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Corso di Laurea Triennale in Filosofia

Vivere in una bolla: verso una bubbledemocracy?

Relatrice: Professoressa Annalisa Antonia Ceron

Elaborato finale di: Tommaso Donati

Matricola 987477

Anno Accademico 2023/2024

Questo genere di cose mi spaventa, perché mi dà la sensazione che il concetto stesso di verità oggettiva stia svanendo dal mondo.

(G. Orwell, Looking back on the Spanish War, e-Kitap Projesi & Cheapest Books, Istanbul 2020, p. 25)

Indice

  • Introduzione ..................................................................................................... 2
  • 1 I mutamenti della democrazia rappresentativa ........................................ 4
  • 1.1 Tra parlamentarismo e democrazia dei partiti ................................. 4
  • 1.2 La democrazia del pubblico e oltre ................................................ 11
  • 2 L’impatto di Internet .............................................................................. 18
  • 2.1 Il Networked Individualism ............................................................ 18
  • 2.2 Bolle, schiume e polarizzazione .................................................... 26
  • 3 Casi Studio ............................................................................................. 33
  • 3.1 L’assalto a Capitol Hill .................................................................. 33
  • 3.2 Il fenomeno Brexit ......................................................................... 41
  • Conclusioni .................................................................................................... 48
  • Bibliografia .................................................................................................... 51
  • Sitografia ........................................................................................................ 53
  • Ringraziamenti ............................................................................................... 54

1

Introduzione

Democrazia ed Internet. Queste due parole sarebbero sufficienti a descrivere l’epoca attuale: da un lato, il sistema democratico è nella sua fase di massima diffusione, dall’altro ognuno quotidianamente può navigare su Internet. Nel punto di intersezione tra questi due elementi si collocano i social media, applicazioni che permettono agli utenti di creare, condividere e partecipare a contenuti virtuali e interazioni sociali a distanza garantendo un’esperienza personalizzata.

L’obiettivo del presente elaborato sarà quello di dimostrare come questi nuovi strumenti hanno un ruolo di rilievo nella nascente deriva democratica: la bubble democracy. Tale deriva è contraddistinta dalla fine della massa omogenea del pubblico e l’avvento di una polarizzazione determinata dalla creazione di bolle algoritmiche attorno ad ogni utente, costruite basandosi sulle preferenze personali che ciascuno ha espresso in precedenza.

Al fine di evidenziarne gli aspetti, occorre analizzare tanto i mutamenti riguardanti lo sviluppo della democrazia rappresentativa quanto quelli comportati da Internet. Dato che tale fenomeno appartiene al nostro presente, comprenderlo è fondamentale: in un mondo sempre più complesso e instabile, fermarsi e guardarsi intorno è il primo passo per sapere come agire.

Proponiamo ora un breve riassunto per facilitare l’approccio alla tesi. Nel primo capitolo, grazie alla ricostruzione offerta da Manin, si considera lo sviluppo della democrazia rappresentativa per comprendere come la situazione attuale sia frutto di un processo legato a diversi avvenimenti: dalle tre rivoluzioni dell’epoca moderna fino ai giorni nostri, si assistono diversi cambiamenti dati dalle circostanze con cui la democrazia ha dovuto confrontarsi.

Il secondo capitolo è dedicato all’impatto di Internet che, inserito a sua volta in un processo, ha comportato un cambiamento di prospettiva: dalla centralità della comunità si è passati sempre più alla centralità del soggetto, permettendo una messa a fuoco della dinamica delle bolle algoritmiche e, quindi, della bubble democracy.

A tale scopo, risulta determinante il lavoro svolto dai sociologi Rainie e Wellman sulla centralità crescente del soggetto, mentre Palano costituisce un continuo punto di riferimento per sottolineare gli aspetti della bubble democracy. Infine, nel terzo capitolo sono discussi due casi studio che hanno scosso il mondo negli ultimi anni e che permettono di avere un riscontro concreto di questa nuova deriva: l’assalto a Capitol Hill, avvenuto il 6 gennaio 2021, e l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, ricordata come Brexit, iniziata con il referendum del giugno 2016.

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1 I mutamenti della democrazia rappresentativa

1.1 Tra parlamentarismo e democrazia dei partiti

La democrazia è, al giorno d’oggi, una delle forme di governo più diffuse ma, pur essendo denominata allo stesso modo, non condivide quasi nulla con il suo corrispettivo antenato della Grecia antica del IV secolo a.C., in particolare di Atene. Questa polisemia del termine è sottolineata in modo chiaro da Petrucciani:

Il fatto che noi moderni utilizziamo ancora una parola che la Grecia ci ha consegnato in eredità non dovrebbe infatti occultare un punto che non può essere trascurato, e cioè che le istituzioni della democrazia moderna non hanno praticamente nulla a che vedere con ciò che, nella Grecia classica, si designava con questo termine.

1 S. Petrucciani, Democrazia, Einaudi, Torino 2014, p. 1.

A tal proposito, una caratteristica che emerge dal confronto tra le due democrazie è la modalità di selezione dei rappresentanti perché, se nell’antichità si optava per l’estrazione, oggi si predilige la via elettiva che, limitata in passato a poche cariche, si è imposta come il metodo principale.

2 Le cariche elettive richiedevano una particolare competenza ed era fondamentale che venissero riconosciuta dai votanti tramite il loro consenso, ivi, p. 8.

Questo cambiamento è frutto di una diversa concezione giuridica: dall’importanza di permettere a ciascun cittadino (maschio maggiorenne con almeno un genitore ateniese, quindi una percentuale ristretta della popolazione) di svolgere sia la funzione di governato che di governante, in modo da partecipare al bene comune, si è passati a una visione in cui risulta essere centrale il consenso verso i rappresentanti.

3 Ivi, pp. 9-11.

Contro ogni forma di assolutismo, i padri fondatori (delle tre rivoluzioni moderne che hanno interessato la Gran Bretagna nel XVII secolo e la Francia e gli Stati Uniti il secolo successivo) decretarono che i cittadini potessero accettare solo un’autorità a cui avessero acconsentito, e quindi votata, anziché rimettersi al sorteggio guidato dal caso non esprimibile da volontà umana. Bernard Manin, nella sua opera I principi del governo rappresentativo, rende chiara questa idea:

C’era una idea alla luce della quale i rispettivi meriti dell’estrazione a sorte e delle elezioni devono essere apparsi decisamente diversi e diseguali, ossia il principio per cui ogni autorità legittima deriva dal consenso di coloro sui quali è esercitata, in altre parole, che gli individui sono tenuti solo a ciò che hanno acconsentito. Le tre rivoluzioni moderne furono portate a termine in nome di tale principio.

4 B. Manin, The Principles of Representative Government, Cambridge University Press, New York 1997, trad. it. di V. Ottonelli, B. Manin, I principi del governo rappresentativo, il Mulino, Bologna 2010, p. 94.

5 Ivi, pp. 8-9.

Se dal IV secolo a.C. al XVIII secolo d.C. si è assistito a questo cambiamento, analogamente ne sono susseguiti altri negli ultimi due secoli ma, in questo caso, la struttura della democrazia rappresentativa è rimasta stabile presentando solo delle variazioni inerenti ai principi cardine. Manin identifica quattro di questi principi: elezioni periodiche, parziale indipendenza dei governanti, libertà della opinione pubblica e prova della discussione tra i governanti.

Tali principi hanno subito una reinterpretazione diversa a seconda delle circostanze susseguitesi nel tempo, in particolare durante il XX secolo, che ha presentato importanti venti di cambiamento: tanto l’estensione del diritto di voto quanto la conseguente alba dei partiti di massa hanno ridisegnato particolarmente lo scenario democratico.

6 Ivi, pp. 215.

Tutto ciò venne avvertito come una crisi di quel sistema iniziale che prevedeva solo un ristretto numero di possibili rappresentanti, non membri di partiti, e un limite censitario per poter votare.

7 Ivi, p. 217.

Una situazione analoga è avvertita oggi per quanto riguarda i partiti, sempre più in crisi, con l’alba prima dei mass media, e poi, in tempi recentissimi, dei social media e di Internet, che riscrivono il rapporto tra rappresentanti e rappresentati.

Se però le critiche verso i partiti vennero meno e si passò a considerarli come un progresso, quelle nei confronti dei nuovi media continuano ad evidenziare conseguenze a cui prestare particolarmente attenzione.

8 Ivi, pp. 218-219.

Per comprendere come si è arrivati a questa situazione e affinché sia possibile inserirla in un quadro completo, è necessario ricostruire prima il percorso dei suoi mutamenti. Al tal proposito, grazie ai quattro principi individuati, Manin ne ricostruisce tre: parlamentarismo, democrazia dei partiti, democrazia del pubblico.

9 Ivi, pp. 225-260.

La prima fase si colloca proprio in concomitanza delle due rivoluzioni borghesi, ossia Rivoluzione Americana del 1776 e Rivoluzione Francese del 1789, ma prima ancora con la Glorious Revolution del 1689 su suolo britannico, che ha tracciato una svolta rispetto alla visione assolutistica in cui ogni potere è in mano solo al sovrano.

10 Manin dedica tutto un capitolo della sua opera proprio a mostrare l’importanza delle tre rivoluzioni, cfr. ivi, § 3.

I tratti salienti del parlamentarismo sono: mancanza di partiti, élite dei notabili, limite censitario per possedere diritto di voto, dinamicità della maggioranza, opinione pubblica extraparlamentare. La mancanza di partiti era evidente, poiché avvertiti come una minaccia al sistema statale: rischiando di dividere lo Stato in fazioni contrastanti tra loro, il pericolo sarebbe stato di creare una competizione ostacolando la cooperazione verso il meglio e il bene comune.

11 Ivi, p. 216.

In mancanza di questi, le persone votate dal popolo erano i notabili, individui con cui era possibile intessere relazioni interpersonali e rimettere la propria fiducia, frutto non tanto di motivi politici, quanto piuttosto di motivi sociali: vivendo nello stesso contesto dei notabili, era possibile riconoscergli la propria stima a seguito anche di piccole azioni quotidiane compiute da questi, volte al bene e al meglio.

12 Ivi, pp. 225-226.

Se già erano deplorati i partiti in quanto causavano competizione, lo stesso riguardava i singoli notabili, perché ogni ostacolo alla loro nomina sarebbe stato avvertito come un affronto al giudizio espresso da tutta la comunità sociale.

Altrettanto importanti erano i criteri di limite censitario per poter accedere al diritto di voto, pena il venir meno dell’indipendenza da poteri esterni che avrebbero potuto maneggiare e corrompere la votazione. Ciò ovviamente riduceva la schiera dei possibili votanti, e quindi il desiderio di essere eletto avrebbe dovuto adibirsi con le sue ricchezze per costruire una campagna elettorale sufficientemente ampia da raggiungerli.

Dato che non tutti possedevano questa somma di denaro a disposizione, si incorreva in un’ulteriore riduzione di quella schiera di notabili.

13 Manin analizza i dibattiti che hanno interessato i padri fondatori riguardo a chi potesse votare (e, di conseguenza, anche chi potesse essere eletto), cfr. ivi, § 4.

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Il tipo di fiducia intessuta tra i rappresentanti e questa cerchia di votanti si rifletteva nell’azione dei primi: non essendo vincolati da programmi politici precisi, non erano portavoce del popolo ma disponevano di un ampio spazio di autonomia e, quindi, i notabili non erano costretti a farsi carico di richieste, potendo agire secondo la propria coscienza e il proprio giudizio personale con un unico vincolo: la ricerca del bene comune per tutti.

14 Ivi, p. 226.

Ciò determina come il rapporto tra peso sociale e peso politico influenzi solo la selezione per la nomina, dato che l’inesistenza di un programma elettorale non vincolava le azioni del votato verso obiettivi precisi. Questa libertà goduta dal rappresentante era consumata entro il Parlamento: luogo di discussione, permetteva di poter modellare le proprie opinioni grazie al confronto tra posizioni differenti, permettendone una possibile convergenza, laddove in origine erano divergenti.

15 Ivi, pp. 228-229.

La costruzione della maggioranza, quindi, era resa possibile in modo da accettare le diverse leggi proposte e, poi, applicarle sul territorio nazionale senza un riguardo verso schieramenti politici stabiliti a priori.

16 Ivi, p. 229.

Ogni divisione e ogni schieramento era costruito in modo dinamico: proprio la libertà totale di azione del rappresentante gli consentiva di allearsi con altri in diversi modi e a seguito di proposte di leggi diverse, tanto da far sì che le alleanze subissero cambiamenti, anche drastici, di fronte ad ogni proposta.

Ciò che doveva muovere ogni singolo rappresentante era la vocazione al bene comune, un concetto, tuttavia, vago e privo di definizione e quindi interpretabile in diversi modi. La corrispondenza di giudizi tra i due era possibile, ma nulla sanciva che ciò avvenisse per ogni circostanza.

In questo quadro, il ruolo dell’opinione pubblica difficilmente poteva avere un peso parlamentare, data appunto la totale libertà del rappresentante, però comportava un elemento extraparlamentare che faceva pressione contro il parlamento. Grazie a dimostrazioni, petizioni e campagne di stampa era possibile che i cittadini avessero un ruolo che era fatto valere da organizzazioni ad hoc al fine di poter sfruttare le occasioni propizie ed avere una proposta concreta.

17 Ivi, p. 227.

Se questa pressione fosse stata inascoltata, la possibilità di una frattura tra rappresentati e rappresentanti sarebbe stata dirompente: il popolo avrebbe promosso idee senza un appoggio dei notabili. L’ombra della guerra civile aleggiava continuamente, pronta a palesarsi in qualsiasi momento.

All’alba del XX secolo, si assisteva alla prima crisi, di cui già avuto modo di parlare, che permise un cambiamento interno alla democrazia tramite l’avvento del partito di massa. Questo nuovo partito ha fatto seguito all’estensione del diritto di voto, fino al raggiungimento del suffragio universale, grazie a cui furono eliminati i limiti censitari segnando una novità in campo politico: ognuno aveva un voto, uguale a quello altrui, e anche eletto, alimentando un sogno possibile che lo stesso Manin riporta:

Sembrava che l’ascesa di tali partiti [di massa] segnasse non solo il tramonto dei notabili ma anche la fine dell’elitismo che aveva caratterizzato il parlamentarismo. […] Ci si aspettava che da allora in poi attraverso i partiti socialisti o socialdemocratici la classe lavoratrice sarebbe stata rappresentata in parlamento da propri membri, lavoratori comuni.

18 Ivi, p. 229-230.

Con la conseguente estensione dell’elettorato, anche il rapporto privilegiato con i rappresentanti ne risentì tanto da divenire irrilevante: i cittadini votavano un partito che portasse avanti una visione e una ideologia piuttosto che un singolo esponente, dando spazio all’uomo comune di poter avere un posto nei piani alti della politica.

Se però effettivamente ci fu un “tramonto dei notabili”, rimaneva stabile la presenza di un’élite legata agli attivisti e ai burocrati di partito: infatti, chiunque poteva giungere al potere, ma per realizzare questo obiettivo era necessario fare carriera dentro un partito.

19 Ivi, p. 231.

In questo contesto, il partito assumeva un ruolo di primaria importanza, divenendo elemento centrale del sistema rappresentativo: le qualità del candidato sarebbero dovute essere accolte dai votanti, e, a loro volta, avrebbero dovuto riflettersi nel partito stesso. Si assistette così al passaggio da una fiducia verso singoli individui a una fiducia verso il partito.

20 Ivi, p. 234.

I diversi partiti si facevano portavoce dei desideri delle classi sociali, con lo scopo di ottenerne il consenso, comportando un congelamento delle posizioni: ogni partito cercava sempre più di concentrarsi sui desideri di una precisa classe, nel tentativo di diventarne l’unico riferimento.

21 D. Della Porta, I partiti politici, il Mulino, Bologna 2015, pp. 28-40.

Pertanto, il peso dell’ambito sociale assunse un carattere centrale, in quanto anima stessa delle manovre dei governanti.

Non è un caso che la centralità del partito si riflettesse proprio nelle scelte a cui era vincolato il rappresentante: il parlamento non era più composto da schieramenti dinamici, ma da fazioni ben definite che perseguivano degli obiettivi.

22 B. Manin, I principi del governo rappresentativo, cit., p. 234.

Affinché però si potesse giungere a soluzioni ed evitare continui scontri tra posizioni opposte, occorreva giungere a compromessi che evidenziassero una volontà diversa dalla maggioranza, mai controllabile e, al contempo, impossibile da non considerare.

Di conseguenza, era necessario confrontarsi con la minoranza al fine di evitare una stasi politica, poiché gli organi direttivi del partito dovevano poter scegliere quali fossero i punti salienti del loro programma da cui non arretrare: centrale durante la campagna elettorale e fondamentale per la linea da seguire, era necessario ricavare al suo inter

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Scienze politiche e sociali SPS/01 Filosofia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher TomDon2002 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Ceron Annalisa Antonia.
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