandé Daguerre da un'idea di Joseph Niépce.

Siamo nella prima metà dell'Ottocento e la fotografia è ben lontana dall'essere quel fenomeno di massa che conosciamo oggi: siamo proprio agli albori di questa nuova arte, in quel periodo in cui gli artisti dovevano essere per forza anche chimici e la sperimentazione faceva parte dello stesso processo creativo.

L'invenzione venne resa pubblica nel 1839 ed è una tecnica che produce immagini uniche, non riproducibili, a differenza dei procedimenti che hanno reso poi la fotografia un fenomeno di massa. Sinteticamente il dagherrotipo utilizza nella sua prima declinazione come supporto sensibile una lastra di rame ricoperta di ioduro di argento, resa sensibile alla luce dall'esposizione ai vapori di iodio. La sensibilizzazione richiede l'utilizzo della lastra entro un'ora dalla preparazione e richiede poi esposizioni di diversi minuti. A questi tempi ‘stare in posa’ non era quindi un'impresa facile.

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Lo sviluppo passa attraverso l'esposizione a vapori di mercurio e il fissaggio tramite tiosolfato di sodio. Il risultato sono immagini monocromatiche molto soggette alle ingiurie del tempo, a causa dell'annerimento dell'argento, ragione per cui (anche per la fragilità della lastra finiti i trattamenti) i dagherrotipi vengono conservati sotto vetro.

Il difetto del dagherrotipo era che non si potevano farne delle copie; ogni esposizione dava vita ad una sola immagine.

Il problema fu risolto pochi anni dopo dall’inglese Fox Talbot che brevettò il primo negativo di carta (calotipo) e dette vita al procedimento negativo-positivo ancora oggi utilizzato.

Contemporaneamente furono inventati i primi obiettivi composti da più di una lente in modo da avere immagini più luminose e meglio definite e fu introdotto il diaframma per regolare la quantità di luce e selezionare i raggi di luce che attraversano l’obiettivo nella zona centrale, quella più nitida.

La fotografia in bianco e nero diventava uno dei più potenti mezzi espressivi dell’inizio del 1900.

Ma l’inventiva umana non ha mai fine e allora…

Le prime foto a colori

…nel 1904 i fratelli Lumière, gli inventori del cinema, brevettarono la prima lastra positiva a colori Autocrome. Il principio si basava su una lastra di vetro sulla quale era stato depositato un sottile strato di cristalli trasparenti di fecola di patate colorati con i colori della sintesi additiva verde, blu e rosso.

Sull’altro lato della lastra si trovava una comune emulsione al bromuro d’argento (in bianco e nero). La luce che colpiva l’emulsione in BN doveva quindi attraversare una miriade di cristalli che facevano da filtro

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ed impressionava il negativo in BN in modo diverso a seconda del colore e dell’intensità della luce. La lastra veniva poi sviluppata ed invertita per ottenere una diapositiva in BN.

Osservando per trasparenza la lastra si poteva vedere una diapositiva a colori. È lo stesso principio su cui si basa la televisione che forma l’immagine attraverso la fusione di puntini colorati di rosso, verde e blu). 6

Giovanni Verga fotografo e lo stile verista

Raccontare in bianco e nero

Ogni volta che nel panorama storico di una data epoca entra in scena un nuovo medium, una tecnologia legata alle comunicazioni di massa, anche la lingua, le forme stilistiche e le espressioni artistiche vengono sollecitate a cambiare e ad assumere nuovi caratteri e nuove qualità.

E' il caso della letteratura verista e di Giovanni Verga che condizionato dalla sua passione per la fotografia finì per scrivere racconti e romanzi senza l'ausilio dei colori, in "bianco e nero". Nell’abitazione di Giovanni Verga, padre del Verismo, nel 1966 furono ritrovati ben 448 negativi fotografici - 327 lastre in vetro e 121 fotogrammi in celluloide - impressi dallo scrittore a partire dal 1878.

I negativi ritraggono in parte parenti, domestici, amici, molti dei quali esponenti culturali del suo tempo, quali Luigi Capuana, Federico De Roberto, Eleonora Duse, gli editori Emilio e Giuseppe Treves, e molti altri.

Molti dei negativi raffigurano anche paesaggi, scorci di case anche umili, e le vie di paesi come Vizzini, Scordia e Licodia Eubea completamente svuotate di gente, forse al lavoro nei campi, che rimandano a quel senso di mondo fermo e immutabile che si respira nei racconti.

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Ritraggono anche l'ambiente rurale delle sue proprietà fondiarie, con i suoi uomini di fiducia ed i suoi braccianti, dalla figura umile e col volto ruvido, segnato dal sole e dalla fatica.

Emergono insomma da queste foto non solo quegli scenari naturali e domestici, ma anche quegli uomini e quelle donne che dovettero certamente servire da modelli ideali, perlomeno in alcuni loro tratti, per le sue opere letterarie appartenenti alla fase verista, dalla raccolta di novelle ‘Vita dei campi’, pubblicata nel 1880 - due anni dopo l'inizio ufficiale della sua attività di fotografo - ai romanzi ‘I Malavoglia’ e ‘Mastro don Gesualdo’.

In quegli anni la fotografia era diventata una specie di moda d'elite presso nobili, intellettuali e persone facoltose. Anche gli altri scrittori veristi ed amici di Verga erano appassionati di fotografia, tanto che fu lo stesso Capuana ad insegnare all'amico di Catania il procedimento di sviluppo dei negativi. Anche per questo motivo l'attività fotografica dello scrittore verista è stata considerata dalla critica come un semplice passatempo, un'adesione alla moda dell'epoca, senza alcuna influenza sulla sua produzione letteraria.

Tuttavia se è vero che la sua adesione ai principi guida della filosofia verista - la descrizione scientifica dell'ambiente naturale e umano, l'estrema obiettività della narrazione, il distacco emotivo ed etico da parte dell'autore, l’impersonalità - venne maturando soprattutto dall'esempio della letteratura naturalista europea, in particolare, com'è noto, quella del francese Emile Zola, d'altra parte sembra proprio esagerato affermare che un mezzo di comunicazione di massa e di rappresentazione artistica come la fotografia non abbia avuto alcuna relazione con la sua letteratura.

Verga come gli altri suoi amici e scrittori veristi apparteneva a quella generazione che vide crescere e progredire intorno a sé quella nuova tecnologia.

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Sintesi

Italiano

Giovanni Verga, Fotografo e Scrittore

Storia

Fotografia dell'Istituto Luce, Il culto del Duce, l'esaltazione del consenso

Storia dell'Arte

Fotografi moderni Lewis Hine, Richard Avedon

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