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Maria Pia Viscomi

Il solo pensiero di ciò che questo vaso di Pandora [l'idea di guidare l'evoluzione] potrebbe liberare fa inorridire. Per quanto mi riguarda, io non temo gli abusi dovuti a malvagi interessi di potere: temo invece coloro che amano l'umanità, e che sognano un grandioso miglioramento della specie» (Hans Jonas, Dalla fede antica all'uomo tecnologico, 9)

Percorso pluridisciplinare

  • Greco: Plutarco
  • Latino: Agostino d’Ippona
  • Italiano: il positivismo in letteratura (Verga e Zola), “Le vergini delle rocce” (D’Annunzio)
  • Il futuro della natura umana
  • Filosofia: Habermas
  • Storia: eugenetica nazista, Aktion T4, progetto Lebensborn, sperimentazione nei campi nazisti
  • Inglese: Mary Shelley, “Dr. Frankenstein”; “Dr. Jekyll and Mr Hyde” by Stevenson, “The Island of Dr. Moreau” by G. H. Wells
  • Scienze: DNA e ingegneria genetica
  • Fisica: onde elettromagnetiche e DNA
  • Matematica: i limiti nella teoria maltusiana della crescita della popolazione

Introduzione

“Per quanto mi riguarda non temo gli abusi dovuti a malvagi interessi di potere: temo invece coloro che amano l’umanità, e che sognano un grandioso miglioramento della specie”

Belle Époque

Si era in piena epoca della celebrazione del progresso scientifico che avrebbe portato ad un mondo nuovo dove la vita degli uomini sarebbe migliorata definitivamente. Nel 1889 a Parigi fu inaugurata l’Expo Universale. Come cancello d’ingresso all’Expo, fu costruita in soli due anni la Tour Eiffel. Al suo fianco c’era uno zoo molto speciale: in apposite gabbie erano stati ricostruiti gli habitat naturali per ospitare non esemplari di razze animali, bensì esemplari di razze umane ancora allo stato primitivo, selvaggi provenienti dai diversi continenti. I visitatori pagavano il biglietto per vederli, per passeggiare tra le gabbie provando compassione e repulsione per quegli esseri inferiori, rallegrandosi e compiacendosi di appartenere alla razza bianca evoluta e civile.

Sono gli anni in cui al razzismo vengono date basi scientifiche e tra queste vi è la “scienza eugenica”, formalizzata da Francis Galton nel primo ’900. Il termine, dal greco eu “bene” e ghenès “nascita”, coniato alla fine dell’800, definì tale disciplina come lo studio dei fattori che possono migliorare le caratteristiche psico-fisiche delle generazioni future. Per Galton era possibile promuovere la diffusione dei caratteri ereditari favorevoli (eugenici) e limitare quella dei caratteri sfavorevoli (disgenici) attraverso la regolamentazione dei matrimoni e delle nascite.

La scienza delle “buone nascite” attinge e rimanda alle antiche riflessioni sul rapporto tra virtù e bellezza tipica della cultura greca, all’opposizione tra perfezione dello spirito e imperfezione della materia tipica del medioevo, all’idea di progresso umano, alla politica e all’etica (e le politiche razziali dei regimi totalitari del ’900 lo dimostreranno…)

Inquiries into the Human Faculty

Nel 1883 Galton pubblicò Inquiries into the Human Faculty, nel quale l’eugenetica è definita come “lo studio dei fattori sotto controllo sociale che possono migliorare o indebolire le qualità razziali delle future generazioni, sia fisicamente che mentalmente.” Il fine pratico della nuova scienza dell’eugenetica era di aiutare la selezione naturale dando “alle più idonee razze e ai caratteri ereditari del sangue una migliore possibilità di prevalere velocemente sui meno idonei”.

Galton si convinse, fin dal 1869, che le qualità eccezionali degli uomini, il “genio”, si trasmettessero prevalentemente per via ereditaria, in modo “puro”, senza variazioni dovute alla pressione della società o dell’ambiente e soprattutto fu sempre certissimo che il destino dell’animale-uomo fosse quello di perfezionarsi. Il miglioramento, però, procedeva irregolarmente e le qualità eccezionali apparivano raramente e faticavano ad imporsi sulla “mediocrità” in un ambiente come quello umano dove la selezione naturale era stata “attutita” dalla civiltà. In più, le qualità eccezionali comparivano, scomparivano, da una generazione all’altra in maniera casuale. Le leggi di Mendel indicavano una regolarità ma sfuggivano alla verifica: Galton si convinse presto che per dare una mano alla selezione naturale, per far vincere le “élites” umane contro quella che lui chiamò — applicando il termine elementare che gli allevatori inglesi usavano nell’allevare cavalli da corsa — legge di regressione verso la media, occorreva “mappare”, isolare e proteggere i caratteri ereditari eccellenti.

Alle radici del pensiero eugenetico troviamo l’incrocio fra le ideologie di due importanti studiosi, Darwin (secondo il quale la selezione naturale attraverso la sopravvivenza del più adatto può rafforzare le caratteristiche delle specie; Galton pensò che la specie umana stesse naturalmente progredendo ma riteneva che fosse necessario controllare e accelerare questo processo, poiché l’azione della selezione naturale era in qualche modo ostacolata dalla filantropia e dalla compassione degli individui)

“L'uomo investiga scrupolosamente il carattere e il pedigree dei suoi cavalli e dei suoi cani prima di accoppiarli. Ma quando si tratta del proprio matrimonio, raramente, o non mai, si prende questa cura... Eppure con la selezione egli potrebbe fare qualcosa, non solo per la costituzione corporea dei suoi figli, ma anche per le loro facoltà intellettuali e morali. Qualora fossero in grado evidente deboli di corpo o di mente, i due sessi dovrebbero stare lontani dal matrimonio. Ma queste speranze sono utopie che non si avvereranno mai, neppure in parte, finché le leggi della eredità non saranno pienamente note” (Charles Darwin, L’origine della specie)

e Malthus (secondo il quale, la popolazione tende a crescere in progressione geometrica, mentre le risorse alimentari necessarie per la sua sopravvivenza crescono in progressione aritmetica; perciò, quando la popolazione cresce eccessivamente rispetto alle risorse alimentari disponibili, intervengono a “ridurla” fame, malattie e guerre ristabilendo una situazione di equilibrio. Questa teoria, che criticava la convinzione secondo cui la fecondità avrebbe condotto al progresso economico, condusse al controllo demografico e alla presa di posizione contro i deboli e gli inutili)

“Ogni bambino nato in soprannumero rispetto all’occorrente per mantenere la popolazione al livello necessario deve inevitabilmente perire, a meno che per lui non sia fatto posto dalla morte degli adulti ... pertanto dovremmo facilitare, invece di sforzarci stupidamente e vanamente di impedire, il modo in cui la natura produce questa mortalità; e se temiamo le visite troppo frequenti degli orrori della fame, dobbiamo incoraggiare assiduamente le altre forme di distruzione che noi costringiamo la natura ad usare.

“Invece di raccomandare ai poveri l’igiene, dobbiamo incoraggiare il contrario. Nelle città occorre fare le strade più strette, affollare più persone nelle case, agevolando il ritorno della peste. In campagna occorre costruire i villaggi dove l’acqua ristagna, facilitando gli insediamenti in tutte le zone palustri e malsane. Ma soprattutto occorre deplorare i rimedi specifici alla diffusione delle malattie e scoraggiare quelle persone benevole, ma tratte decisamente in inganno, che ritengono di rendere un servizio all’umanità ostacolando il decorso della estirpazione completa dei disordini particolari”. Saggio sul principio di popolazione)

(Malthus)

L’idea di liberarsi dei figli imperfetti non era nuova: già per Platone, l’essere umano non è un prodotto divino, ma uno strumento controllabile, asservito allo Stato, perfettibile. Nel comporre il quinto libro della Repubblica, ai capitoli sette e otto, Platone non aveva avuto problemi a fissare alcuni principi di natura eugenetica riguardanti la famiglia, i genitori, i figli, la procreazione, il matrimonio, le razze, la demografia e le eventuali deformità. Era bene, vi si diceva, che donne e figli fossero in comune e che questi crescessero tutti allo stesso modo, che non conoscessero i genitori e che la famiglia fosse considerata un’istituzione da bandire in quanto costruita su sentimenti impuri. Secondo il modello zoologico di ogni buon allevamento che mira al mantenimento della purezza di una razza, era auspicabile che gli uomini migliori si accoppiassero con le donne migliori. Quanto ai peggiori, tra cui gli alcolizzati, era meglio che non si accoppiassero per niente, mentre per i figli deformi si poteva scegliere tra abbandonarli o gettarli nel burrone del monte Taigeto.

«Se dobbiamo tener conto di ciò che abbiamo già ammesso, conviene che gli uomini migliori si accoppino con le donne migliori il più spesso possibile e che, al contrario, i peggiori si uniscano con le peggiori, meno che si può; e se si vuole che il gregge sia veramente di razza occorre che i nati dai primi vengano allevati; non invece quelli degli altri». (Platone, Repubblica, V)

Ma il dovere di “ben generare” per Platone è componente fondamentale dello Stato filosoficamente retto: nelle Leggi, si abbandona l’eugenetica “estrema” ma si chiede allo Stato di emanare leggi rigorose contro l’immoralità e il disordine sessuale; si chiarisce il rapporto stretto tra comportamento vizioso e degenerazione:

“L’ubriaco, invece, si butta da ogni parte e butta ciò che gli capita, smaniando nel corpo e nell’anima, sicché anche quando getta il seme è incerto e squilibrato, col risultato di ottenere, con ogni probabilità, figli anormali, irresponsabili, devianti nel comportamento e fisicamente deformi. Allora bisogna proprio che per tutto l’anno, anzi per tutta la vita, e in modo particolare nel tempo della fecondità, si usi ogni prudenza per non compiere coscientemente delle azioni che espongono al pericolo di malattie, oppure atti di violenza e di ingiustizia. Questo perché, fatalmente, tali caratteri vengono trasferiti e impressi nelle anime e nei corpi dei concepiti, i quali nasceranno infelici sotto tutti gli aspetti.” (Platone, Leggi)

Plutarco

Quasi tutto ciò che sappiamo circa la vita di Plutarco si ricava da riferimenti interni alle sue stesse opere: nasce a Cheronea in Beozia nel 46 ca. Egli narra che la sua famiglia fu funestata dalla scomparsa prematura dei cinque figli che Plutarco ebbe dalla moglie Timossena. Plutarco trascorse la maggior parte della propria esistenza nella città nativa, ma ciò non gli impedì di fare importanti viaggi sia in Grecia sia nelle altre zone dell’Impero: e così si recò ad Atene (ove fu insignito della cittadinanza onoraria), a Sparta, ad Alessandria e in Asia; ebbe modo di visitare l’Italia e di soggiornare a Roma. Plutarco divenne cittadino romano col nomen di Mestrio (tratto dall’amico Mestrio Floro) e gli fu conferita da Traiano la dignità consolare e da Adriano quella di suo ambasciatore in Grecia. L’incarico che più ebbe a cuore fu però quello di sacerdote delfico, che detenne per circa un ventennio e che molta influenza ebbe sulla sua spiritualità. Morì tra il 119 e il 125 d.C.

Le opere

I titoli delle opere scritte da Plutarco ci sono stati tramandati dal “catalogo di Lampria”, nome che il lessico Suda attribuisce erroneamente ad un figlio di Plutarco. Le opere di Plutarco possono essere suddivise in due grandi gruppi: le Vite parallele e i Moralia (Ethicà), dei quali sono sopravvissuti circa 70 scritti.

Il pensiero filosofico

Quello che affiora dai Moralia è un “Plutarco filosofo”, che non conosce zone inaccessibili alla sua indagine filosofica e infatti il titolo rimanda alla filosofia morale. Sotto questo nome si riuniscono un’ottantina di opere — di cui alcune sono sicuramente apocrife — di genere e argomento molto diverso. Questa grande eterogeneità conferisce dinamicità alla struttura del corpus che può essere suddiviso in cinque parti.

  1. Alla prima categoria appartengono opere di carattere retorico, composte nella prima giovinezza e per lo più dedicate al tema della tychè (Sulla tyche).
  2. Il secondo gruppo è costituito dagli scritti d'argomento filosofico-religioso: commenti ai dialoghi platonici (Questioni platoniche, Questioni conviviali, Sulla dottrina dell'anima nel Timeo); tre trattati polemici sul pensiero stoico e tre contro quello epicureo; scritti su temi quali la teodicea, l'aldilà e l'immortalità dell'anima (I ritardi della punizione divina) ed altri legati al culto delfico (Sugli oracoli della Pizia, Sulla decadenza degli oracoli, Sulla E a Delfi) o ai culti misterici (Su Iside e Osiride).
  3. La terza sezione è destinata agli scritti divulgativi, in cui, oltre alle più consuete meditazioni di carattere etico (Sulla necessità di tenere a freno l'ira, Sulla tranquillità dell'anima, Sulla insegnabilità della virtù), appaiono temi poco frequentati dalla riflessione morale ellenica, come quelli di chiara influenza peripatetica relativi al concetto della metriopathía, equilibrio ideale di anima e corpo (Educazione dei figli, Amore fraterno, Precetti coniugali) con una convinta e affettuosa difesa dell'istituto matrimoniale.
  4. Il quarto raggruppamento contiene gli scritti di interesse filologico-letterario tra i quali si ricordano spesso: Sulla malignità di Erodono (accusa contro Erodono, storico di Alicarnasso, per la condanna da lui espressa nei confronti dell'atteggiamento filopersiano tenuto da Tebe durante le guerre contro la Persia); Confronto tra Aristofane e Menandro (Plutarco predilige il secondo per il linguaggio più castigato e per gli aspetti educativi del suo teatro).
  5. Nell'ultima parte gli argomenti spaziano dalle scienze (Sulla faccia della luna) alla erudizione antiquaria (Questioni greche e romane) a stranezze e curiosità (Sulla psicologia degli animali).

Le due forme stilistiche che Plutarco sembra di gran lunga preferire sono quella del dialogo alla maniera platonica e quella del trattato aristotelico: ma il dialogo platonico, nelle mani di Plutarco, muta radicalmente essenza, perdendo il suo procedere scandito dalla dialettica della “botta e risposta” in cerca del vero; gli stessi personaggi sono ben poco artisticamente caratterizzati, e non di rado il dialogo finisce per essere solo una cornice entro cui inserire l’esposizione dell’argomento sotto forma di trattato. Dal lungo elenco di titoli sopra riportati è facile evincere come Plutarco fu un ingegno enciclopedico, che si occupò di tutto, mosso da una curiositas che lo spingeva a interrogarsi su ogni cosa. È soprattutto a Platone che Plutarco si richiama espressamente, anche se la sua etica ha molti tratti comuni con quella aristotelica: dall’Accademia egli mutua l’atteggiamento antidogmatico e scettico, che lo porta spesso a ricorrere alla sospensione del giudizio (epoché), rendendolo consapevole dell’impossibilità di raggiungere in via definitiva la verità.

Sulle orme dell’amato Platone, Plutarco non ritiene assurdo o impossibile conciliare la fede in un Dio unico col politeismo della religione tradizionale, verso la quale nutre un incredibile rispetto. Non a caso egli fu sacerdote di Apollo e venne iniziato anche ai misteri dionisiaci, nutrendo una fede incrollabile nell’immortalità dell’anima e nell’aldilà. Suggestionato dal pitagorismo, Plutarco credeva anche nella trasmigrazione delle anime: questo spiega il suo vivacissimo interesse per il mondo animale, per il vegetarismo e per la lotta contro l’uso alimentare delle carni. Seguace fedele del dio delfico, Plutarco credeva alla veridicità degli oracoli e nel De defectu oraculorum ipotizza addirittura l’esistenza di demoni, ossia di esseri anfibi tra l’umano e il divino, coi quali si cerca di render conto anche del male nel mondo e della sua apparente inconciliabilità con la provvidenza divina. All’interno dei suoi dialoghi, Plutarco non esita ad introdurre, ancora una volta seguendo le orme di Platone, miti escatologici sul destino dell’anima dopo la morte; e l’ammissione dell’immortalità dell’anima facilita l’ammissione di una provvidenza divina che, nell’aldilà, premia i buoni e punisce i malvagi. Richiamandosi alle Leggi di Platone, Plutarco tenta poi di render conto del male nel mondo, ammettendo l’esistenza, accanto ad un principio divino razionale e buono, di un principio che genera il male:

“La nascita e la sostanza di questo universo derivano dalla mescolanza di forze contrarie ma non di ugual potenza, dato che il principio vincente è sempre quello buono. Ma non è del resto possibile che la forza del male sia del tutto annientata: essa è innata sia nella struttura fisica sia nell’anima vitale del tutto, in un’eterna lotta contro la forza del bene” (De Iside et Osiride).

(Plutarco)

Plutarco nutre un atteggiamento profondamente ostile allo stoicismo: degli stoici, egli mette in luce le innumerevoli contraddizioni e l’incompatibilità tra l’impegno politico a cui essi esortano e il loro totale disimpegno politico praticato nella vita di tutti

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Sintesi

Collegamenti interdisciplinari

  • Greco: Plutarco e la costituzione spartana di Licurgo.
  • Latino: Agostino d’Ippona e la sua avversione per le pratiche eugeniche.
  • Italiano: Il positivismo in letteratura (Verga e Zola), “Le vergini delle rocce” (D’Annunzio).
  • Filosofia: Habermas (Il futuro della natura umana).
  • Storia: Eugenetica nazista, Aktion T4, progetto Lebensborn, sperimentazione nei campi nazisti.
  • Inglese: “Dr. Frankenstein” by Mary Shelley, “Dr. Jekyll and Mr. Hyde” by Stevenson, “The Island of Dr. Moreau” by G.H. Wells.
  • Scienze: DNA e ingegneria genetica.
  • Fisica: Onde elettromagnetiche e DNA.
  • Matematica: I limiti nella teoria maltusiana della crescita della popolazione.
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