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Capitolo II Burckhardt e Nietzsche

Le considerazioni nietzscheane sulla storia e il tragico diventano nel XX secolo le fonti di Burckhardt, dello storico dell’arte Aby teoriche, insieme ad alcuni elementi del pensiero Warburg.

Warburg considera entrambi i pensatori sismografi del tempo e della storia:

Noi dobbiamo riconoscere Burckhardt e Nietzsche quali ricettori di onde mnemiche e vedere come la loro coscienza del mondo [Weltbewusstsein] afferra l’uno e l’altro in maniera affatto diversa. Noi dobbiamo tentare di far sì che essi illuminino reciprocamente e questa meditazione ci deve aiutare a capire Burckhardt come uomo che patisce [als Erleider] del proprio mestiere [di storico]. Ambedue sono sismografi sensibilissimi [sehr empfindliche Seismographen], che tremano dalle fondamenta quando ricevono e devono trasmettere le onde [d’urto, di memoria] 1.

Quando Warburg parla di sismografo si riferisce ad un tempo che non è una grandezza qualsiasi che può essere colta facilmente, non è quella variabile continua di un fenomeno ma è bensì qualcosa di più misterioso che inquieta e che è difficilmente comprensibile.

Questa metafora geologica applica, ancor di più, alla cultura della storia, una tensione, una crisi, una frattura o meglio, un’onda d’urto delle cose sopravviventi.

Ecco perché l’attività storica di Burckhardt e Nietzsche assume la sembianza di un sismografo, capace di percepire e registrare quei movimenti invisibili e sotterranei della vita storica che sono in movimento perché soggetti alla Lebensenergie, alla forza vitale, entrambi — dice Warburg — hanno ricevuto le «onde mnemiche del passato» e scorto il fondo tragico della storia, entrambi ne hanno avvertito la sordida minaccia 2.

La storia delle immagini è per Warburg una questione di vita, in cui la morte è com-presente ma non in senso biomorfico, perché il senso della vita warburghiano esclude l’elemento naturale e non può far a meno di quell’impurità che il tempo storico richiede.

Nel cercare di tracciare la cornice della vita in tal senso, George Didi-Huberman ci spiega che è importante usare come chiave di lettura il rapporto teorico che intercorre tra Warburg, Burckhardt e Nietzsche, la cui contrapposizione stilistica diviene per Warburg il nodo che, stringendosi, costituisce la singola entità in cui si concentra e si esprime tutta la difficoltà del lavoro dello storico, ovvero la ‹‹psicotecnica›› (Psychotechnik).

1 G. Didi-Huberman, L’immagine insepolta, cit., p. 112.

2 A. Warburg, Il rituale del serpente. Una relazione di viaggio, tr. it. G. Carchia e F. Cuniberto, Adelphi, Milano 1998, p. 111.

Burckhardt e la storia come vita culturale

Burckhardt considera l’arte non una questione di gusto ma una questione vitale; allo stesso modo la storia non è semplicemente un problema cronologico ma il movimento vitale della cultura stessa e delle civiltà.

Questo movimento vitale è inteso come un gioco di funzioni che richiede un approccio antropologico; gioco di forme che richiede un approccio morfologico; gioco di forze che richiede un approccio dinamico.

La vita è un gioco di funzioni in quanto vita culturale: queste funzioni non sono quelle dei sistemi che semplificano come fece, ad esempio, il positivismo portando tutto sull’enunciato del fatto storico, in stile cronistico, oppure come fece Hegel che, propugnatore di una storia idealistica tese a innalzare tutto verso una progressiva spiritualizzazione.

La vita come cultura è l’esatto opposto: tende a rompere con lo schematismo della storia-natura e della storia-idea attraverso un’articolazione critica in cui la natura è del tutto differenziata dalla storia, in quanto la sua capacità di creare è frutto di un istinto primigenio fondato su alcuni tipi originari in cui è presente un’uguaglianza.

La storia diversamente, nella sua varietà, tende alla disuguaglianza e l’entità storica è un continuo divenire, è un prodotto graduale e di conseguenza si allontana anche dalla pretesa di fare una storia universale quale prodotto di un’eterna sapienza.

Una tale concezione viene considerata da Burckhardt un errore: cerca di anticipare un piano universale e di fondare una teodicea.

Il rifiuto di questo atteggiamento porta il filosofo a una cosiddetta ‹‹terza via›› di una nuova scrittura della storia 3.

Burckhardt si oppone all’idealismo hegeliano: il suo fare storia è un’analisi introspettiva dell’evento storico che non si esprime attraverso il generale ma si muove attraverso il particolare.

L’esposizione del fatto storico è un insieme di particolarità e la storia di Burckhardt parla degli individui:

Il soggetto sarebbe di per se stesso abbastanza importante per rendere desiderabili altre rielaborazioni e per invitare a pronunziarsi in proposito studiosi dai più disparati punti di vista. […] In una storia della civiltà, la difficoltà più grave sta appunto nel dover rompere la continuità del processo storico, scomponendolo in parti che spesso sembrano arbitrarie, per giungere a darne, come che sia un’immagine 4.

3 G. Didi-Huberman, L’immagine insepolta, cit., p. 100.

La terza via e la morfologia della storia

Warburg prende gli aspetti principali di questa nuova via e rifiuta, in questa maniera, le teleologie come assoluti pessimismi, riconosce ogni esistenza storica nella sua complessità, escludendo ogni preconcetto e instaura una dialettica in cui l’esistenza storica non ha bisogno della fine e del principio per esprimere la complessità e l’impurità della propria vita.

Diventa estranea al pensiero delle analogie e delle differenze, come accade nella storia locale, ed è estranea alla ricerca di forme universali da applicare alla storia.

In questa prospettiva il lavoro dello storico non si riduce al racconto dei cambiamenti storici, ma più precisamente analizza le influenze mobili sulle stabilità. In questa maniera la vita della storia dimostra di appartenere a una morfologia e diviene un gioco di forme.

Quando si parla di gioco di forme si intende una cristallizzazione del simile o un’influenza reciproca sia sul piano “spirituale”, riferito all’ambito della cultura con il termine Geist, sia sul piano intellettuale, in quanto l’elemento spirituale ha sempre un lato storico che si presenta come cambiamento.

Ogni evento ha un lato spirituale che partecipa dell’immortalità perché, ci dice Burckhardt, lo spirito è mutevole ma non transitorio 5.

Prima di Warburg, Burckhardt ha pensato la Kulturgeschichte nel registro di un’estetica delle ‹‹forme psichiche›› della cultura, la quale non si coglie solo attraverso fonti scritte ma anche attraverso l’espressione artistica in ogni sua forma e in virtù di ciò Didi-Huberman dice che si cade nell’errore quando si attribuisce una debolezza epistemologica alla sua estetizzazione della storia:

Non estetizza la storia al modo in cui ci si abbandonerebbe a un’ebrezza obliosa. Egli riconosce soltanto — e la lezione è importante — che il perno temporale del rapporto tra divenire e stabilità, tra Geschichte e Typus, è un perno formale, l’attivazione di un ‹‹processo di metamorfosi di una crisalide›› 6.

Estetizzare la storia è un atto necessario, perché non ci può essere storia senza una storia della cultura e a sua volta non ci può essere una storia della cultura senza una storia dell’arte aperta ai problemi antropologici e morfologici delle immagini, delle forme analizzate alla luce di una morfologia che lo è anche delle ‹‹Forme del tempo››.

4 J. Burckhardt, La Civiltà del Rinascimento in Italia, tr. it. D. Valbusa, Sansoni, Firenze 2000, pp. 5-6.

5 G. Didi-Huberman, L’immagine insepolta, cit., p. 102.

6 Ibidem.

Forze, potenze e dialettica del tempo

Quest’analisi è possibile attraverso lo studio delle forze che mostrano come le forme siano il precipitato di un conflitto che vive nel tempo.

Questo conflitto è la terza caratteristica della vita secondo Burckhardt, cioè, un rapporto di forze o di potenze, dalla cui comprensione si sviluppano le varie Lebensformen.

Tuttavia l’impresa è difficile perché la potenza ha una doppia accezione che è difficile da comprendere: la potenza ha una doppia natura, quella manifesta e quella latente, che impone due vie dalle quali si hanno due modi di concepire la storicità.

Qui si rende visibile una dialettica del tempo colta attraverso il sintomo, che funziona tramite un dibattito tra ‹‹latenze›› e ‹‹crisi››: le latenze sorgono attraverso gli eventi e le crisi sono il modo che il tempo ha di portare alla luce la sua potenza 7.

La storia non è quindi un prodotto della ragione eterna, ma la sua pratica è qualcosa che prende le sembianze di un inconscio del tempo, con le sue latenze e le sue catastrofi.

Da questa concezione Warburg prende la decisione metodologica di fare della storia una sintomatologia, una patologia del tempo tramite la storia delle immagini, soprattutto perché si parla di catastrofi in termini morfologici: parlare di dialettica del tempo significa intendere il tempo all’interno di un processo in tensione, in cui lo storico analizza tutte le forze, trattando le loro relazioni e le loro influenze, producendo in tal modo una critica profonda della storia.

Inoltre quando si parla d’inconscio o patologia vuol dire parlare e affermare che tale dialettica mostra l’impurità e l’anacronismo del tempo: lo fa attraverso un approccio che è dinamico e morfologico, dal quale tornano alla luce i sintomi in cui è presente l’azione dei fantasmi.

Chiara anticipazione delle sopravvivenze warburghiane, evidente anche nello studio freudiano della sintomatologia isterica.

Agli occhi di quest’analisi la storia diviene instabile e senza alcun limite netto al suo interno, perché c’è all’interno di ogni cultura un continuo processo di trasformazione, un continuo divenire, fatto di influenze che portano ad un rifiuto totale di una separazione della storia o ad una sua periodizzazione gerarchica.

Bisogna costatare l’esistenza di un’infinità d’incarnazioni e trasformazioni che possono essere chiamate sopravvivenze. È qui che Burckhardt si avvicina al Nachleben.

Innumerevoli elementi sopravvivono inconsciamente [lebt auch unbewusst weiter] come acquisizione di qualche popolo, dimenticata e passata nella circolazione sanguigna dell’umanità. In genere, bisognerebbe sempre tener conto di tale assommarsi inconscio di risultati della cultura [unbewussts Aufsummieren von Kulturresultaten] nei popoli e nei singoli. Questa crescita e questa perdita [Wachsen und Vergehen] della cultura segue leggi vitali superiori e inscrutabili [böhere, unergründliche Lebensgetze] 8.

7 G. W. F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia. Vol. 1. La razionalità della storia, tr. it. G. Calogero e C. Fatta, La nuova Italia, Firenze 1961, p. 28.

Nachleben e sopravvivenza delle immagini

Questo è ciò che Burckhardt dice ed è chiarissimo il legame con le sopravvivenze di Warburg: Burckhardt, nella stessa pagina, utilizza il termine Weiterleben, che significa ‹‹sussistenza›› e, già, ‹‹sopravvivenza››.

La via era aperta per capire cosa voglia dire Nachleben e con questa ‹‹sopravvita›› era aperta anche la via per comprendere il tempo come quel gioco impuro, tensivo, quel dibattito di latenze e di violenze che possiamo chiamare, con Warburg, la ‹‹vita›› (Leben) delle immagini 9.

L’altro polo è Nietzsche, di cui Warburg ha certamente conosciuto i termini della malattia durante il suo soggiorno alla clinica Kreuzlingen.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

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