A.S. 2011/2012: Percorso d’esame
Liceo Scientifico
“Lucio Anneo Seneca”
La curiositas: i limiti della conoscenza
Salvatore Carannante
Classe VF
La curiositas: i limiti della conoscenza
0. Premessa
“curiosità s. f. [dal lat. curiosĭtas -atis]. Desiderio di vedere, di sapere, per istruzione e amore della verità e della conoscenza, come stimolo intellettuale.”
Sin dalle sue origini l’uomo è stato spinto da questo istinto, insito nella sua natura, ad indagare ciò che andava al di là della sua comprensione, ciò che non riusciva a spiegarsi, ciò che può essere definito strano, inusuale, curioso. È stata la curiosità a spingere l’uomo a scoprire, a inventare, a capire, ad evolversi continuamente: è il carburante della scienza e del progresso.
Ma la curiosità è anche semplice e pura corsa verso l’ignoto, atta a svelare i misteri e infrangere le barriere della razionalità.
Fatto sta che la scienza, l’arte, la letteratura... tutta l’opera umana è riconducibile allo stesso istinto, allo stesso desiderio di conoscere, che porta all’innovazione, al cambiamento e alla costante messa in discussione di sé.
Ciò che mi porta oggi ad affrontare questo argomento è quello stesso amore per la conoscenza, è quella stessa curiosità, e la visione di essa come motore che ci spinge a superare continuamente i nostri limiti.
Ma è davvero possibile lasciare a briglie sciolte questa infinita sete di conoscenza? O c’è bisogno di porre dei freni ad essa?
La curiositas: i limiti della conoscenza
1. Divina commedia
Parlando di “curiositas”, non si può non fare riferimento a colui che è diventato, nell’immaginario collettivo, simbolo di conoscenza e ricerca del sapere, colui che instancabilmente ha cercato nuove strade e spostato in continuazione i traguardi di quel suo inarrestabile e metaforico viaggio verso ciò che era ancora sconosciuto.
1.1 Ulisse e Dante: i limiti dell’uomo moderno
Stiamo parlando di Ulisse, l’eroe itacese, il cui viaggio e la cui figura sono diventati topos letterari che hanno accompagnato la cultura europea e mondiale, dall’Odissea alle centinaia di opere ad essa ispirate. La storia “originale” di Ulisse è ben nota: l’eroe partecipò alla guerra di Troia (che fu vinta proprio grazie al suo stratagemma del cavallo di legno), e dovette in seguito affrontare un lungo viaggio di ritorno verso la sua isola, Itaca, tempestato di disavventure a causa dell’ira di Poseidone, uno dei suoi principali antagonisti.
Una delle più famose “rivisitazioni”, per così dire, del mito di Ulisse, è stata quella fatta dal padre della lingua italiana, Dante, nella sua più celebre opera, la “Divina Commedia”. È infatti nella prima cantica (al XXVI canto, per la precisione), che incontriamo Odisseo, condannato alla tribolazione eterna nella bolgia dei consiglieri di frode, a causa della sua astuzia, tanto celebrata nei secoli, e degli inganni che grazie ad essa riuscì a perpetrare, dal Cavallo di Troia al furto del Palladio, fino all’aver costretto Achille a partecipare alla guerra che lo portò alla morte.
Ma se per la maggior parte di noi, risulta difficile trovare elementi negativi nell’impresa di Ulisse, celebrato da sempre come eroe in ogni aspetto, proprio Dante lo condannò nella sua opera alle pene eterne più che per i suoi inganni, per la sua arroganza nel cercare di conoscere qualcosa che agli uomini era proibito.
Dante infatti, che non aveva mai potuto leggere direttamente l’Odissea, ma che era comunque venuto a conoscenza della storia del suo protagonista attraverso la lettura delle Metamorfosi di Ovidio, e dell’Odusia di Livio Andronico, inventò quasi completamente la storia di un ultimo viaggio di Ulisse, le cui vicende sono proferite da egli stesso nel canto.
Secondo queste vicende, Ulisse non tornò mai ad Itaca, ma dopo essere stato trattenuto un anno nei pressi di Gaeta dalla maga Circe, continuò ad esplorare il Mediterraneo fino ad arrivare alle colonne d’Ercole (l’attuale stretto di Gibilterra), che nella letteratura classica indicano il limite estremo del mondo, e sono metafora del limite della conoscenza, oltre le quali Dante colloca il monte del Purgatorio.
Si arriva così alle celebri terzine, un vertice di retorica, che si aprono con una captatio benevolentiae da parte di Ulisse verso i suoi compagni, per persuaderli a sfidare i propri limiti e superare quelle colonne. Questa cresce gradualmente di intensità, prima usando il “voi” e poi il “noi”, incitando all’impresa fino a culminare in chiusura toccando uno dei sentimenti più profondi dell’animo umano quale l’orgoglio per la superiorità sugli altri esseri viventi.
« “O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
La curiositas: i limiti della conoscenza
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,”
ma per seguir virtute e canoscenza.”
(vv. 112-120)
Comincia così il loro “folle volo”, così come lo definisce Dante, verso quello che per lui era il “mondo sanza gente”. Ma Dante non giudica “folle” l’atto di Ulisse in sé, ma ciò che rappresentava, la sfida alle leggi divine, motivo per il quale Ulisse da eroe, diventa empio.
Dante non disapprovava affatto l’amore per la conoscenza di Ulisse, la sua curiosità, tanto che egli stesso cominciò una sua opera, il Convivio, con la frase “Tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere”. Ed è proprio per questo che nel canto si evince una grande partecipazione emotiva di Dante, che condivideva la stessa passione di Odisseo («Allor mi dolsi, ed ora mi ridoglio / quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi» vv.19-20), pur essendo le due tanto distanti tra di loro.
L’ardore per la conoscenza di Ulisse si spinge oltre i limiti imposti dagli dei all’uomo, alla sua conoscenza, si spinge oltre le colonne d’Ercole, ma Dante ne fa una condanna sofferta, perché sente ciò che di grandioso può esserci in quell’impresa. Ma da uomo medievale, e in più in un contesto quale quello della Divina Commedia, Dante non può sorvolare quello che nel personaggio di Ulisse, nella visione del poeta, da amore per la conoscenza diventa Hybris, tracotanza, eccesso, sfida verso gli dei.
Nel medioevo cristiano l’aggettivo sapiente non implicava un giudizio morale necessariamente positivo ed era importante, se non indispensabile, distinguere tra vera sapienza e vana sapienza, cioè tra la sapienza che si rivolgeva a Dio e quella invece che aveva come fine le cose terrene. Per l’uomo medievale era fondamentale stabilire il valore positivo o negativo della conoscenza, il fine cui essa tende. La sapienza, se non è rivolta a Dio, è stoltezza, è superbia, e quindi Ulisse non si trova tra coloro che seguirono le giuste vie della sapienza, ma è dannato nelle Malebolge. E così, anche l’ultima orazion picciola dell’eroe diventa un atto fraudolento, dato che la “virtute” a cui aveva esortato i compagni, si può avere solo attraverso l’osservanza delle leggi divine.
Per questo, nei versi 21-22, Dante scriveva: “e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio/perché non corra che virtù nol guidi”. Il poeta poneva egli stesso delle barriere innanzi alla forza e all’eccesiva curiosità dell’uomo, che doveva essere diretta verso un fine superiore, e guidata dalla volontà divina, piuttosto che dall’arroganza umana.
Il limite dell’uomo medievale era allora la fede. Ulisse invece, che spesso viene definito come un uomo moderno, avrà anch’egli dei limiti, o gli sarà permesso infrangere ogni barriera per gettarsi alla ricerca senza fine della conoscenza?
La curiositas: i limiti della conoscenza
2. Latino
A questo punto risulta utile citare alcuni autori della letteratura latina che affrontarono questi stessi temi, quelli della “curiositas” e dei limiti da imporre all’uomo e alla sua sete di conoscenza.
2.1 Plinio il Vecchio
Uno di loro fu sicuramente Gaio Cecilio Plinio Secondo detto il Vecchio, autore dell’età Flavia che morì nel 79 d.C., durante l’eruzione del Vesuvio, sorpreso durante la notte dalle esalazioni prodotte dall’attività vulcanica, proprio per soddisfare il suo desiderio di conoscenza, e la sua curiositas, analizzando da vicino il fenomeno eruttivo.
Le informazioni in nostro possesso riguardo all’autore, ci sono pervenute attraverso il nipote Plinio il Giovane, secondo il quale la sua produzione letteraria fu davvero sterminata. Purtroppo però ci è pervenuta una sola opera per intero, la Naturalis Historia. Tale capolavoro, un enorme trattato sulla natura in 37 libri edito nel 77 d.C., prende in esame e si sforza di descrivere tutti i fenomeni di cui Plinio è in grado di riferire.
2.2 La curiositas
Plinio mette insieme questo enorme numero di dati, spinto dalla curiositas, con l’intenzione di non tralasciare nulla. Non è un intellettuale stimolato dall’inquietudine della ricerca, un inventore, né uno studioso che indaga per scoprire novità o per trovare prove per su intuizioni, ma è animato soltanto dalla smania di raccogliere informazioni.
L’accumulazione e la compilazione delle notizie però, non è fondata su osservazioni personali o di altri che abbiano visto o sperimentato direttamente. Tutto ciò che si trova nella Naturalis historia deriva dai libri. Il nostro scrittore era un lettore instancabile, divorato dall’ansia quasi nevrotica di leggere “tutto”. Nessun libro era tanto cattivo da non poter essere utilizzato. Egli cita le sue fonti, perché il fatto che si trovassero scritte in qualche libro rendeva le notizie autentiche. Per questo la “ricerca” di Plinio il Vecchio non ha nulla di quello che per noi è sinonimo di scientificità; essa è solo un inventario sistematico e completo di tutto ciò che si trova nei libri greci e latini.
2.3 I limiti della “curiositas”: il discorso antitecnologico e le barriere della natura
Però, nella sua riflessione sulla natura, si possono scorgere facilmente alcuni limiti, che vanno ad influenzare tutta la sua opera.
Prima di tutto è presente un moralismo di fondo collegato allo sviluppo scientifico e tecnologico, che ne distrugge l’idea di progresso, dato che l’evoluzione della ricerca, e le sue applicazioni tecniche, portano spesso con sé un declino determinato dall’avaritia e dall’ambitio, dannose per il destino dell’intera umanità. È quindi da notare nell’autore l’atteggiamento antitecnologico che gli imprime di non superare i limiti della natura, come utilizzare medicine asiatiche o arabe oppure ancora scalare le montagne. Plinio ritiene tutto ciò che è naturale come positivo e per questo l’ordine dei fenomeni naturali non deve assolutamente essere toccato o stravolto; la tecnologia umana è interpretata come una forma di violenza nei confronti della natura e ciò che essa ha creato non deve essere elaborato o inquinato. Frequenti sono le accuse contro le invenzioni e gli strumenti con i quali l’uomo deforma, anche se la natura è accusata di aver dato vita a cose cattive o pericolose, come per esempio i veleni, sono poi gli uomini che li usano, mentre gli animali evitano con cura ciò che è velenoso, e suonano molto attuali le parole contro l’inquinamento dei fiumi e dell’aria all’inizio del XVIII libro, nel quale Plinio dichiara di assumersi il compito di prendere le difese della terra, egli difende tutto ciò che è più vicino alla natura, anche le doti morali della semplicità e della frugalità.
Inoltre Plinio credeva che l’uomo, nella sua ricerca, non dovesse andare al di là di quelle barriere che la natura stessa ha fissato, e che se egli intende sfidare quelle barriere, deve sapere che ciò si può ritorcere drammaticamente contro di sé… il caso volle che la sua vita fosse stroncata proprio dalla violenza di quella stessa natura.
Secondo Plinio, infatti, all’uomo sono stati imposti dalla Provvidenza dei limiti, che coincidono con il mundus, la volta del cielo stellato, al di là della quale non è lecito gettare lo sguardo (Naturalis historia, II 1, 3):
«[1] Indagare al di là del cielo non è compito dell’uomo, né ne ha la capacità la sua mente. … È una follia che alcuni abbiano cercato di misurare il cosmo con la mente e che abbiano osato diffondere le loro speculazioni, e che altri, traendo a loro volta spunto da quelle idee, abbiano diffuso l’idea che ci sono innumerevoli mondi … [3] È una follia, senza dubbio una follia avanzarsi oltre il cielo e, come se tutto ciò che è all’interno di esso fosse già conosciuto, studiare ciò che è al di fuori di esso, come se potesse misurare qualcosa colui che non conosce i propri limiti, o la mente dell’uomo potesse vedere ciò che il cielo non riesce a contenere».
La situazione storica di un impero che ormai comprende tutte le terre conosciute condiziona il ricercatore scientifico, che ha un intento meramente classificatorio: tutto ciò che esiste è «dentro», questo campo di indagine è immenso di per sé e rende superflua la ricerca di ciò che è «fuori».
È interessante un passo di un’opera di Calvino in cui illustra l’atteggiamento di Plinio nei confronti del sapere scientifico.
«Potremmo distinguere un Plinio poeta e filosofo, con un suo sentimento dell’universo, un suo pathos della conoscenza e del mistero, e un Plinio nevrotico collezionista di dati, compilatore ossessivo, che sembra preoccupato solo di non sprecare nessuna annotazione del suo mastodontico schedario. […] Ma una volta ammessa l’esistenza di queste due facce, bisogna subito riconoscere che Plinio è sempre uno, così come uno è il mondo che egli vuole descrivere nella varietà delle sue forme. Per raggiungere il suo intento, non ha paura di dar fondo allo sterminato numero delle forme esistenti, moltiplicato per lo sterminato numero di notizie esistenti su tutte queste forme, perché forme e notizie per lui hanno lo stesso diritto di far parte della storia naturale e d’essere interrogate da chi cerca in esse quel segno d’una ragione superiore che egli è convinto devano racchiudere. […] Plinio si tiene sempre ai fatti (a quelli che lui considera fatti o che qualcuno ha considerato tali): non accetta l’infinità dei mondi perché la natura di questo mondo è già abbastanza difficile da conoscere e l’infinità non semplificherebbe il problema; non crede al suono delle sfere celesti, né come fragore al di là dell’udibile né come indicibile armonia, perché «per noi, che stiamo al suo interno, il mondo scivola giorno e notte in silenzio». La natura è eterna e sacra e armoniosa, ma lascia un largo margine all’insorgere di fenomeni prodigiosi inspiegabili. Quale conclusione generale dobbiamo trarne? Che si tratta d’un ordine mostruoso, fatto tutto d’eccezioni alla regola? O che si tratta di regole tanto complesse da sfuggire al nostro intendimento?»
(I. Calvino, Il cielo, l’uomo, l’elefante, in Gaio Plinio Secondo. Storia naturale, I)
2.4 Apuleio
Altro interessante autore, che trattò più da vicino il topos della curiositas, fu Apuleio da Madaura.
Egli nacque in Africa intorno al 125 a.C., studiò a Cartagine e ad Atene, e si interessò alla retorica e alla filosofia. Fu infatti un appassionato lettore delle opere di Platone e di Aristotele, e durante la sua vita si avvicinò al medio-platonismo. Attivo nell’età degli Antonini, ebbe una varia e complessa personalità culturale, forse rispecchiata completamente nella sua opera più celebre, le Metamorfosi.
Romanzo composto da 11 libri (da qui il nome latino Metamorphoseon libri XI), era noto sin dall’antichità col titolo di Asinus aureus, e raccoglie in sé generi letterari diversi, dalla storiografia alla biografia, dalla satira menippea al racconto mitologico e all’epica. La sua struttura è inoltre intrecciata e complessa, dato che all’interno di un racconto principale si sviluppa una lunga serie di racconti-digressione, autonomi rispetto alla narrazione centrale.
Questa narra delle vicende di Lucio (che alla fine del romanzo si scoprirà essere la personificazione dello stesso autore), che a causa della sua troppa curiositas verso i riti magici della donna che lo ospita, finisce per trasformarsi per errore in asino, ed è costretto a superare una lunga serie di disavventure per tornare umano.
2.5 Amore e Psiche
Particolare importanza, all’interno dell’opera, è data alla favola di Amore e Psiche, che ne occupa ben due libri. Questa novella costituisce la chiave d’interpretazione del romanzo, e rappresenta “l’ardente volontà profanatrice di conoscere e sapere” (G.B. Conte) che spinge l’uomo all’errore, lasciandolo in balìa della sensualità, della casualità, del disordine.
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Divina commedia: Ulisse (Inferno XXVI); Dante e il pigreco (Paradiso XXXIII)
- Italiano: La curiosità del fanciullino (Pascoli); I limiti della conoscenza tra Pascoli e Montale.
- Latino: La curiositas fra Apuleio e Plinio.
- Inglese: Curiosità e informazione in G. Orwell.
- Storia: La curiosità malata nei lager nazisti.
- Filosofia: H. Arendt e la banalità del male; La bioetica.
- Arte: Curiosità nelle avanguardie e nell’arte contemporanea; Amore e Psiche.
- Matematica: Il mistero di pigreco.
- Scienze: Buchi neri, energia e materia oscura.