La fotografia come oggettivizzazione della realtà
«Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia, è come se avessi trascurato qualcosa di essenziale. È come se mi fossi dimenticato di svegliarmi.»
(Richard Avedon)
Mattia Gozzo Liceo Scientifico
«L. Da Vinci»
VB Floridia, sez.
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Distaccata
2010/2011
Canicattini Bagni
Sommario
- Italiano-Giovanni Verga (4-6)
- Filosofia-Arthur Schopenhauer (7,8)
- Storia-Seconda Guerra Mondiale (9,10)
- Fisica-Luce e obiettivi fotografici (11-13)
- Biologia-L'occhio umano (14)
- Scienze della Terra-L'atmosfera (15-17)
- Chimica-La fotoelettrochimica e l'isomeria ottica (18)
- Inglese-Oscar Wilde (19)
- Arte-Robert Capa (20-23)
- Latino-Giovenale (24,25)
- Matematica-Calcolo delle probabilità (26)
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Introduzione
Oggi viviamo in un mondo in cui la fotografia ha un impiego tanto universale da sembrare quasi scontata, così che raramente ci soffermiamo a riflettere sui principi logici che ne hanno permesso l'invenzione e la successiva evoluzione. È divenuta una forma d'arte tipica della nostra era, tecnologica, rapida, precisa, automatizzata, uno strumento autonomo e moderno, accessibile a tutti ed estremamente efficace per comunicare informazioni.
È un'invenzione straordinaria in grado di produrre istantaneamente immagini di tutto ciò che vediamo, un potente mezzo espressivo che permette di collegare passato e presente, come un ponte fra tempo e spazio. Con un semplice gesto si possono fissare per sempre attimi, volti e luoghi così da restituire l'immagine del passato con una fedeltà imparagonabile da qualsiasi altro mezzo espressivo. Come dimostra la celebre foto:
«Il capolinea» di Alfred Stieglitz, una semplice immagine può rievocare istantaneamente l'atmosfera di un'epoca ormai lontana. I cavalli fumanti, il conducente che li abbevera in quella fredda giornata invernale, il traffico, gli abiti del tempo, tutti elementi che permettono all'osservatore di immergersi nella Manhattan di fine Ottocento, di tornare indietro nel tempo, facendo proprie le sensazioni provate in quell'attimo dal fotografo stesso.
La fotografia è arte?
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Faccio mie le parole del fotografo Edward Weston: chi lo sa e chi se ne importa?
La fotografia mi piace. Non passa giorno nel quale non dedichi anche solo una piccola parte del mio tempo a qualcosa che attiene alla fotografia. È una parte di me e trascurarla sarebbe una sorta di violenza a me stesso. Oggi siamo inondati di fotografie: immagini di guerra e carestia, vittorie e sconfitte, gente famosa e famigerata, prodotti invitanti, splendide modelle, case ideali, organismi microscopici e stelle distanti, momenti importanti della storia e momenti che sono importanti solo per noi. Le fotografie trasportano luoghi lontanissimi nelle nostre case e il passato nel presente. Tutti noi abbiamo album (o cassetti, se siamo disordinati) pieni di foto di persone care o di noi stessi quando eravamo più giovani. Le fotografie appagano il nostro desiderio di arte, ci fanno conoscere cose che non vedremo mai da vicino. E sono la nostra memoria. Delle innumerevoli fotografie che ci passano sotto gli occhi, solo poche, però, catturano la nostra attenzione e restano fra i nostri ricordi.
Che cosa separa queste immagini dalle altre? Le foto memorabili sono diversissime tra loro, ma hanno tutte una caratteristica in comune: ciascuna trasmette un'emozione forte, che sia essa gioia, tristezza, pietà, repulsione, o il semplice ma indescrivibile piacere di guardare qualcosa che i nostri occhi e la nostra mente trovano attraente. Il fotografo comunica questa sensazione grazie all'armonica fusione della sua sensibilità, il suo occhio, con la conoscenza degli strumenti e delle tecniche. Per creare un'immagine che mostri e racconti il suo soggetto, il fotografo guarda, pensa, sceglie l'attrezzatura giusta, infine scatta.
Uno degli obiettivi primari della fotografia, fin dai tempi della sua nascita e ancora ai giorni nostri, è stato naturalmente quello della registrazione della realtà, con la finalità della sua visione in tempi, in luoghi e verso spettatori diversi da quelli ove la realtà si è inizialmente manifestata. Attualmente la fotografia è, e continua ad essere, una creazione destinata all'occhio. L'occhio del fotografo comunica direttamente con l'occhio dello spettatore, uniti da quel filo tutt'altro che sottile che è il manufatto stesso della fotografia. E la macchina fotografica, in questa metafora inquietante, altro non è che un trasmettitore di segnale: e da qui le infinite premure, gli affanni e le paranoie ultra tecnologiche affinché questo trasmettitore di segnale sia assolutamente limpido e cristallino, non soltanto sul piano ottico ma anche su quello «spirituale». Il subconscio dell'osservatore non parla in termini di risoluzione, di pixel e di retini di stampa. Il subconscio ha bisogno, o meglio: «avrebbe» bisogno di pochi (ma tutt'altro che chiari!) elementi, appena appena abbozzati, oggetto ed attributo, interrelazione fra oggetti ed oggetti: in altra parola il subconscio riflette sulle idee. E le nostre immagini non sono altro che un suggerimento, una traccia, che indirizza il subconscio a riflettere su un'idea, un'insieme di idee, una situazione, un concetto, una relazione. La perfezione della fotografia, la sua riuscita tecnica, la giusta luminosità, risoluzione, montaggio e così via, tornano utili solo nella misura in cui contribuiscono o addirittura consentono la credibilità della situazione che l'autore intende trasmettere. E lo spettatore, purtroppo, è di solito così inaridito spiritualmente, così poco «artista», da avere bisogno che una situazione sia assolutamente credibile per potervi credere. E di conseguenza che una fotografia sia tecnicamente perfetta, se non altro molto buona, per essere ritenuta credibile dal proprio inconscio e per permettergli quindi di sognare.
Ma cosa vuol dire «fotografare»?
La parola «Fotografare», tradotta letteralmente dal greco, significa «scrivere con la luce». La fotografia è infatti strettamente collegata con la luce. La luce che si riflette su una scena crea un'immagine. A otturatore aperto, la luce entra attraverso l'obiettivo della macchina e impressiona l'emulsione sensibile alla luce della pellicola.
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Poi questa viene sviluppata in bagni chimici e diventa un negativo (o un positivo nel caso di diapositive). Quando si proietta il negativo su un foglio di carta sensibile alla luce si forma un'immagine e nasce una stampa a colori o in bianco e nero.
Nel pensiero comune la Fotografia è uguale alla Realtà. Ma, è davvero così?
Se l'occhio vede solo ciò che conosce, allora il fotografo vedrà nella realtà solo quello che lui sa. L'immagine fotografica, pur mantenendo il legame di indice con la realtà, non è altro che un modo di rappresentarla, come la pittura e la scrittura. Se, come quando si dipinge o si scrive, sappiamo cosa vogliamo «render presente» (cioè rappresentare) della realtà, allora mettendo in funzione il meccanismo espressivo della fotografia riusciremo ad interpretare la realtà giungendo così ad un'immagine che è la rappresentazione soggettiva della realtà.
Neil Leifer:
Concludo citando un pensiero del grande
La fotografia non mostra la realtà, mostra l'idea che se ne ha
«.»
Italiano
«Giovanni Verga, lo scrittore-fotografo»
Un aspetto finora sconosciuto di uno dei padri del Verismo, Giovanni Verga: la sua passione per la fotografia. Un modo diverso e non noto per raccontare le sue storie, fermate in immagini di intensa semplicità, di racconti quotidiani, di facce comuni. Nel 1966 nell'abitazione catanese di Giovanni Verga, in Via S. Anna 8, al centro di Catania, furono ritrovati ben 448 negativi fotografici: 327 lastre in vetro e 121 fotogrammi in celluloide, impressi dallo scrittore a partire dal 1878. I negativi, restaurati e sviluppati, ritraggono in parte parenti, domestici, amici, molti dei quali esponenti culturali del suo tempo, quali Luigi Capuana, Federico De Roberto, Eleonora Duse, gli editori Emilio e Giuseppe Treves, e molti altri. Molti di essi tuttavia raffigurano anche paesaggi, scorci di case anche umili, e le vie di paesi come Vizzini, Scordia e Licodia Eubea completamente svuotate di gente, forse al lavoro nei campi, che rimandano a quel senso di mondo fermo e immutabile che si respira nei racconti verghiani. Ma ritraggono anche l'ambiente rurale delle sue proprietà fondiarie, con i suoi uomini di fiducia ed i suoi braccianti, dalla figura umile e col volto ruvido, segnato dal sole e dalla fatica. Emergono insomma da queste foto non solo quegli scenari naturali e domestici, ma anche quegli uomini e quelle donne che dovettero certamente servire da modelli ideali, perlomeno in alcuni loro tratti, per le sue opere letterarie appartenenti alla fase verista, dalla raccolta di novelle Vita dei campi, pubblicata nel 1880, due anni dopo l'inizio ufficiale della sua attività di fotografo, ai romanzi I Malavoglia e Mastro don Gesualdo.
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In quegli anni la fotografia era diventata una specie di moda d'élite presso nobili, intellettuali e persone facoltose. Anche gli altri scrittori veristi ed amici del Verga erano appassionati di fotografia, tanto che fu lo stesso Capuana ad insegnare all'amico di Catania il procedimento di sviluppo dei negativi. Anche per questo motivo l'attività fotografica dello scrittore verista è stata considerata dalla critica come un semplice passatempo, un'adesione alla moda dell'epoca, senza alcuna influenza sulla sua produzione letteraria. Giovanni Verga arriva alla fotografia quasi per caso, utilizzando una grossa macchina a cassetta dello zio paterno con cui realizza a partire dal 1878 le prime fotografie su lastre di vetro nel formato 18x23. Coltiva la sua passione in sintonia con gli amici scrittori Federico De Roberto e Luigi Capuana: con costoro scambia consigli e commenti lasciandosi talvolta andare ad aspre autocritiche nel definire «sgorbi fotografici» le sue immagini meno riuscite. Infatti, Giovanni Verga non ha mai preteso di uscire da un ambito strettamente privato dove la fotografia è piacevolezza, ricordo, divertissement colto che, in quanto tale, è da realizzare con costanza e determinazione.
Dopo i primi esperimenti, lo scrittore si attrezza con altre macchine più maneggevoli con cui realizza la maggior parte delle sue fotografie usando lastre in vetro francesi Lumière e italiane della ditta milanese Cappelli e pellicole a rullo. Giovanni Verga è un fotografo capace di realizzare ritratti mediocri come pregevoli e di far emergere un particolare estro soprattutto di fronte ai paesaggi urbani: attraverso gli errori affina il suo stile e quando padroneggia meglio la tecnica i risultati migliorano. Questo aspetto è importante per giudicare le fotografie dello scrittore che opera in un'epoca in cui, finita l'era dei pionieri, non è ancora iniziata quella in cui l'industria chimica e meccanica avrebbe reso le cose più semplici per tutti. Con gli anni i risultati dello scrittore fotografo migliorano, soprattutto quando nel suo corredo arriva la Eastman, un apparecchio leggero e maneggevole grazie a cui realizza inquadrature più ardite che si ritrovano anche quando riutilizza le vecchie macchine dimostrando di avere acquisito una pregevole forza espressiva. Nel 1911, misteriosamente, smette di scattare. La dimensione privata della sua produzione fa sprofondare il Verga fotografo in un oblio dal quale ciclicamente riemerge.
I ritratti
Il ritratto è il genere che Giovanni Verga affronta fin dai primi scatti tanto che, guardando le sue fotografie, si può seguire l'evoluzione di uno stile che all'inizio è ingenuamente semplice: c'è la disponibilità e la pazienza del fotoamatore nel mettere tutti in posa, la ricerca di un equilibrio nella composizione dei gruppi come dei singoli, la costanza nel cercare un angolo giusto per scattare, non importa che sia sul terrazzino della casa di Catania o nell'angolo del cortile della tenuta di Tèbidi. Talvolta preferisce lavorare in esterni usando come sfondo il paesaggio che si intravede alle spalle dei soggetti, in altri casi fa ricorso come fondale a un paravento o, più comunemente, come facevano molti professionisti, a un lenzuolo teso.
Non sempre è soddisfatto («dei ritratti – scrive – il meglio riuscito è quello di Giovanni colla sorellina, quello di Mario coi ragazzi non sarebbe male ma il piccolo Marco è irriconoscibile perché fuori fuoco») ma in 6 alcuni casi i risultati sono davvero pregevoli come quando riprende gli elegantissimi amici scrittori.
Interessanti anche da un punto di vista sociale sono i ritratti della gente comune: contadini, donne di servizio, perfino una mendicante che alludono a quei «vinti» protagonisti di tante storie verghiane.
La Sicilia
Giovanni Verga fotografa con costanza la sua terra, tanto che la maggioranza delle sue immagini è stata scattata in Sicilia. Qui alterna i ritratti di parenti e amici a quelli di gente umile come contadini, massari, cameriere di casa; qui fotografa il tempio di Segesta come le vedute di Vizzini o il porto di Catania. In effetti i migliori risultati Giovanni Verga li ottiene quando fotografa i paesaggi urbani spostandosi con il treppiede da un punto all'altro, cercando l'inquadratura più corretta e la luce più adatta o quando riprende le campagne che sembrano lontane da quel mare che Verga non riprende quasi mai. Possiede uno stile immediato, caratterizzato da un dinamismo che somiglia al tono moderno e pulito della sua pagina scritta: in questo è vicino al modo di operare di due altri scrittori fotografi siciliani suoi amici come Federico De Roberto e Luigi Capuana.
Interessante notare nelle immagini di Verga l'assoluta mancanza di retorica, la capacità di evitare ogni riferimento al pittoresco e semmai il desiderio di cogliere lo spirito più profondo e autentico della sua terra.
In viaggio
Uomo colto e benestante, Giovanni Verga aveva a lungo vissuto a Milano ma, anche dopo essere tornato nella sua Catania, realizza frequenti viaggi a Londra, Parigi, e in altre città. Di alcuni abbiamo interessanti documentazioni fotografiche che testimoniano del suo immutato legame con la Lombardia – i laghi di Como e Maggiore, Bormio, lo Stelvio – e delle sue mete in Svizzera in compagnia di donne affascinanti ed elegantissime che fotografa con grande perizia.
Ormai padrone della tecnica di ripresa e approdato a uno stile asciutto ed efficace, Verga è attratto dai palazzi, dalle vie, dalle piazze di Berna, Basilea, Zurigo, Lucerna: le sue fotografie somigliano a dei piccoli reportage di viaggio dove i ritratti si alternano a panorami urbani realizzati con quel gusto caro ai vedutisti che risente di una certa teatralità.
Sono questi i momenti più interessanti anche da un altro punto di vista: attraverso gli occhi del fotografo, comprendiamo la realtà del tempo come doveva apparire a un ricco borghese pieno di curiosità e consapevole dei tanti cambiamenti della sua epoca.
Dal 7 al 26 settembre 2004 Milano svelò al grande pubblico cento foto scattate da Giovanni Verga, tutte provenienti dall'Archivio Fotografico della Fondazione 3M, ed esposte per la prima volta al Palazzo dell'Arengario. Promossa da 3M in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura del Comune di Milano e curata da Roberto Mutti, la mostra «Giovanni Verga Scrittore Fotografo» ebbe anche una finalità benefica: il ricavato dei biglietti e del catalogo venne devoluto alla sezione milanese della Lega Italiana per la Lotta Contro i Tumori a sostegno del progetto «Strada della guarigione».
«Potrà forse apparire sorprendente che lo scrittore Giovanni Verga fosse anche un appassionato fotografo», dichiarò Roberto Mutti, curatore della mostra. «Proprio come i suoi amici Capuana e De Roberto (e come Émile Zola in Francia o Jack London in Inghilterra), Verga con le sue opere ribadisce lo stretto rapporto che lega letteratura e fotografia. Nonostante la scoperta delle lastre su cui lo scrittore siciliano aveva impresso le sue immagini risalga al 1970, la conoscenza delle sue fotografie è poco nota presso il grande pubblico. Con questa mostra ci poniamo l'obiettivo di colmare questa carenza e di dare un contributo al dibattito su rapporti e interdipendenze tra arti diverse».
Le cento immagini della mostra «Giovanni Verga, scrittore fotografo» provengono tutte dall'Archivio Fotografico della Fondazione 3M. Non si trattò di fotografie originali, ma di stampe recenti ricavate indirettamente, attraverso interventi digitali, dalle lastre in vetro verghiane. Queste, date le loro precarie condizioni, risultarono troppo delicate per essere maneggiate: alcune lastre, infatti, subirono danni alle emulsioni (che in qualche caso si sono addirittura parzialmente distaccate per colpa dell'umidità) o furono addirittura accidentalmente rotte.
Arthur Schopenhauer
«Il mondo come rappresentazione»
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Italiano: Giovanni Verga
Filosofia: Arthur Schopenhauer
Storia: la Seconda guerra mondiale
Biologia: l'occhio umano
Scienze della Terra: l'atmosfera ed i satelliti
Chimica: la fotoelettrochimica ed isomeria ottica
Fisica: la luce e gli obiettivi fotografici
Matematica: il calcolo delle probabilità
Latino: Giovenale
Inglese: Oscar Wilde
Arte: Robert Capa