La follia. L'essere ordinari in un mondo fuori dagli schemi
Dire cosa sia realmente la follia è un’impresa abbastanza ardua anche se in tanti hanno provato a dare una valida denotazione a questo termine. Nel passato, come nel presente la follia è stata spesso sinonimo di sregolatezza che, a sua volta contraddistingue il genio, a cominciare da quello degli scienziati (che per antonomasia sono detti “pazzi”), al delirio creativo e all’intellettualismo talora esasperato degli scrittori e dei poeti. Ma oggi il termine “follia” ha un significato più comune per indicare la disgregazione della personalità, il deterioramento mentale, l’alterazione del pensiero, della percezione, dell’affettività e del comportamento.
Essa è spesso l’espressione della ribellione, più o meno consapevole e cosciente, all’ordine sociale per dar libero sfogo alle passioni, ai sentimenti, all’istinto, alla pura irrazionalità nella più grande libertà mentale o invece come ultimo rifugio all’incapacità di adeguarsi alle “regole” e alle “norme”.
E proprio da questa breve introduzione partirà il mio piccolo excursus sulla follia nel mondo della scienza, della letteratura della storia e dell’arte: un argomento abbastanza complesso, ma certamente molto affascinante e coinvolgente.
Ratio et furor: Seneca
Nel I° secolo a.C., la morte di Mecenate segna la fine di un glorioso periodo letterario. Infatti in questo periodo diminuisce il potere del Senato e del popolo, mentre cresce il potere centrale dell’Impero. I mutamenti della vita religiosa, morale, politica e sociale incidono sulla letteratura e ne determinano le trasformazioni:
Fino all’età augustea i letterati sono come isolati in ristrette cerchie; all’inizio del nuovo secolo si diffondono invece le pubbliche “recitationes”, incontra fortuna la declamazione, larga concessione viene fatta al gusto del pubblico e della massa. All’imitazione greca subentra l’imitazione dei grandi esempi della poesia latina. La nuova età è caratterizzata soprattutto dal dissidio tra l’“io” e la società, tra reale e ideale, tra ratio e furor…e proprio di quest’ultimo dualismo si occupa uno dei più importanti letterati latini di questo secolo.
Lucio Anneo Seneca, detto il filosofo, per distinguerlo dall’omonimo padre detto “il vecchio” o “il retore”, ebbe una buona educazione retorica e filosofica in vista della futura carriera politica e a Roma
Della vasta produzione letteraria di Seneca, numerose sono le opere di carattere filosofico, scientifico e politico;
In questo contesto ci interessano le nove tragedie cothurnatae, cioè di argomento greco, destinate alla lettura e non alla rappresentazione, in cui si riflette il talento poetico e fantastico del nostro autore.
Il “Corpus” delle tragedie di Seneca, costituisce l’anello di congiunzione fra la grande tragedia greca e quella dei tempi moderni, ma soprattutto ha dato lo stimolo più fecondo a Shakespeare, a Corneille, a Racine, ad Alfieri e D’Annunzio.
Al centro di tutte le tragedie di Seneca troviamo la rappresentazione dello scatenarsi rovinoso di sfrenate passioni, non dominate dalla ragione e dalle conseguenze catastrofiche che ne derivano. In esse l’autore parla infatti di uccisioni (anche se all’interno del gruppo familiare o a danno di amici), di incesti e parricidi, di rituali
Versione Traduzione
Di magia nera, di maledizioni e di predizioni quanto mai macabre, di cerimonie di sacrificio e di atrocità di ogni genere, di crisi d’ira e di gesti incontrollabili, di atti di cannibalismo e di azioni nefaste, di insane passioni
Il significato pedagogico e morale di quest’opera, s’individua nell’intenzione di proporre esempi dello scontro nell’animo umano di impulsi contrastanti, positivi e negativi. Da un lato vi è la ragione, di cui si fanno portavoce i personaggi secondari che cercano di dissuadere i protagonisti dai loro insani propositi; dall’altro vi è il furor, cioè l’impulso irrazionale, la passione (amore, odio, gelosia, ambizione e sete di potere, ira, rancore), presentata in accordo con la dottrina morale stoica, come manifestazione di pazzia in quanto sconvolge l’animo umano e lo travolge irrimediabilmente. In questa lotta tra furor e razionalità, lo spazio dato al “furor”, al versante oscuro, alla malvagità e alla colpa è senza dubbio molto elevato. L’interesse per la psicologia delle passioni che può apparire quasi morboso, sembra talora far dimenticare al poeta le esigenze filosofico-morali. Inoltre è caratteristica delle tragedie senecane l’accentuazione delle tinte più fosche e cupe, degli aspetti più sinistri, dei particolari più atroci, macabri, raccapriccianti. In poche parole Seneca enfatizza il pathos e dimostra la forza devastante della passione,
La vicenda narrata è attinta da Euripide, probabilmente sia dall’Ippolito coronifero, tragedia per noi perduta, sia dalla più audace prima edizione dello stesso dramma: l’Ippolito velato, che dovette suscitare lo scandalo degli spettatori. Ma la Roma neroniana era assai più spregiudicata e “moderna” dell’Atene periclea e l’incesto era tra i temi entrati nella cronaca più che nella letteratura. Fedra è quindi ripresa dall’Ippolito di Euripide. Ciò ci offre l’opportunità di attuare paragoni tra le due tragedie. Innanzi tutto nella tragedia di Seneca le divinità non compaiono; inoltre la struttura, molto diversa da quella euripidea, conferisce uno spazio di gran lunga maggiore al personaggio della regina (mentre prima usciva a metà del dramma). Qui è Ippolito ad uscire definitivamente di scena a metà del dramma, mentre Fedra domina la scena dall’inizio alla fine. Infine nella tragedia latina è Fedra, non Ippolito a morire sulla scena, presentando il suicidio come giusta punizione della sua colpa, ma anche come unico sollievo all’invincibile malattia d’amore ed estrema occasione per recuperare l’amore perduto. È particolarmente importante sottolineare il momento della “dichiarazione d’amore” di Fedra ad Ippolito. Si tratta sicuramente di una scena culminante, dove la regina, disperatamente e colpevolmente innamorata del figliastro, decide di rivelargli la sua passione. L’amore incestuoso ha travolto ogni limite; è il conflitto inconciliabile tra ragione e passione, l’insanabile lacerazione interiore di chi, preda del furor, ha perso il controllo di sé e delle proprie azioni. Il progressivo avvicinamento alla dichiarazione vera e propria è sapientemente preparato attraverso una serie di passaggi intermedi:
- Fedra respinge l’appellativo di madre che Ippolito le rivolge;
- Fedra gli si offre come schiava evocando implicitamente il tema del “servitium amoris”;
- Fedra accenna alla probabile morte di Teseo, suo marito (morte che le permetterebbe di aspirare
Amore e morte è il binomio tragico già racchiuso nel mito, ma Seneca lo elabora fino a trarne gli effetti più esasperati e spasmodici. Fedra s’aggrappa supplice, alle ginocchia di Ippolito: travolto dalla collera, il giovane le afferra i capelli e le piega la faccia svergognata; sta per ucciderla, ma si domina subito. Fedra coglie l’attimo di furore omicida con masochismo sublime. Morire nelle mani del suo Ippolito, messa a morte da lui, questo risolve tutto; così potrà morire senza macchia e, insieme, morire per amore. Ma da un amore grande quanto insano, può anche nascere l’odio. Istigata anche dalla sua nutrice, Fedra accusa il figliastro di averla sedotta. Sul giovane innocente, che intanto è fuggito, Teseo scaglia una fatale maledizione. Mentre Ippolito fugge a briglie sciolte sul cocchio, dalle profondità marine emerge ad un tratto un mostro spaventoso: atterriti i cavalli s’impennano, recalcitrano e rovesciano il cocchio massacrando lo sfortunato giovane. Sul suo corpo martoriato, Fedra confessa a Teseo la malsana passione che l'ha presa e l'infame menzogna. Storia
Ora la sua disperazione è grande quanto la sua speranza di congiungere il suo destino a quello del ragazzo, di Traduzione
Latino La follia storica.
Il fascismo e la presa di Fiume di D’Annunzio
I problemi del dopoguerra, la crisi economica e soprattutto il difficile cammino di sviluppo dello Stato liberale avevano creato in Italia un’atmosfera di forte tensione politica e sociale di cui fu sintomo l’ondata di scioperi tra il 1919 e il 1920.
Il fascismo nacque in Italia in una situazione politica ed economica molto particolare.
L’Italia era uscita vittoriosa dalla prima guerra mondiale e aveva ampliato il suo territorio.
Nonostante ciò, le conseguenze del conflitto furono molto gravi: oltre 600.000 morti e un milione di invalidi e feriti.
Non meno grave era la situazione economica in cui si trovava il paese, distrutto dalla guerra e sommerso dai debiti. Non solo le promesse di un lavoro sicuro, fatte ai reduci di guerra (cioè a coloro che erano tornati a casa), non poterono essere mantenute, ma gli agricoltori trovarono i campi incolti, e molti operai rimasero senza lavoro perché la maggior parte delle fabbriche era chiusa per mancanza di materie prime. In varie città italiane scoppiarono scioperi e manifestazioni di protesta. In questo clima di incertezza e malcontento generale, si fece avanti Benito
Grazie all’appoggio economico degli industriali e dei proprietari terrieri, al silenzio del governo e delle forze dell’ordine, il movimento fascista diventò sempre più violento. I sostenitori del fascismo aumentavano ogni giorno e, nel 1921, Mussolini decise di trasformare il movimento in un partito politico: nasceva così il Partito nazionale fascista. Il 28 ottobre 1922 il Fascismo forzò la mano al sovrano Vittorio Emanuele III marciando su Roma. La Marcia su Roma era stata un successo; in soli tre anni il fascismo era arrivato al potere. Una volta al governo, Mussolini tolse di mezzo i suoi oppositori e instaurò la dittatura fascista. Gli oppositori del fascismo furono imprigionati o mandati in esilio in luoghi sperduti. Nel 1929 Mussolini e papa Pio XI firmarono i Patti Lateranensi.
Così il governo riconosceva il cattolicesimo come religione di stato. Per cercare di rimettere in sesto l’economia italiana, Mussolini mise dei limiti alle merci che si potevano importare dall’estero, favorendo la produzione interna. Promosse l’agricoltura e avviò la bonifica di zone paludose. Nel 1936, spinto dal desiderio di fare dell’Italia una potenza coloniale, Mussolini decise di conquistare l’Etiopia. Nello stesso anno strinse un patto di la vicenda di Fiume italiana,
Uno degli episodi più importanti del primo dopoguerra, fu dal colpo di mano di D’Annunzio del 12 settembre 1919 fino al Natale di sangue dell’anno successivo (quando i legionari dannunziani vennero sloggiati dalle truppe regolari italiane) che occupa in genere nei testi di storia poche e frettolose righe. L’avventura di Fiume non sarebbe esistita senza D’Annunzio, ma D’Annunzio non avrebbe potuto intraprenderla se non avesse avuto da cavalcare un clima spirituale, sociale, politico che la rese possibile. Fiume, affacciata sul golfo omonimo nell’Adriatico settentrionale, era una delle più floride città dell’impero austro-ungarico. Attualmente Fiume fa parte del territorio della Croazia (con nome Riega), ma dal XVIII secolo la città era sotto controllo ungherese. L’alleanza italo-ungherese (che aveva il controllo del municipio) in funzione anti-croata andò però via via deteriorandosi col manifestarsi delle tendenze scioviniste in seno alla comunità italiana. Quando l’impero austro-ungarico si decompose alla fine della Grande Guerra e la città venne occupata dalle truppe iugoslave, gli irredentisti insorsero, accampando il fatto che Fiume era un centro etnicamente italiano. Fiume non faceva parte del pacchetto delle rivendicazioni Italiane presentate a Londra nel 1915, e accettate dagli alleati, quando l’Italia decise l’entrata in guerra contro gli imperi centrali.
Il 6 luglio 1919, in uno dei tanti scontri che a Fiume si verificavano tra irredentisti e truppe alleate, nove soldati francesi vennero linciati e venne formato un corpo di polizia alleata sotto controllo inglese. Ed è qui che entrò in azione la sete di potere-follia di D’Annunzio, il quale il 12 settembre 1919 era a Ronchi vicino Trieste. Alle porte di Fiume gli uomini al seguito di D’Annunzio erano oltre duemila. Le truppe alleate (inglesi, francesi e americane) presenti a Fiume smobilitarono nell’arco di una settimana; i rispettivi governi erano ben contenti di lasciare in mano al governo italiano la patata bollente, Nitti inviò alla frontiera di Fiume il generale Badoglio che aveva il compito di risolvere la situazione. Ma Badoglio, grande amico di D’Annunzio, si limitò ad impedire che i viveri per i volontari italiani entrassero in città, inconveniente che risolse Mussolini lanciando un grande raccolta fondi; in pochi giorni raccolse due milioni di lire, che inviò a D’Annunzio. Il poeta presentava sé stesso e i suoi seguaci come i rappresentanti della vera Italia, incarnazione di una forza spirituale superiore, e i suoi soldati come i genuini
Nel giugno del 1920 tornò al potere Giovanni Giolitti, appoggiato anche dai nazionalisti e da Mussolini, che vedevano in lui l’unico uomo in grado di far uscire il paese dal caos. E Giolitti fu l’uomo che seppe liquidare Fiume; ma si assicurò l’appoggio di Mussolini, pronto a scaricare il poeta ora che l’avventura fiumana.
L’ultimo atto politico rilevante del poeta fu la costituzione della Reggenza, a significare che il potere veniva comunque esercitato in nome del Re d’Italia.
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