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Università del Salento

Dipartimento di Scienze dell’Economia

Corso di Laurea in Economia Aziendale

Tesi di laurea in Politiche pubbliche nei mercati finanziari e assicurativi

Investire in istruzione. Teoria economica e PNRR a confronto

Relatore: Ch.mo Prof. Felice Russo

Laureanda: Sara Licciardi

Anno Accademico 2021/2022

L’azione più importante dello Stato si riferisce non a quelle attività che gli individui privati esplicano già, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio d’azione degli individui, a quelle decisioni che nessuno compie se non vengono compiute dallo Stato.

Keynes, 1926

Indice

Introduzione……………………………………………………………….……1

1. L’impatto dell’istruzione nella crescita: un approccio macroeconomico…..

1.1 La teoria della crescita esogena……………………………………............3

1.2 La teoria della crescita endogena…………………………………………..6

1.3 Politiche economiche ed incentivi alla crescita…………………………....8

1.3.1 Uno sguardo al contesto italiano ……………………………………..10

2. L’istruzione come opportunità: un approccio microeconomico…………….

2.1 La teoria del capitale umano……………………………………………...13

2.1.1 Domanda e offerta di capitale umano………………………………...17

2.1.2 Imperfezioni del mercato di capitali………………………………….19

2.2 Finalità allocativa e redistributiva del policy-maker……………..............20

2.3 Da concetti teorici ad analisi empiriche: l’Italia a confronto…………….27

3. L’intervento pubblico per l’istruzione italiana mediante il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza …………………………………………………………...

3.1 L’esigenza di un cambiamento: ratio e Missione 4 del PNRR...………...31

3.2 Valorizzare il capitale umano tramite qualità ed equità………………….33

3.3 Potenziare le infrastrutture di asili nido e scuole materne……………….36

3.4 Affrontare la rivoluzione digitale con la Scuola 4.0……………………..39

Conclusioni……………………………………………………………………...47

Riferimenti bibliografici………………………………………………………...50

Introduzione

Nell’odierno sistema economico, in cui “anche la produzione materiale tradizionale, per essere efficiente, deve servirsi di una serie di lavori immateriali” (Perrotta, 2020, p. 70), facendo leva sull’acquisizione di competenze, abilità e conoscenze, il presente elaborato si interroga sui benefici sociali che potrebbero scaturire da investimenti pubblici e privati in istruzione. Lo studio, corredato da un esame della relativa letteratura economica ed alcuni dati empirici, si pone, pertanto, l’obiettivo di valutare il generico ruolo del policy-maker in ambito educativo, per poi considerare il contesto italiano nello specifico.

Il primo capitolo considera l’impatto del sistema di istruzione sulle variabili macroeconomiche e, a tal fine, si serve del contributo dei teorici della crescita esogena (Solow, 1965; Mankiw et al., 1992) ed endogena (Barro, 1990; Romer, 1990; Rebelo, 1991; Lucas, 1998). Il tema, infatti, fornisce una spiegazione economica agli scostamenti di produttività nel lungo periodo tra i diversi Paesi, individuando una relazione di, quantomeno, correlazione tra investimenti aggregati e performance nazionale. La letteratura è, dunque, strumentale alla caratterizzazione ed alla misurazione dell’incentivo di crescita economica fornito da una variazione di spesa pubblica in istruzione. In particolare, sia teoricamente che empiricamente, esso risulta tanto più ampio quanto più produttivo si dimostra il set di investimenti selezionato (Barro, 1990): sembra, quindi, determinante l’azione dell’operatore pubblico, il quale, per la scarsità delle risorse disponibili, è tenuto ad utilizzarle in modo efficiente.

Il secondo capitolo, che ha ad oggetto gli aspetti microeconomici, segue lo stesso modus operandi del precedente. Si fa riferimento ai teorici del capitale umano (Mincer, 1958; Schultz, 1961; Becker, 1962) per spiegare l’incidenza del grado di istruzione nella funzione-obiettivo dell’individuo, per il quale rileva la quantità del bene “istruzione” da acquisire nel tempo, al fine di massimizzare la propria utilità presente e futura. Detta scelta, essendo vincolata a fattori di contesto (costi da sostenere, background familiare, sistema educativo preesistente), non dipende unicamente dalle predisposizioni personali, motivo per cui deve essere abbinata a decisioni governative (Schultz, 1971; Spence, 1973; Becker, 1992; altri). Pertanto, vengono forniti moventi per l’intervento correttivo dello Stato nell’intero sistema di istruzione, dagli asili nido all’Università, la cui assenza potrebbe ostacolare il raggiungimento del livello ottimo di capitale umano e, quindi, di allocazioni efficienti ed eque, in ossequio ai dettami dei due teoremi fondamentali dell’Economia del Benessere. Come per il Capitolo I, la sezione è arricchita da evidenze quantitative, perlopiù basate su indici OCSE del 2021, utili per confrontare l’operato dei singoli governi e gli obiettivi da loro raggiunti. D’altronde, l’Economia è una scienza sociale ed i concetti teorici assumono veridicità e fiducia qualora dei risultati siano riscontrabili nella realtà; basare le future politiche pubbliche sulle best practices ne favorisce il loro successo.

I primi due capitoli terminano descrivendo il vulnerabile quadro italiano in raffronto ai benchmark europei (OECD, 2021a; Ragioneria Generale dello Stato, 2022; altri); tali informazioni macro e microeconomiche sono funzionali all’introduzione del tema principe del terzo capitolo, vale a dire l’esigenza di rafforzare e riformare il sistema italiano di istruzione, obiettivo che in parte si pone il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (2021).

In particolare, la Missione 4 del programma (“Istruzione e Ricerca”) ha come presupposto quello di creare “un’economia ad alta intensità di conoscenza, di competitività e di resilienza” (ivi, p. 175), scegliendo come punto di partenza il sistema educativo: è qui che si denota la correlazione tra le teorie economiche descritte e gli obiettivi di politica economica. L’elaborato analizza, nello specifico, gli argomenti chiave oggetto di politica pubblica: qualità ed equità dei servizi educativi; adeguate strutture per asili nido e scuole materne; education technology. In riferimento all’ultimo punto, parte degli investimenti sono previsti, in ottica trasversale, dalla Missione 1 (“Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura e Turismo”), che accompagna le riforme della quarta.

La finalità ultima consiste nella valutazione dell’insieme di strumenti e misure di cui intende usufruire il PNRR sulla base degli obiettivi previsti e di quelli che si dovrebbero raggiungere secondo la dottrina economica.

Capitolo I

L’impatto dell’istruzione nella crescita: un approccio macroeconomico

1.1 La teoria della crescita esogena

Il sistema dell’istruzione assolve principalmente la funzione di arricchire gli individui di conoscenze ed abilità, input strategici che verranno impiegati e combinati ad altri fattori produttivi ex post, nel mercato del lavoro. La crescita della produttività per lavoratore è principalmente una conseguenza dell’acquisizione di capacità addizionali (Schultz, 1971, p. 1). L’accumulazione di capitale umano favorisce, a sua volta, il progresso tecnico, che, come ha affermato Sylos Labini, “nel lungo periodo (…) non è semplicemente il principale fattore dello sviluppo economico: ne rappresenta la condizione necessaria” (Sylos Labini, 1984, p. 69). Non a caso, le nazioni più povere sono affamate di capitale ed il capitale umano addizionale è realmente la chiave per favorire la loro crescita economica (Schultz, 1961, p. 7). Le teorie della crescita esogena ed endogena esposte nei paragrafi successivi, infatti, nell’analizzare i fenomeni di crescita nel lungo termine, dimostrano che, a parità di input impiegati, il progresso tecnologico è in grado di accrescere la produzione aggregata. Numerosi economisti concordano su questo aspetto, come Robert Solow, che nel 1992 ha affermato che l’unica strada da perseguire, al fine accelerare la crescita economica, è attraverso gli investimenti nel senso più ampio – in istruzione, formazione, ricerca – e attraverso la creazione di nuova tecnologia (Solow, 1992, p. 12).

I modelli che appartengono al filone della crescita esogena considerano il progresso tecnologico come bene pubblico puro1, indipendente da altri fattori economici ed esterno al modello; ne segue che le determinanti della variabile “progresso” non vengono esplicitate in tali analisi. Gran parte della letteratura si basa sul modello di Solow (1956), del quale lo stesso autore ha formulato diverse estensioni. Una tra queste è il modello di Solow con progresso tecnologico, nel quale si assume la produzione aggregata (Y) in funzione di due fattori produttivi, che esibiscono rendimenti di scala decrescenti:

  • Lo stock di capitale fisico (Kt), fattore endogeno del modello, che è determinato dal patrimonio accumulato nei periodi precedenti (Kt-1), deprezzato in base ad un dato tasso di obsolescenza (δ), e dall’investimento in nuovo capitale2.
  • Il lavoro effettivo (AN), fattore esogeno, che rappresenta il numero di lavoratori (N) ponderato per lo stato della tecnologia (A), il quale, assunto come “Neutral Technological Change”3, entra nella funzione di produzione come moltiplicatore del lavoro.

Dati tali presupposti, l’analisi condotta da Solow è in grado di dimostrare che, nel lungo termine, c.d. “steady state”, si verifica il fenomeno di crescita bilanciata: il tasso di crescita della produzione in termini di lavoro effettivo (gY/AN) è nullo, mentre la produzione aggregata cresce ad un tasso gY pari alla somma del tasso di crescita del progresso tecnologico (gA) e del tasso di crescita del lavoro (gN). Ciò che, invece, determina maggiori livelli di reddito per unità di lavoro efficiente è il livello degli investimenti anteposti allo stato stazionario: un maggiore tasso di risparmio sulla produzione, che verrà successivamente investito, comporta un maggior prodotto nel lungo termine. La stessa valutazione viene fatta per il capitale fisico: se si considera il capitale in unità di lavoro effettivo (K/AN), esso non subisce variazioni in stato stazionario, ma il suo livello aumenta all’aumentare del tasso di risparmio prima della convergenza; se, invece, si considera il tasso di crescita del capitale in termini aggregati, gK = gA + gN, da cui deriva che gK = gY. Di conseguenza, dato gA, si registrano uguali variazioni per il prodotto pro capite e per il capitale pro capite: essi aumentano allo stesso saggio di crescita dello stato tecnologico (gY/N = gK/N = gA). Dalla conclusione del modello di Solow si evince, quindi, che l’avanzamento tecnologico è fondamentale sia per il sostenimento nel lungo periodo di crescita economica, sia per l’incremento del benessere individuale.

1 I beni pubblici puri sono non rivali e non escludibili. La prima caratteristica implica che chiunque può usufruire di un’unità addizionale di tali beni senza sostenere un costo aggiuntivo nello stesso momento, mentre la seconda comporta che nessuno può essere escluso dal godimento di essi (Cornes, Standler, 1986).

2 Tale investimento è dato, in ottica keynesiana, da una frazione della produzione (Y), il cui valore dipende dalla propensione al risparmio pubblico e privato (s); segue che It = sY.

3 Solow fa riferimento al cambiamento tecnologico neutrale à la Harrod, in quanto esso genera incrementi di produttività dei fattori (Solow R. M., 1956, pp. 85-86), distinguendosi dal progresso tecnologico neutrale à la Hicks. In particolare, nel modello di Solow il progresso è labour augmenting, poiché il prodotto ottenibile dall’impiego di forza lavoro aumenta a seguito di un miglioramento tecnologico.

Nel corso degli anni, la teoria introdotta da Solow è stata raffinata da diversi accademici al fine di renderla più aderente alla realtà, considerate le rigide assunzioni neoclassiche e l’esogeneità di diverse variabili, caratteristiche che hanno semplificato il modello. In particolare, il contributo di Mankiw, Weil e Romer (1992) ne ha rafforzato le performance, in quanto, attraverso le analisi da loro condotte, il modello aumentato riesce a stimare circa l’80 percento delle variazioni di reddito pro capite (Mankiw, Romer, Weil, 1992, pp. 420-421), percentuale apparentemente inspiegabile dal modello di Solow (Solow, 1957, pp. 316-317). La loro proposta riguarda l’internalizzazione del capitale umano nella funzione di produzione aggregata. Da Schultz, il capitale umano è stato definito come l’insieme di abilità, conoscenza e simili attributi che incidono su particolari capacità dell’individuo al fine di rendere produttivo il lavoro (Schultz, 1961). Dunque, il modello di Solow aumentato accosta il capitale umano al capitale fisico, entrambi, per assunzione, accumulabili mediante l’investimento di parte della produzione e deprezzati secondo lo stesso saggio di obsolescenza, dove lo stock di capitale umano è rappresentato da una variabile proxy, quale la percentuale di studenti in età lavorativa. A partire da tali ipotesi, è stato possibile per i tre autori estendere le conclusioni di Solow anche all’accumulazione di capitale umano: incrementare gli investimenti destinati al capitale umano significa, per via di effetti esterni, aumentare l’impatto del capitale fisico sul reddito, vale a dire la sua produttività marginale (Mankiw, Romer, Weil, 1992, p. 417). Il punto di arrivo del modello MRW fa dedurre che occorre misurare i contributi delle due tipologie di capitale nella determinazione della produzione; in merito a ciò, alla luce di diversi studi, Amighini, Blanchard e Giavazzi commentano:

Il prodotto per lavoratore dipende allo stesso modo dall’ammontare di capitale fisico e di capitale umano presenti nell’economia. I Paesi che risparmiano di più e/o che spendono di più in istruzione possono raggiungere livelli maggiori del prodotto per lavoratore in stato stazionario (Amighini A., Blanchard O., Giavazzi F., 2016, p. 298).

Pertanto, questo dimostra che indirettamente le istituzioni e le politiche economiche influenzano i tassi di risparmio e, di conseguenza, i livelli di capitale.

1.2 La teoria della crescita endogena

La nuova teoria della crescita (NTC), sviluppatasi a partire dagli anni ‘80, spiega la crescita economica rielaborando il pensiero neoclassico, mediante l'introduzione di fattori endogeni. Come riporterò successivamente, esponendo i principali modelli, i nuovi teorici considerano il progresso tecnologico come un processo interno al modello, particolarmente legato all’accumulazione di capitale umano. Un'ulteriore e necessaria novità è rappresentata dai rendimenti di scala crescenti esibiti dai fattori produttivi, per effetto dell’implementazione di nuove tecnologie.

Uno dei primi contributi della NTC è stato fornito da Sergio Rebelo, al quale si deve la formulazione nel 1991 di un modello ricordato in letteratura come “modello AK” nella versione lineare (Rebelo, 1991, p. 507). Rebelo prevede un solo settore economico con funzione di produzione Yt = AZt, dove A rappresenta il progresso tecnologico neutrale à la Harrod e Zt rappresenta l’insieme dei beni accumulabili presenti nell’economia al tempo t, derivante dall’investimento in nuovo capitale e dal deprezzamento di Zt-1. Il fattore produttivo lavoro non è una variabile esplicita, ma entrerà in gioco solo successivamente con l’introduzione del capitale umano. Un’ulteriore caratteristica che differisce dal modello di Solow è il modo in cui si forma il risparmio, quota del progresso tecnico A, da cui segue che Zt = Yt – δZt-1 = sA – δZt-1. Pertanto, fissato a zero il nuovo livello di investimenti, ciò che motiva la crescita è la tecnologia A (ivi, pp. 506-510). Il modello AK è stato rafforzato da Rebelo in persona nello stesso

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sara_licciardi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politiche pubbliche nei mercati finanziari e assicurativi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Russo Felice.
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