Le epifanie in Joyce e nella letteratura del primo Novecento
Epiphanies in Joyce and in the literature of the early twentieth century
Carolina Elisa Riccobon
Trieste, giugno 2015
Indice
Premessa 3
1. L’Epifania nell’opera di Joyce 7
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2. “The Dubliners”: 15 racconti di epifanie………………………………
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3. Disintegrazione del tempo nel flusso di coscienza in Joyce, Svevo e Proust ……………
4. Influssi della psicoanalisi sull’opera di Joyce, Svevo e Proust…………………………………….
Sintesi degli argomenti
Influenzati dalle ricerche di Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, gli scrittori della seconda decade del Novecento spostano l’attenzione dalla società alla mente dell’individuo: l’azione smette di essere esterna e si concentra sui reconditi meandri della psiche, dove l’uomo affronta se stesso, preda di insicurezze e avvenute in quegli stessi anni, ad opera di scienziati come Albert Einstein (teoria della relatività), Max Planck (iniziatore della fisica quantistica) e Werner Heisenberg (principio di indeterminazione), avevano stravolto la validità della meccanica classica newtoniana sino ad allora ritenuta indiscussa, stabilendo una nuova concezione della conoscenza e quindi dell’esperienza del mondo.
Esse dimostravano l’impossibilità, da parte della scienza, di pervenire ad una conoscenza completa o totale ovvero pienamente deterministica di ciò che accade nello spazio e nel tempo, aprendo così definitivamente la strada, anche nelle scienze naturali, all’incertezza o indeterminazione nella forma tipica espressa dalla casualità e a conclusioni fondate su probabilità e statistiche. Anche la stessa idea di tempo ne viene di riflesso condizionata e cambia profondamente, passando dal tempo assoluto di Galilei a quello di Einstein, secondo cui spazio e tempo formano una struttura unica, chiamata spazio-tempo nella quale si trovano i vari corpi, ove l’apparente linearità degli eventi dipende dall’osservatore. Lo spazio ed il tempo risultano “declassati” da entità assolute e immutabili a qualcosa di relativo.
In campo filosofico, sulla scia dell’irrazionalismo che andava caratterizzando i decenni a cavallo fra i due secoli, già percorsa, poco prima, dalle posizioni dei decadenti e dei simbolisti oltre che di Nietzsche, Bergson andava teorizzando la sostanziale differenza sussistente fra tempo esteriore “pura successione di istanti che si susseguono in un ben determinato ordine rettilineo (passato, presente e futuro)”, e tempo interiore, che è invece qualcosa di irriducibile all’istante, “è durata, è processo fluido che conserva il passato e crea il nuovo”, dimensione, quindi, che si espande e si restringe a seconda degli stati psichici e dello scorrere degli elementi percettivi.
Al tempo stesso egli esalta il valore della coscienza interiore nella soluzione che dà al problema della conoscenza: il senso più profondo della realtà noi lo cogliamo non con l’intelligenza che utilizza i concetti e le astrazioni elaborate dalla scienza (il concetto di causa ed effetto), ma con l’istinto che al suo grado più alto diventa intuizione. Tramite l’intuizione noi penetriamo all’interno delle cose, cogliamo nel profondo il divenire stesso della realtà.
Bergson ritiene che una forma di intuizione “sia già presente nell’arte, in quanto essa penetra nell’anima delle cose infinitamente più a fondo di qualunque pur minutissima descrizione scientifica, di qualunque riproduzione fotografica, per quanto precisa…” Il tempo interiore trova dunque manifestazione nel “flusso di coscienza” che vive il tempo come durata, secondo dimensioni non quantitative ma qualitative. Perciò, per Bergson, un ruolo importante nel conoscere viene esercitato dalla memoria. Essa conserva le nostre esperienze passate, ma in modo non statico, perché le fa continuamente interagire con gli stati di coscienza presenti.
La ragione esaltata dall’Illuminismo settecentesco crolla di fronte alle perplessità che attanagliano l’essere umano, inducendo un clima di generale pessimismo. Gli scrittori che fanno parte di questo momento culturale, sono portatori di innovazioni in ambito letterario sia nei contenuti, che richiamano il clima di precarietà e povertà etica tipico del tempo, che nello stile, mediante l’utilizzo di quello che nei paesi anglosassoni viene definito “stream of consciousness”, secondo la formula coniata dallo psicologo e filosofo William James nei suoi “Principi di Psicologia” nel 1890.
In letteratura il flusso della coscienza, deve la sua fama all’opera di James Joyce, che con questo scrittore viene sviluppato nelle evoluzioni più inaspettate e intricate. A Joyce va attribuita la teorizzazione dell’epifania, improvvisa rivelazione spirituale, punto culminante del racconto attraverso cui i protagonisti, grazie all’intervento illuminante dello scrittore, divengono consapevoli della paralisi che li immobilizza.
Sostanzialmente corrispondente all’ epifania joyciana sono le cosiddette intermittenze del cuore di Marcel Proust, l’ altro gigante della letteratura che in quegli stessi anni è alle prese con la propria monumentale opera dedicata al disgregarsi del tempo e alla sua possibile resurrezione: si tratta in entrambi i casi di attimi rivelatori, di processi di seconda vista, di canali di accesso all’ autentico significato delle cose, di meccanismi che permettono di scavalcare la barriera dell’ apparenza e di cogliere la qualità essenziale di fatti ed oggetti e della loro anima.
Joyce descrive un giorno nella vita, Proust allarga il tempo a dismisura, entrambi percorrendolo in lungo e in largo, abolendone ogni linearità. Entrambi raccontano del continuo fluttuare di pensieri che svelano la vita, di gesti normali che diventano unici ed eterni. Entrambi testimoniano che è impossibile definire realtà il mondo fenomenico, quello cioè vissuto, poiché non esiste realtà oggettivamente ed universalmente valida.
Essa scaturisce invece da un atto di intuizione individuale, dalla coscienza del singolo, pertanto nel racconto occorre lasciare spazio alla psicologia dei personaggi ed il tempo ne è deformato e subordinato ai ritmi dell’attività dell’inconscio. L’intreccio della narrazione è debole, talvolta assente o difficilmente ricostruibile. E’ la nascita del romanzo moderno.
In Italia Italo Svevo e Luigi Pirandello ne sono tra i più alti esponenti. Entrambi mettono in scena con accenti paradossali e umoristici (umorismo-ironia) il dramma dell’individuo relegato in una condizione di inettitudine dalla propria incapacità di riconoscersi nei valori e nei modelli imposti dalla società borghese.
Svevo, in particolare, conduce un’analisi attenta sulle ragioni di questo malessere, della profonda inquietudine dell’uomo moderno, e ne individua le cause fondamentali nel contesto politico-sociale: in particolare negli squilibri della società borghese e nella frenesia produttivistica di un capitalismo selvaggio, spinta fino alla costruzione di mezzi di distruzione.
Tuttavia se nei primi romanzi (“Una vita”, “Senilità”, definiti dalla critica ancora legati ad una perdurante lezione naturalistica) tale conflitto conduce all’emarginazione e alla sconfitta esistenziale, nel capolavoro, totalmente innovativo, de “La coscienza di Zeno”, il protagonista, seppure con molte ambiguità riesce a trionfare sugli antagonisti borghesi, demistificandone i valori e capovolgendo il tradizionale rapporto tra sanità e malattia, condizione analizzata nel romanzo in chiave ironica, mediante le teorie della psicanalisi.
In Italia, così come nel resto d’Europa, l’impianto del romanzo tradizionale viene stravolto dalle istanze di una narrazione che non è né più progressiva, né più lineare, né oggettiva, come lo era stata nel romanzo naturalistico del secolo precedente.
In “La coscienza di Zeno”, ritenuto, assieme a “Uno, nessuno e centomila”, uno dei capolavori italiani del Novecento, sono gli stessi protagonisti a raccontare in prima persona la loro storia, senza però rispettare la sequenza logico-temporale degli accadimenti, che si intrecciano tra passato, presente e futuro nella dimensione della coscienza o della memoria del protagonista.
Sono presenti continue analessi e prolessi, il discorso narrativo appare frammentato e sottoposto a continue riflessioni, c’è il continuo alternarsi dei piani narrativi e del punto di vista (che in Pirandello e Svevo risulta variabile e multiplo).
Prevale, dunque, la dimensione interiore e psicologica, il tono autoreferenziale; la dimensione interiore moltiplica i piani della narrazione, altera la focalizzazione, che non è più fissa, ma variabile o addirittura multipla; altera la successione logico-temporale degli eventi, mescola i registri linguistici.
Nei romanzi di Svevo, come in Pirandello, prevale una prosa essenziale, antiletteraria, costruita spesso sul linguaggio parlato, ma anche su termini tecnici che rimandano al gergo impiegatizio (componente triestina, la terminologia medico psicologica ed il gergo commerciale e bancario in Svevo; gergo impiegatizio, componente dialetto siciliano in Pirandello).
Il nuovo romanzo del primo Novecento apre così la narrazione verso esiti surreali e visionari, sostenuti da una lingua che si serve di costruzioni paratattiche, dove l’accumulo di dati reali risulta un espediente efficace per orientare l’andamento del racconto verso un diverso percorso conoscitivo, verso un più profondo contatto con il mondo e con la psiche umana.
Vanno evidenziate, a tal proposito, le novità strutturali della narrativa della crisi che riguardano innanzitutto la scarsa credibilità del narratore, dibattuto tra verità e bugie, tra passato e presente, la riduzione della verosimiglianza, la casualità dell’azione, la mancanza di un messaggio, l’indebolimento della fabula a favore di motivi liberi che sono epifanici, rivelatori dell’interiorità dei singoli personaggi, delle più profonde angosce esistenziali, lo scardinamento, infine, delle tradizionali categorie temporali: il passato e presente si intrecciano nella dimensione della coscienza.
Lo stile risulterà antiretorico e antiletterario, realistico ed essenziale. 1
1. L’“Epifania” nell’opera di Joyce
James Joyce nasce a Dublino nel 1882. Si affaccia sulla scena letteraria ai
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primi del Novecento, quando il Decadentismo cerca nuove forme linguistiche in grado di esprimere la nevrosi della società moderna.
Superando le convenzioni del romanzo vittoriano, Joyce rielabora la categoria del mito letterario contaminandolo con la banalità dell’eroe novecentesco. Legato alla cultura irlandese, di educazione cattolica, ben presto rifugge il provincialismo scegliendo un esilio personale e artistico tra Italia, Svizzera e Francia: Dublino e i suoi abitanti, trasferiti in una sorta di presente dantesco, rimangono il fulcro della sua produzione artistica. Nel 1922 a Parigi esce “Ulisse”, capolavoro accolto come somma espressione dell’arte moderna.
Il termine epifania deriva dal greco ἐπιφάνεια (epifaneia), che significa ‘manifestazione, apparizione, venuta, presenza divina’, e dal verbo ἐπιφαίνω (epifaino) ovvero ‘appaio’.
I greci utilizzavano questo termine per indicare l’azione o la manifestazione di una divinità (mediante miracoli, visioni, segni, ecc.).
Nella tradizione cristiana “epifania” sta ad indicare l’Epifania del Signore, una festa che cade il 6 gennaio e che celebra l’avvenimento della visita solenne dei re magi alla grotta di Betlemme, dunque rievocando la prima manifestazione visibile della divinità di Gesù all’intera umanità.
James Joyce fu lo scrittore che assunse il termine in ambito letterario, per la prima volta teorizzandolo in “Stefano eroe” (la versione precedente di “Ritratto dell’artista da giovane”), attraverso il pensiero di Stephen Dedalus, il giovane artista la cui formazione è al centro di entrambi i romanzi e viene considerato come l’alter ego letterario di Joyce stesso:
“Per epifania Stephen intendeva un’improvvisa manifestazione spirituale, o in un discorso banale o in un gesto o in uno stato indimenticabile della mente stessa. Egli credeva che fosse proprio degli uomini di lettere registrare queste epifanie con estrema cura, considerando che esse erano i più delicati ed evanescenti dei momenti.”
L’epifania, che è certamente uno dei temi tra i più rilevanti nella poetica e nell’estetica di Joyce, viene dunque da lui stesso descritta riferendola a momenti esemplari, ricchi di un senso che l’artista riesce a cogliere in un atto di focalizzazione estrema di un fatto, di un oggetto, di un ricordo che sta sotto gli occhi di ognuno ma che, nella continuità data dal reale quotidiano, resta nascosto, perché non isolabile e perché si dà solo per scorci, frammenti che lo scrittore riesce a restituire in parole.
Joyce usa dunque un termine teologico per definire una tecnica letteraria, proprio perché per lui la funzione dell’artista è, in qualche modo, sacerdotale: solennizza giorni monotoni, santifica fatti, oggetti, ricordi semplici e comuni, sa riconoscere la forza che da essi proviene e, staccandoli dallo sfondo continuo ed indeterminato degli altri oggetti, spaziali o temporali che siano, li illumina, li rende manifesti, li porta all’attenzione, nella loro unicità e pienezza.
Essi assumono così straordinaria importanza e drammaticità al punto da indurre nel personaggio una nuova consapevolezza. Attraverso quell’improvviso fermo-immagine, si produce nel soggetto un moto di coscienza, l’innesco di un processo mentale che gli consente di scoprire il significato simbolico di quell’apparente banalità e di guardare in profondità dentro se stesso.
Come la divinità del Cristo si era resa visibile ai magi, così, grazie all’opera dell’artista, il mistero della realtà, il segreto che si cela in aspetti apparentemente comuni della vita, esce allo scoperto, si manifesta e diviene rivelatore del vero significato di un’esistenza.
E’ dunque un improvviso risveglio spirituale che, di solito, il protagonista sperimenta in un momento di crisi e che si rivela una specie di punto di non-ritorno, giacché dopo quel momento egli sarà diverso.
Per Joyce, l’epifania porta, così, oltre l’apparenza delle cose guidando alla loro essenza e costituisce spesso il punto centrale, la chiave, del romanzo.
I momenti epifanici sono momenti di penetrante rivelazione interiore, capaci di dischiudere un significato profondo che acquisisce una paradossale durata nella coscienza: tali momenti contengono infatti passato, presente e futuro e sono in grado di calare il soggetto percipiente in uno stato di autoconsapevolezza che sta alla base della creazione artistica.
2. “The Dubliners”: 15 racconti di epifanie
Dopo le prime esperienze giovanili, in cui le epifanie vengono realizzate dall’autore come veri e propri componimenti
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autosufficienti, egli inizierà invece a trasfonderle, quali rapidissime sentenze rivelatrici nella forma sopra descritta, in opere di più ampio respiro, mantenendole, tuttavia, sempre presenti. Esse costituiranno una costante nel lavoro dell’artista irlandese,
Tra il 1900 e il 1904, il giovane Joyce aveva composto una serie di brevi brani raccolti con il titolo di “Epiphanies”, distinti per varietà di contenuti, toni e modalità di scrittura, ma accomunate da un unico intento estetico che li voleva intendere come opere isolate.
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Solo in un secondo momento, quando inizierà a rivedere i presupposti teorici sui quali si fondava la propria estetica giovanile, Joyce guarderà a queste prove letterarie come a un materiale da integrare in forme narrative di maggior respiro.
raggiungendo probabilmente la loro espressione più chiara e compiuta in “Gente di Dublino”, che egli scrive fra il 1904 e il 1907
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e pubblica con lo pseudonimo di Stephen Dedalus.
Si tratta di una serie di 15 racconti ambientati a Dublino, il cui tema predominante è quello del fallimento, della paralisi spirituale in cui versava la città agli inizi del Novecento, schiacciata da vecchie tradizioni e da una cultura obsoleta che nell’artista
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suscitano un profondo senso di alienazione e isolamento. Ciascuna delle storie mette in scena un progetto fallito, un’aspettativa delusa e descrive l’universo interiore di un abitante della città che è sempre un individuo debole, oppresso da un senso di frustrazione, paura, impotenza.
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I personaggi vengono rappresentati dall’autore
Il libro fu pubblicato però solo dopo nove anni di battaglie contro le censure, e ben tre cambi di editori.
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Introduzione Epifanie, tesina
La seguente tesina di maturità liceo scientifico vuole analizzare le epifanie in Joyce e nella letteratura del primo novecento. I collegamenti che permette di sviluppare questa tesina scientifica sono:
- Letteratura - Svevo, Proust e Joyce
- Inglese - Joyce
- Arte - Surrealismo
- Inglese - Joyce
- Filosofia - Bergson, Freud
- Fisica - Einstein e relatività