Indice
Perché la fotografia....................................................II
Verga: Lo scrittore che catturava la realtà................................III-XIV
I dintorni di Milano, articoli di giornale.................................XV-XXIV
Le macchine fotografiche di Verga..........................................XXV XXVIII
Struttura di una macchina fotografica Reflex...............................XXVI-
L’occhio come l’obiettivo..................................................XVIII-XXX
XXXI
Bibliografia/Sitografia:...................................................
I
Perché la fotografia?
In generale fotografare significa porsi davanti a qualcosa che ci colpisce, cercare di fissarlo nei migliori dei modi e dare una interpretazione personale della realtà.
Immortalando persone, luoghi visitati, mi era possibile tenere vivi certi ricordi di viaggi fatti assieme alla mia famiglia o anche solo di persone con cui avevo stretto amicizia. Sono molto legata al passato e, purtroppo, la nostra mente non permette di ricordare tutto ciò che vogliamo. Ecco perché la fotografia può diventare una soluzione al problema.
Così è nata la mia ossessione di rendere eterno qualsiasi avvenimento ritenessi importante, ma non solo, ho cominciato ad aprire la mente e lo sguardo, ad accorgermi come semplici paesaggi, oggetti, costruzioni, potessero suscitare in me forti sensazioni e da ciò è nato il desiderio di rendere tali emozioni perenni attraverso la fotografia.
La mia nonna mi ha permesso di coltivare questa passione regalandomi una macchina fotografica di superiore livello, alla quale sono legata e che custodisco gelosamente.
“Da quando esiste Photoshop non siamo più disposti a concedere alla fotografia lo status di rappresentazione oggettiva della realtà.”
Marco Pratellesi
II
Lo scrittore che catturava la realtà
L’autore siciliano Giovanni Verga, noto esponente della corrente verista, mostrò un lodevole interesse nei confronti della fotografia, che concretizzò in ritratti di amici (Luigi Capuana, Federico De Roberto, Eleonora Duse, gli editori Emilio e Giuseppe Treves, e molti altri), ma anche in paesaggi, case, vie di paese.
Un modo diverso e non noto per raccontare le sue storie, fermate in immagini di intensa semplicità, di racconti quotidiani, di facce comuni.
Tali ritratti rimandano proprio al mondo statico ed immobile dei racconti verghiani, in quanto raffigurano anche i contadini durante le faticose ore di lavoro, intenti nella “lotta per la sopravvivenza”, oppure le donne impegnate nei lavori domestici.
Sicuramente è possibile parlare di un ”opera scritta con la luce e non con la penna”: i soggetti ed i paesaggi ritratti sono stati certamente di forte ispirazione per le opere appartenenti alla fase verista, dalla raccolta di novelle Vita dei campi, pubblicata nel 1880 (due anni dopo l'inizio ufficiale della sua attività di fotografo) ai romanzi I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo.
Infatti le fotografie ritraggono quelli che Verga definiva i “vinti”, vittime di un destino che non riescono a contrastare e sui quali la vita si accanisce ed infierisce.
Tuttavia il Verga fotografo, non sempre corretto dal punto di vista tecnico, risulta essere efficace e immediato tanto quanto il Verga scrittore. Con le sue opere ribadisce lo stretto legame tra letteratura e fotografia, hobby nato per caso quanto trovò una grossa macchina a cassetta dello zio paterno, con cui realizza le prime fotografie.
Nel 1891 va in Galleria Vittorio Emanuele 7-9, dove ha sede la più importante mostra fotografica di Milano, e compra una Kodak per lastre 13X18 e, pochissimo tempo dopo, una Murer’s Express. Si tratta di una “macchina a focale fissa”, costituita da un parallelepipedo in legno di noce tinto in nero, con un mirino ottico laterale ed uno frontale a vetro smerigliato, due velocità di scatto per posa o istantanea ed un obiettivo anastigmatico.
La macchina viene venduta in vari formati, Verga preferisce il 9X12. Nel 1897 si reca a Londra e compra la sua quarta macchina fotografica: la Eastman, leggera e maneggevole, che non usava più lastre in vetro, bensì la pellicola in celluloide per negativi 4X3 cm.
Di questa produzione sono state ritrovate quasi per caso, nell'abitazione catanese in Via S. Anna 8, nel 1966 numerose lastre. Il nipote, Giovanni Verga Patriarca, ricordando raccontò all’insegnante catanese Giovanni Garra Agosta che anche lo zio fotografava ed aveva immortalato lui e la sorella Caterina più volte.
Garra si mise alla ricerca di questi reperti, finché non aprì un armadio della soffitta e trovò una scatola contenente 327 lastre in vetro Lumiére e Cappelli (due ditte di lastre in vetro, la prima francese, la seconda italiana) di diverse dimensioni (9X12, 10X15, 13X18, 18X23) e 121 negativi in celluloide 3X4, arrotolati come usava un tempo.
Grazie a questo insegnante, che afferma che le foto non sono un distacco dalla letteratura, ma un puro riflesso, cominciarono i primi studi delle immagini, seguite da mostre accompagnate da cataloghi.
Attualmente le fotografie sono conservate negli archivi della Fondazione 3M.
I fotografi professionisti hanno molto criticato e svalutato le fotografie di Verga, poiché ritenute di basso livello. Bisogna però tener presente che l’autore non era molto interessato all’aspetto estetico e tecnico della fotografia, quanto a
III
testimoniare una realtà povera e triste come quella che purtroppo era la Sicilia del suo tempo. Si trattava solo di un ambito piacevole e privato, Verga non ha mai avuto l’intenzione di pubblicare le immagini né preteso mai di diventare un fotografo professionista.
Comunque sia lo stesso Verga talvolta si lasciava scappare aspre autocritiche, definendo “sgorbi fotografici” immagine sfocate, poco centrate o scure. Così nella lettera del 23 dicembre 1887, inviata agli amici De Roberto e Capuana, afferma: “non sono [...] contento delle prove fotografiche—degli orrori—[...]. De Roberto ha gli orecchioni. Ferlito è il Vinto della caricatura. Mio fratello è losco e non somiglia al figlio di suo padre. Io e Paola siamo i nonni di noi stessi. Tutta la nostra vanità apollinea si ribella e protesta in coro”.
Ogni tanto sulle lastre si trova un pezzo di velina con scritto “buono”, ad indicare che l’autore è soddisfatto di una determinata foto. In questo modo possiamo comprendere quali erano i gusti dell’artista.
Inoltre la possibilità di poter osservare l’intero archivio fotografico, ci consente di riconoscere che l’autore è cresciuto tramite i suoi errori ed è riuscito, col tempo, a padroneggiare la tecnica, migliorando i suoi risultati.
Nel tentativo di migliorarsi Verga scambiava molti consigli con gli amici Federico De Roberto e Luigi Capuana e, se inizialmente criticava quest’ultimo per la sua malsana passione per la fotografia, sostenendo che “sciupava un prezioso capitale di tempo e d’ingegno”, in seguito però, quasi fosse diventato un vizio, lo scrittore non riusciva più a sottrarsi al fascino della camera oscura e lo stesso affermava (nel 1880) “No, non sono sfuggito al contagio fotografico e vi confesso che questa della camera nera è una mia segreta mania”.
A Capuana dedicò il manoscritto de “I Malavoglia” e, il 26 Dicembre 1881, gli chiese persino “Bisogna assolutamente che tu mi faccia o mi procuri gli schizzi e le fotografie di paesaggio e di costumi pel mio volume di novelle siciliane, tipi di contadini, maschi e femmine, di preti, e di galantuomini, e qualche paesaggio della campagna di Mineo, ecco quanto mi basta, ma mi è necessario. Potrai farmeli anche tu con la tua macchina fotografica da S. Margherita."
Ancora, il 29 Ottobre 1883, gli scrisse di procurargli (per la messa in scena di “Cavalleria Rusticana”) “delle fotografie di contadini (e tu sai i personaggi principali), due donne giovani colla mantellina, una senza e vecchia, anche per vedere la pettinatura, e qualche tipo di carrettiere e contadino. Insomma dai un'occhiata alla novella e ti regoli. Se potessi anche mandarmi una fotografia d'interno di villaggio, strada o piazza, sarebbe il colmo del bene. Ai costumi segna in nota il colore e possibilmente la stoffa dei panni. […] pensa che tutto dipende da te l’esito della mia commedia ".
Alcuni critici hanno anche affermato che la rappresentazione popolare è solo un gradino del grande pensiero verghiano, il quale si estende a livello universale ed esplica un chiaro pessimismo nei confronti della intera umanità.
Verga testimonia, attraverso i volti e gli ambienti che ha colto, quella che era la condizione della sua società e il destino da cui era segnata; ha documentato una Sicilia povera affinché l’osservatore cogliesse il suo messaggio, ha invitato il pubblico ad osservare la realtà secondo l’obiettivo della macchina fotografica, mezzo di indagine sociale equivalente a qualsiasi altro strumento scientifico: “ma per poter comprendere siffatta caparbietà, che è per certi aspetti eroica, bisogna farci piccini anche noi, chiudere tutto l'orizzonte fra due zolle, e guardare col
IV
microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori. Volete metterci un occhio anche voi, a cotesta lente? voi che guardate la vita dall'altro lato del cannocchiale? Lo spettacolo vi parrà strano, e perciò forse vi divertirà."
(Fantasticheria).
Verga ha cominciato sempre più a star dietro l’obiettivo anziché davanti, per mettersi nella stessa posizione dell’osservatore e capire quale potessero essere le sue reazioni ed atteggiamenti di fronte ad una così triste e squallida realtà, tanto da affermare: “Chi osserva questo spettacolo non ha il diritto di giudicarlo; è già molto se riesce a trarsi un istante fuori del campo della lotta per studiarla senza passione, e rendere la scena nettamente, coi colori adatti, tale da dare la rappresentazione della realtà com'è stata, o come avrebbe dovuto essere."
(Introduzione de I Malavoglia)
Quelli che sono considerati i principi della letteratura verghiana, esposti nella prefazione a “L’amante di Gramigna”, sono gli stessi della sua produzione fotografica. Innanzi tutto vi è l’impersonalità, intesa come “eclissi dell’autore”: il racconto non deve filtrare attraverso la sua “lente”, non devono ricorrere giudizi, spiegazioni, descrizioni; il lettore deve trovarsi “faccia a faccia con il fatto nudo e schietto”, e tanto più lo scrittore non lascerà tracce, tanto più l’opera sembrerà “essersi fatta da sé”.
Inoltre deve scomparire il narratore tradizionale e il suo punto di vista deve essere sostituito da una visione coincidente con quella dei personaggi stessi (regressione).
Sono riportate di seguito alcune delle foto più significative scattate da Verga.
V
Ecco un esempio di quelle foto che Verga aveva commentato con un “buono”.
VI
Questa foto è stata scattata a Novalucello nel 1911 e mostra come Verga abbia imparato ad equilibrare l’uso della luce e delle ombre. Pur occupando solo una piccola parte del fotogramma, la bambina risalta grazie ad una ripresa leggermente in diagonale e poiché emerge solo in parte dalla finestra.
La fotografia ricorda uno dei protagonisti delle novelle verghiane, Nedda, in cui si può appunto leggere:
“La Nedda, appoggiata all’uscio, guardava tristemente i grossi nuvoloni color di piombo che gettavano su di lei le livide tinte del crepuscolo. La giornata era fredda e nebbiosa […].” VII
Le immagini sottostanti ricordano la novella Fantasticheria:
“Quel mucchio di casipole è abitato da pescatori, […] i quali hanno la pelle più dura del pane, quando ne mangiano, giacché il mare non è sempre gentile, come allora che baciava i vostri guanti.”
VIII
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Sintesi fotografia e realtà tesina
Nella mia tesina di maturità ho voluto analizzare la fotografia, un mezzo che permette di rendere oggettiva la realtà. In generale fotografare significa porsi davanti a qualcosa che ci colpisce, cercare di fissarlo nei migliori dei modi e dare una interpretazione personale della realtà. Immortalando persone, luoghi visitati, mi era possibile tenere vivi certi ricordi di viaggi fatti assieme alla mia famiglia o anche solo di persone con cui avevo stretto amicizia. Sono molto legata al passato e, purtroppo, la nostra mente non permette di ricordare tutto ciò che vogliamo. Ecco perché la fotografia può diventare una soluzione al problema. Così è nata la mia passione volta a rendere eterno qualsiasi avvenimento ritenessi importante, ma non solo, ho cominciato ad aprire la mente e lo sguardo, ad accorgermi come semplici paesaggi, oggetti, costruzioni, potessero suscitare in me forti sensazioni e da ciò è nato il desiderio di rendere tali emozioni perenni attraverso la fotografia.
La mia nonna mi ha permesso di coltivare questa passione regalandomi una macchina fotografica di superiore livello, alla quale sono legata e che custodisco gelosamente. All'interno della tesina ho creato anche tutta una serie di collegamenti disciplinari, come: la meccanica della macchina fotografica in Informatica, l'occhio in Biologia e il pensiero di Verga in Italiano.
Collegamenti
- Italiano - Verga.
- Informatica - Meccanica della macchina fotografica.
- Biologia - L'occhio.