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Università degli studi di Torino

Dipartimento di filosofia e scienze dell'educazione

Corso di laurea Magistrale in Filosofia

Tesi di laurea

L’importanza dell’immedesimazione nella scelta morale in R. M. Hare

Il giudizio morale tra ragione ed emozione: verso un’azione transgenerazionale

Primo Relatore: Prof. Maurizio Balistreri

Secondo Relatore: Prof. Emilio Corriero

Candidato: Giulia Beltritti

Matricola 755810

Anno accademico 2021/2022

L’importanza dell’immedesimazione nella scelta morale in R. M. Hare

Il giudizio morale tra ragione ed emozione: verso un’azione transgenerazionale

Indice

  • Introduzione ...................................................................................................... 1
  • L’importanza scelta all’interno I° sezione: della del giudizio morale ............ 8
  • 1. Il linguaggio della morale ...................................................................................... 8
  • 1.1 La logica del linguaggio prescrittivo ............................................................. 8
  • 1.2 Proposizioni descrittive e proposizioni valutative ....................................... 13
  • 1.3 Gli imperativi e la logica ............................................................................. 17
  • L’inferenza nella decisione morale 2. ..................................................................... 21
  • 2.1 I principi e gli stati di fatto .......................................................................... 21
  • 2.2 La premessa maggiore ................................................................................. 22
  • 2.3 Gli stati di fatto ............................................................................................ 25
  • 2.4 Principi non autoevidenti e rapporto con la premessa minore ................... 27
  • 2.5 La decisione di principio ............................................................................. 30
  • 2.6 L’eccezione al principio morale .................................................................. 32
  • 2.7 Il prescrittivismo e la libertà ....................................................................... 36
  • 3. R. M. Hare e la critica al Naturalismo ............................................................... 41
  • L’impossibilità 3.1 Il Naturalismo e della valutazione morale .......................... 41
  • 3.2 Il Naturalismo e l’elemento descrittivo dei giudizi morali .......................... 46
  • 4. Uso descrittivo e uso valutativo dei termini etici in R. M. Hare ...................... 51
  • 4.1 Criteri e significato dei termini etici ............................................................ 51
  • 4.2 L’analisi semantica di “dovere” “giusto” e ............................................... 59
  • Come preambolo all’azione II° sezione: L’universalizzazione transgenerazionale .................................................................................................. 63
  • L’Universalizzabilità 5. ............................................................................................ 63
  • 5.1 Le regole universali e i principi morali ....................................................... 63
  • L’Utilitarismo delle preferenze e il ragionamento morale normativo 6. ............ 74
  • 6.1 L’eguale valore degli interessi di tutte le parti ............................................ 74
  • 6.2 L’utilitarismo delle preferenze ..................................................................... 79
  • 7. La decisione di principio ottimale e il pensiero critico ..................................... 82
  • 7.1 I due livelli del pensiero morale .................................................................. 82
  • 7.2 L’arcangelo e il prolet ................................................................................. 90
  • 7.3 L’utilitarismo dell’atto e l’utilitarismo della norma: la conciliazione tra consequenzialismo e deontologismo .................................................................. 93
  • 8. Lo stato cognitivo e lo stato affettivo come elementi fondanti la decisione di principio .................................................................................................................... 97
  • 8.1 Stato cognitivo, stato affettivo e stato conativo ........................................... 97
  • 8.2 L’importanza dell’immedesimazione nella decisione di principio ............ 102
  • E l’obbligo III° sezione: R. M. Hare morale nei confronti delle generazioni future ....................................................................................................................... 105
  • L’altro distante nel tempo e l’ “individuo 9. futuro” .......................................... 105
  • 9.1 La sfida transgenerazionale e l’obbligo morale ........................................ 105
  • 9.2 Generazioni future: una definizione .......................................................... 112
  • 9.3 Gli interessi dell’ “altro distante nel tempo” e l’irrilevanza del fattore temporale ......................................................................................................... 117
  • Il calcolo delle conseguenze come preambolo all’azione transgenerazionale 10. ........................................................................................................................... 125
  • 10.1 Azioni transgenerazionali ........................................................................ 125
  • Verso un’azione transgenerazionale ............................................................... 11. 131
  • 11.1 L’etica universalistica come chiave di lettura della transgenerazionalità ......................................................................................................................... 131
  • 11.2 La solidarietà e il riconoscimento di ogni persona come fine ................. 134
  • Come immaginare gli interessi dell’ “altro 12. distante nel tempo” ................. 138
  • 12.1 L’immedesimazione e il legame transgenerazionale ............................... 138
  • 12.2 L’immaginazione come fondamento della responsabilità transgenerazionale ........................................................................................... 140
  • Conclusioni ..................................................................................................... 147
  • Bibliografia ................................................................................................... 150

Introduzione

Scopo del presente lavoro è quello di ricostruire la teoria del linguaggio della morale di R. M. Hare per evidenziare come questa possa rappresentare uno spunto di riflessione importante per la trattazione delle tematiche relative alla transgenerazionalità.

Il prescrittivismo universale delineato dell’autore, infatti, nei suoi risvolti normativi, si presta ad affrontare i problemi più urgenti del dibattito filosofico attuale e in particolare il tema relativo all’obbligo morale e alla responsabilità che le generazioni attuali hanno nei confronti delle generazioni future1 nonché i diritti di queste ultime.

In tal senso l’universalizzazione dei giudizi morali, l’immedesimazione e l’imparzialità, caratteristiche che, costituiscono i pilastri della teoria filosofica di Hare, forniscono una chiave di lettura che permette di mettere al centro della decisione di principio non solo gli interessi di chi abita la terra in questo momento, ma anche quelli2 di tutti gli altri soggetti morali che esisteranno in un tempo futuro.

Nella prima sezione dell’elaborato si tratteggerà la struttura interna della meta-etica analitica di Hare, sottolineando come, secondo l’autore, propedeutica a qualsiasi argomentazione di etica normativa o applicata, sia l’analisi semantica dei termini, ovvero la chiarificazione della funzione da essi svolta e il significato che essi assumono per il linguaggio morale3. Da tale analisi si evince come l’autonomia dell’etica sia fondata sulla presenza, nelle sue proposizioni e nei termini etici, di un genere di significato ad essa peculiare, ossia l’elemento prescrittivo, tipico della morale e presente negli imperativi.

L’osservazione dei termini etici permette dunque di evidenziare la caratteristica che distingue questi ultimi dai semplici enunciati all’indicativo: il loro carattere valutativo, legato cioè alla “scelta” che deve essere compiuta all’interno di un giudizio morale, la quale a sua volta è legata al compito dell’etica ossia quello di orientare l’azione morale. Il linguaggio della morale, trovando così i suoi elementi fondanti nell’azione e nella scelta è, secondo Hare, un linguaggio prescrittivo, ossia un linguaggio volto a stabilire4 precise norme che devono essere rispettate.

1 R. M. Hare, Essays on Bioethics (1993), Clarendon Press, Oxford, 2002, p. 67.

2 R. M. Hare, Libertà e ragione, Il saggiatore, Milano, 1971, p. 58.

3 E. Lecaldano, “Etica e significato: un bilancio”, in C. A. Viano, Teorie etiche contemporanee, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, pp. 59-86, qui p. 77.

Alla base di tale linguaggio, necessario a rispondere alla domanda “Che fare?” e dunque a guidare la condotta umana, ci sono gli imperativi5: l’enunciato imperativo viene definito così come la forma più semplice di linguaggio prescrittivo e deve dunque essere considerato come una forma di “comando”. Si noterà poi, sempre nella prima sezione del lavoro, che gli imperativi seguono precise regole logiche, tra cui la più importante risulta essere la seguente: «Non si può trarre nessuna valida conclusione imperativa da un insieme di premesse che non contenga almeno un enunciato imperativo»6.

Inoltre, nell’analisi di Hare, non solo gli imperativi sono vincolati alle regole logiche sopra menzionate, ma lo stesso giudizio morale è frutto di una precisa inferenza logica che procede da enunciati imperativi universali, congiunti con premesse minori indicative, per giungere a conclusioni imperative singolari. «In ogni decisione che prendiamo si possono individuare due fattori. Essi corrispondono alla premessa maggiore e a quella minore del sillogismo pratico aristotelico»7: in particolare la premessa maggiore incarna un principio della condotta, mentre la premessa minore è un’asserzione che ci dice più o meno dettagliatamente che cosa di fatto comporta l’agire in un certo modo. Grazie all’interazione di questi due elementi si giunge infine alla decisione di principio, la quale rappresenta la prescrizione vera e propria, la regola di condotta morale da seguire.

A seguito di questa prima analisi, sempre nella prima sezione, si metteranno in evidenza le caratteristiche di ciò che contraddistingue il linguaggio della morale, ossia il suo elemento valutativo. Secondo Hare quest’ultimo è collegato al fatto che le proprietà morali sono diverse e sopravvenienti rispetto alle proprietà non morali: giudicare un’azione buona infatti non significa che tale azione possiede determinate caratteristiche che la rendono tale, bensì il giudizio sulla bontà dell’azione risiede nelle proprietà morali che derivano dall’elemento della scelta che il singolo fa, e dunque dall’elemento valutativo, circa l’azione considerata buona. È la scelta morale che il singolo soggetto compie a definire il carattere morale di un’azione e non le caratteristiche non morali che essa possiede a renderla tale.

In tal senso il linguaggio8 della morale di Hare si pone in netto contrasto con il Naturalismo, dottrina che l’autore critica rifacendosi alla teoria di George Edward Moore, rivendicando così l’autonomia dell’etica e accusando queste dottrine di commettere una fallacia naturalistica, ossia di definire le proprietà etiche attraverso proprietà naturali e dunque non etiche. In definitiva, secondo l’autore: «Se si afferma che ‘P è un buon quadro’ è sinonimo di ‘P è un quadro e P è C’, allora diventerà impossibile lodare dei quadri perché sono C; sarà soltanto possibile dire che sono C»9.

4 R. M. Hare, Il linguaggio della morale, Ubaldini Editore, Roma, 1978, p. 35.

5 M. Mori, G. Cambiano, Storia della filosofia contemporanea, Laterza, Bari, 2014, p. 360.

6 R. M. Hare, Il linguaggio della morale, Ubaldini Editore, Roma, 1978, p. 66.

7 Ibidem, p. 75.

8 R. Mordacci, Una introduzione alle teorie morali. Confronto con la bioetica, Feltrinelli, Milano, 2003, p. 23-24. «L’analisi del linguaggio morale condotta da Richard M. Hare ha spostato il fulcro della distinzione precedente fra cognitivismo e non cognitivismo: gli enunciati morali, sostiene Hare, non sono cognitivi, ma nemmeno esprimono semplicemente emozioni; essi sono degli imperativi, e come tali hanno una natura essenzialmente prescrittiva, benché contengano anche elementi descrittivi, che indicano l’ambito di applicazione del comando. Per questo, Hare ha proposto di opporre fra loro descrittivismo e non descrittivismo: nel primo rientrano il naturalismo e l’intuizionismo, mentre del secondo, oltre all’emotivismo, fa parte il prescrittivismo».

9 R. M. Hare, Il linguaggio della morale, Ubaldini Editore, Roma, 1978, p. 83.

Proseguendo nell’esposizione si noterà poi come “buono” è, secondo Hare, un termine etico e segue la stessa logica presente negli imperativi e nei giudizi morali: si tratta del fatto che in “buono” si possono distinguere due significati, uno descrittivo e uno valutativo. Il significato descrittivo del termine “buono” si riferisce ai suoi criteri di applicazione, infatti esso ha la caratteristica di poter essere applicato a innumerevoli categorie di oggetti. D’altra parte la bontà ha un secondo elemento che occorre a costituirla, ossia quello valutativo, che si riferisce al significato vero e proprio del termine “buono”. Tale significato è costante e, una volta imparato, può essere compreso qualunque sia la categoria di oggetti di cui si parla: in tal senso il significato10 è indipendente dai criteri di applicazione. Esso sta dunque a indicare il fatto che il termine “buono” si usa per lodare ossia per prendere una decisione circa un certo oggetto che vada a guidare la condotta: «Quando lodiamo o biasimiamo qualcosa, lo facciamo sempre, per lo meno indirettamente, al fine di guidare le scelte, nostre o altrui, presenti o future»11.

10 K. Seelmann, Filosofia del diritto, Guida Editori, Napoli, 2006, p. 188. «Secondo R. M. Hare il significato di un asserto valutativo non coincide con i criteri descrittivi della valutazione».

11 R. M. Hare, Il linguaggio della morale, Ubaldini Editore, Roma, 1978, p. 83.

Nella seconda parte dell’elaborato si metterà inoltre in evidenza una seconda caratteristica dei giudizi morali che, insieme alla prescrittività, rappresenta l’elemento chiave dell’intera riflessione relativa al linguaggio della morale di Hare. Tale caratteristica è l’universalizzabilità, ossia il fatto che gli enunciati morali siano universalizzabili, vale a dire che essi implichino giudizi identici in tutti i casi identici12 nelle loro proprietà universali.

Essa rappresenta un principio logico che proibisce di esprimere giudizi morali diversi su azioni che si ammette essere esattamente uguali o simili negli aspetti rilevanti: «Se l’azione x viene raccomandata, cioè giudicata giusta o buona, allora deve esserci qualche qualità positiva in virtù della quale viene raccomandata, e tutto ciò che è simile a x in questo senso deve essere chiamato buono. Gli enunciati morali non sono quindi solo prescrittivi ma anche universalizzabili, ossia13 necessariamente applicabili a tutti i casi simili».

Spostando successivamente la riflessione sulla teoria utilitarista di Hare, si osserverà come, grazie all’universalizzabilità, il soggetto morale debba assegnare eguale valore agli eguali interessi degli occupanti tutti i ruoli della situazione: l’imparzialità si basa dunque su regole che, considerando in modo eguale gli interessi di tutte le parti in gioco, massimizzerebbero l’utilità14 generale se le società umane le adottassero.

Nel prosieguo della trattazione si evidenzierà poi come la decisione morale, presa su base utilitarista, avvenga a due livelli di pensiero morale, quelli che Hare chiama il livello di pensiero critico e il livello di pensiero intuitivo15. Al livello di quest’ultimo tipo di pensiero si intuiscono i principi morali che vengono usati nella nostra vita morale e tali principi vengono classificati come principi prima facie, ossia principi che non hanno ancora subito alcuna analisi da parte del pensiero critico. Con il livello intuitivo Hare intende dunque riferirsi a quelle opinioni, quelle idee, quei principi che

12 R. M. Hare, Libertà e ragione, Il saggiatore, Milano, 1971, p. 150.

13 R. B. Miller, Actual Rule Utilitarianism, in “The Journal of Philosophy”, 106, 2009, pp. 5-28, qui p. 11.

14 Ibidem, p. 7.

15 M. Lovatti, Etica e ragione: Richard M. Hare e la legge di Hume, in “Per la Filosofia”, 31, 1994, pp. 50-56, qui p. 52, (https://philpapers.org/rec/LOVEAR). «I tre livelli di pensiero morale sono quello intuitivo, quello critico e quello meta-etico. Per Hare la distinzione tra livello intuitivo e critico nell’etica costituirebbe l’equivalente della distinzione tra retta opinione e scienza nella

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

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