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Per aspera ad astra

Le passioni dell’uomo

Conigliaro Alberto V B, Liceo Classico Platone

A.S. 2013/2014

Premessa

Per aspera ad astra: la via della virtù e della gloria è irta di difficoltà, ma porta alle stelle.

È una frase molto famosa e conosciuta ieri come oggi. Ho scelto questo titolo perché credo che rappresenti chiaramente il significato del nostro impegno in tutti gli ambiti; così come può racchiudere brevemente il percorso di vita di ognuno di noi.

I risultati che otteniamo nella vita dipendono da noi e da come affrontiamo ogni situazione.

Secondo me, tutto ciò che facciamo dovrebbe essere ricco di passione, è la passione quella che sentiamo scorrere nelle vene quando compiamo le azioni che più amiamo, quella grazie alla quale costruiamo i nostri sogni, è anche quella che ci spinge a raggiungere obiettivi inizialmente irraggiungibili, dapprima lontani e poi sempre più vicini a noi.

A volte non esiste cosa più soddisfacente che sudare e sacrificarsi in virtù dei nostri sogni, perché quando si patiscono pene e si raggiunge il fine sperato, la felicità e la gioia superano nettamente il dolore e le sofferenze subite.

Non bisogna sopprimere le ambizioni, ma combattere affinché si possa godere dei più giusti risultati.

E se l’animo dovesse cedere, bisogna ricordare che solamente “attraverso le difficoltà si giunge alle stelle!”

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Svariate interpretazioni si possono dare a questa celebre frase di Seneca:

“Non est ad astra mollis e terris via”

La via per giungere dalla terra agli astri non è facile [Herculens. Furens, 437].

La via tracciata dal desiderio fin su le stelle sembra abbia avuto origine mitologica nelle figure degli eroi greci, Eracle in particolare, che dopo le fatiche e le imprese condotte in vita, venivano con la morte accolti nell’Olimpo: qualsiasi traguardo ambizioso richiede sacrificio e dedizione, e quanto più un’impresa è difficoltosa, tanta più è la soddisfazione nel portarla a termine.

Cos’è la passione?

Ma che cos’è la passione? Il termine “Passione” deriva dal latino passio-onis, da passus, participio passato di pati «patire, soffrire».

Il termine passione si contrappone direttamente ad azione, e indica perciò la condizione di passività da parte del soggetto, che si trova sottoposto a un’azione o impressione esterna e ne subisce l’effetto sia nel fisico che nell’animo.

Questo termine però, oltre a significati positivi come amore, ardore o impegno, evoca significati negativi come ira, rancore, vendetta, e: positivamente essa rinvia al raggiungimento di una meta, un compito, in senso negativo invece, a un morboso attaccamento verso cose disdicevoli che divorano l’animo umano.

La passione è un modo di essere e di sentire, attraverso essa si reagisce ad un determinato rapporto con persone e situazioni.

Generalmente si tratta di una reazione forte e radicale e dissonante rispetto alla cosiddetta normalità; nella passione c’è quasi sempre una dimensione trasgressiva rispetto ai costumi consueti.

Molti giudicano i sogni solo delle illusioni, altri si arrendono alla prima difficoltà che incontrano nel loro cammino faticoso e senza fine. Ma si sbagliano. Eppure realizzare se stessi non è mai semplice e infatti l’espressione di Seneca ci insegna che per arrivare alle stelle bisogna affrontare difficoltà inconcepibili, a volte legate a duri sacrifici.

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Le passioni dunque sono ciò che spinge il nostro animo e ciò che può portare l’uomo, sia a compiere azioni eccezionali, sia ad azioni ripugnanti, ma sta ad esso scegliere e domare esse tramite la Ragione.

Seneca nelle sue tragedie evidenzia la forza delle passioni che domina l’uomo, e la potenza di esse; ma da buon filosofo stoico è contro le passioni, poiché sono una malattia per l’uomo, ed esso deve saperle dominare e cercare di evitarle non facendosi offuscare da esse. Solo così può essere un uomo saggio.

“Non est ad astra mollis e terris via”

[Herculens Furens, 437]

Lucio Anneo Seneca (4 a.C.-65 d.C.)

Seneca nasce a Cordova (Spagna) da famiglia di intellettuali. A Roma compie gli studi di filosofia sotto la guida di maestri stoici. Nel periodo che vede al trono l’Imperatore Caligola (37-41 d.C.) diviene senatore e conosce la gloria e gli onori del rango.

Nel 41 cade in disgrazia in seguito ad un complotto ordito da Messalina. Resta in esilio in Corsica fino al 49 d.C., quando Agrippina, salita al trono, lo richiama a Roma per fare da precettore a Nerone.

Dopo un primo periodo in cui è di fatto il primo consigliere dell’Imperatore (è il periodo del buon governo), nel 62, in seguito all’ennesimo complotto, Seneca capisce di non essere più nelle grazie del re e si ritira a vita privata, dedicandosi allo studio.

Nel 65 d.C. Nerone, col pretesto di coinvolgerlo in una cospirazione ai suoi danni, gli ordina il suicidio. Seneca affronta stoicamente la morte per dissanguamento, entrando così nella storia della filosofia come martire, al pari di Socrate.

Opere principali: Epistolae ad Lucilium, De brevitate vitae, De Providentia, De Consolatione, De Constantia, De Otio, De Tranquillitate animi, De vita beata, De Ira, De Clementia, Apocolocyntosis; Medea, Phaedra, Hercules Furens, Agamemnon, Oedipus, Medea, Phaedra[..]; Proverbi.

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Le tragedie

Le tragedie attribuite con certezza a Seneca sono nove, anche se qualche dubbio sussiste per l’Hercules Oetaeus, tutte di soggetto mitologico greco. Non sappiamo nulla di queste, sulla loro rappresentazione, sulla data di composizione, e quindi vengono di solito elencate come le ha sempre riportate la tradizione.

L’Hercules Furens, costruita sul modello dell’Eracle euripideo, tratta il tema della follia di Ercole, causata da Giunone, che lo porta ad uccidere la moglie e i figli. Rinsavito Ercole ha intenzione di suicidarsi, ma alla fine desiste nel suo intento e va a purificarsi ad Atene. L’eroe è il simbolo della forza, ma è presentato in un momento in cui non è la forza a caratterizzarlo, ma la follia.

Le tragedie presentano comunque notevoli differenze rispetto ai modelli greci: scene aggiunte, omesse, o diversamente sviluppate, e diversità anche molto rilevanti nelle motivazioni delle azioni e nella caratterizzazione dei personaggi.

Non sappiamo a quale tipo di fruizione fossero destinate. A lungo si è ritenuto che esse non potessero essere rappresentate: sia perché prevedono l’esecuzione sulla scena di uccisioni, apparizioni mostruose, sia perché i personaggi tengono spesso discorsi molto lunghi che comportano altrettanto lunghi silenzi di altri personaggi presenti in scena; sia infine perché appare complessivamente scarsa la preoccupazione per la dinamica dello sviluppo drammatico, mentre l’attenzione è sui discorsi, sui dialoghi e sulla coerenza dei singoli quadri.

Il teatro tragico di Seneca vive non tanto dei contrasti tra i personaggi, quanto tra quelli che avvengono dentro i personaggi. I monologhi di Seneca sono lunghissime effusioni sentimentali, lunghe confessioni, lunghi dialoghi interiori. Ad essi si contrappongono i cori che il più delle volte espongono solo la voce interna dell’autore stesso.

In Seneca si avverte il gusto del Pathos esagerato, la tendenza a creare appunto delle sentenze rispettando i parametri caratteristici della “brevitas”. Quello senecano è quindi uno stile molto chiaro, incisivo, che coinvolge facilmente l’attenzione del lettore. Seneca ha approfondito nelle sue tragedie tutto quello che la sua opera filosofica condannava.

Il saggio stoico doveva educarsi quotidianamente al controllo delle passioni, al distacco dai beni terreni e dalle lusinghe del potere, alla ricerca del giusto e del bene.

Lo strumento di tale ricerca della virtù era la “ratio” ben applicata o mens bona. Nelle tragedie la virtù, il bene, la giustizia vengono irrisi e calpestati, ogni forma di ragione smarrita, ogni legge umana e divina infranta.

Si presentano come una scelta di miti orripilanti e macabri del repertorio classico. In esse si incontrano le storie più sconvolgenti, i personaggi più sanguinari, le situazioni più dense di infelicità di odio e di passioni violente.

Nelle tragedie l’unica scienza è la magia nera, il dominio delle forze della natura a scopo malefico. I personaggi delle tragedie, invece, rifuggono dalla vista della luce, lanciandosi con voluttà a capofitto dentro le buie voragini aperte nella loro anima da ogni sorta di passione o ambizione.

Le tirate antitiranniche potevano passare solo se rivolte al potere, non contro il potere. Avevano quindi uno scopo pedagogico: mettere davanti agli occhi del giovane principe gli effetti deleteri del potere dispotico e delle passioni sregolate.

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Caratteristiche

Sono le uniche tragedie latine a esserci pervenute in forma non frammentaria. L’ipotesi più probabile è che fossero tragedie destinate soprattutto alle recitationes: letture in pubblico.

Appartengono però a pieno titolo al genere tragico: hanno la struttura tradizionale (prologo, episodi, cori, trimetro giambico).

Le tragedie sono sempre alimentate dalla filosofia e dalla dottrina stoica dell’autore, le vicende si configurano infatti come conflitti di forze contrastanti, soprattutto all’interno dell’animo, nell’opposizione tra mens bona e furor, la ragione e la passione.

Al centro troviamo la rappresentazione dello scatenarsi delle passioni sfrenate, non dominate dalla ragione. Della ragione si fanno spesso portavoce i personaggi secondari: nutrici, servi. Dal furor sono invece spesso dominati i protagonisti: Medea, Atreo, Fedra. Il logos si rivela incapace di frenare le passioni e di arginare, quindi, il male.

Oltre al significato moralistico e filosofico, hanno anche un carattere spiccatamente letterario.

Uno stoico contro le passioni

Seneca, da buon stoico dell’età imperiale, concentra i suoi sforzi su una filosofia dal forte valore pratico. L’uomo deve inseguire la virtù, ovvero, secondo gli stoici, deve accettare il proprio destino ed agire secondo la legge naturale del mondo, la ragione. È saggio colui che agisce razionalmente ed evita il più possibile di abbandonarsi alle passioni.

Le passioni sono una malattia dell’anima da evitare a qualsiasi costo. Che le passioni siano una malattia ne è prova pratica l’ira. Abbandonandosi ad essa si perde il lume della ragione e si possono commettere atti di inaudita ferocia, quasi si fosse preda della pazzia.

Più l’uomo è saggio più si rende conto quanto sia necessario ragionare ed evitare le emozioni (l’apatia stoica). Questo atteggiamento permette di eliminare tutta quella gamma di delusioni e difficoltà che incontra necessariamente l’uomo passionale, il quale vive un rapporto conflittuale con la realtà e la portata solitamente eccessiva dei suoi desideri.

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Come abbiamo detto ci sono pervenute alcune tragedie che vengono attribuite a Seneca, e sono di tradizione greca, ovvero prendono spunto da miti greci.

Ma di molti altri generi è ricco il mondo classico. Ad esempio nell’età Ellenistica vi sono una serie di nuovi generi che nascono e si sviluppano in questo periodo per poi continuare tra cui gli l’epillio, l’idillio, il mimo, la commedia nuova, l’elegia amorosa, l’epigramma, il poema didascalico.

Il termine passione proviene dal greco “pathe, sostantivo del verbo paschein: soffrire, subire, patire”; rimanda dunque a uno stato di ricettività, che innanzitutto non viene attivamente suscitato.

La Passione dell’uomo è scelto ma trattata da vari autori ed è presente in varie opere dell’Ellenismo come per esempio negli Aitia di Callimaco è nelle Argonautiche di Apollonio Rodio.

L’«Ἔρως» nell’età ellenistica

Durante l’età Ellenistica, che si fa convenzionalmente iniziare con la morte di Alessandro Magno nel 323 a. C. e il suo sconfinato impero viene diviso fra i suoi generali, si vengono a creare numerosi regni di varie dimensioni, ma accomunati dalla stessa lingua in prosa.

Il superamento delle peculiarità dialettali diede origine alla koinè diálektos, una lingua “comune”, basata sull’attico, ma priva di alcune sue peculiarità morfologiche e sintattiche.

Tra loro s’instaura una fitta rete di scambi commerciali e su questo nuovo assetto politico si sviluppa una nuova cultura; questa cultura verrà chiamata Ellenismo, che abbraccerà tutti i campi culturali dalla musica all’architettura.

Tutti i temi letterari vennero trattati nell’Ellenismo; anzi, questo periodo vide nascere un nuovo genere letterario: il romanzo.

Il tema amoroso vide la distinzione tra elegia ed epigramma; l’elegia, che precedentemente era usata per trattare vari temi (bellica, gnomica, amorosa, quotidiana, politica), nell’Ellenismo si sofferma prettamente sul quotidiano, in quanto l’amore viene ad inglobare tutti gli argomenti e non rimane settorializzato.

Gli autori si dedicarono indifferentemente a cantare l’amore provato nei confronti della propria donna o quello nel confronti del mito, ma anche questo secondo caso viene approfondito come il primo perché l’autore cerca di immedesimarsi nel mito.

L’amore cantato è un amore vero, reale, scavato in tutti i sensi e contrapposto al sentimento del dolore. L’amore viene codificato in έρως (passione d’amore), imeros (amore in senso generale) e poqos (desiderio d’amore).

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Nell’antica Grecia l’amore era un sentimento tanto grande ed importante quanto combattuto, è proprio per colpa dell’amore che si susseguirono diverse guerre; ma tra amore sensibile sentimentale e incondizionato e la passione d’amore irruenta e travolgente c’era molta differenza.

Il primo, cioè l’amore di sentimento, quello ricambiato e incondizionato è “αγάπη”, mentre la passione, la sensualità ad essa legata e l’amore carnale era “έρωϛ”.

L’eros è una relazione che vede il «sé» al primo posto, è egocentrico ed è un attirare l’«altro» verso se stessi: è desiderare, bramare, cercare incessantemente di possedere.

L’agape, invece, mette l’«altro» al primo posto, è allocentrico ed è un movimento che ci fa andare verso gli altri: è dare, donare, donarsi.

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Sintesi

Collegamenti

Passioni: per aspera ad astra

  • Latino: Seneca, vita e tragedie
  • Greco: Ellenismo, Callimaco e Apollonio Rodio
  • Inglese: Emily Brontë, Wuthering Heights
  • Italiano: D'Annunzio, Il piacere
  • Biologia: Sistema nervoso, SNC, SNP e neuroni specchio
  • Storia: Dalla caduta del fascismo alla nascita della Repubblica
  • Filosofia: Kierkegaard, la fede come passione
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