Indice
- Introduzione………………………………………………………...3
- Capitolo I
- 1.1 La repubblica di Venezia: storia, politica e società………………. 6
- 1.2 Il concetto di repubblica e l’immagine di Venezia……………… 11
- 1.3 Il Quattrocento letterario veneziano…………………………….. 13
- 1.4 La figura del segretario a Venezia………………………………. 17
- Capitolo II
- 2.1 Marcantonio Coccio Sabellico………………………………..…. 22
- 2.2 De officio scribae…………………………………………….…. 26
- 2.3 De venetis magistrati bus e De officio praetoris……………..…... 31
- 2.4 Rerum venetarum ab urbe condita libri…………………………33
- Ringraziamenti…………………………………………………………..37
- Bibliografia……………………………………………………………...39
- Sitografia………………………………………………………………...43
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Introduzione
L’oggetto dell’elaborato finale è fornire un quadro storico-culturale della repubblica veneziana nel Quattrocento, ponendo l’accento sul concetto di Umanesimo e sulle cariche politiche della Serenissima. L’argomento centrale della ricerca verte sulle funzioni e sui ruoli ricoperti dal segretario, nell’interpretazione dell’umanista e storiografo Marcantonio Coccio Sabellico.
Il primo capitolo presenta la repubblica veneziana a partire dalla sua estensione politico-geografica sulla terraferma fino alla fine del secolo, mettendo in luce il fondamentale contributo dei patrizi nell’ambito culturale. Nei paragrafi successivi si affronta il concetto di repubblica secondo gli studi classici di Aristotele e quelli umanistici di Machiavelli; gli ultimi due paragrafi proiettano lo sguardo verso il nucleo centrale del lavoro, dove si discute del concetto di umanesimo e della sua diffusione. Infine, si introduce la figura del segretario nelle sue mansioni politiche e attività culturali, centrati soprattutto sulla ricerca storico-filologica e letteraria. Era consuetudine, inoltre, che il segretario svolgesse anche ruoli accademici. Teneva corsi di formazione presso dei circoli o presso case di nobili avendo come fine l’insegnamento della cultura umanistica.
Il secondo capitolo delinea la biografia dello storiografo e umanista Marcantonio Coccio Sabellico, dalla sua formazione fino al suo ultimo incarico politico. I paragrafi successivi illustrano tre degli scritti di carattere politico esaminati secondo un metodo storico-filologico, tranne l’ultimo paragrafo che presenta l’opera storiografica che più gli diede successo e notorietà, studiata secondo un metodo storico-comparatistico.
Primo obiettivo che si pone questo elaborato, oltre a valorizzare una figura di straniero e umanista come quella di Sabellico, il quale ha presentato col suo lavoro un’immagine non solo della Serenissima dal punto di vista politico ma anche filosofico-culturale, è quello di scavare nella Venezia del Quattrocento con l’ausilio dei suoi scritti per capire nel concreto quali fossero gli effettivi ruoli del segretario. Secondo obiettivo invece, è quello di comprendere se tali scritti si possono realmente considerare autentici.
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Dopo un attento studio filologico, la produzione sabellicana si può dividere in due filoni: il primo che vede la produzione politico-trattatistica, il secondo la produzione storiografica. In vero, si hanno anche altri scritti di carattere critico-filologico su autori della latinità come, ad esempio, una variante grafica in un testimone del carme 64 di Catullo.
Un importante problema filologico sorge per quel che concerne la veridicità dei fatti narrati in entrambi i filoni. Riguardo gli scritti politici l’autore espone i fatti servendosi di personaggi, i quali si limitano a delineare le mansioni politiche e nello specifico quelle del segretario. Molto chiari sono le virtù e la formazione accademica che un candidato alla cancelleria doveva possedere, vista la prestigiosa carica che avrebbe dovuto ricoprire.
Un enigma non indifferente vede come protagonista la produzione storiografica, da sempre accusata dalla critica per la scarsa scientificità dei temi esposti. Ma per comprendere bene il periodo in cui scrisse Sabellico, bisogna calarsi in quegli anni e si può sostenere che si tratta di un periodo intriso di cultura umanistica, provato dal fatto che una delle tecniche più in uso era l’imitatio. In pratica, uno scrittore umanista doveva focalizzarsi su un autore della letteratura classica, da studiare, approfondire e infine imitare nelle sue forme e contenuti. Pertanto, non deve stupire se in Sabellico alcuni racconti non hanno un diretto riscontro con le fonti, dato che suo autore prediletto era proprio Tito Livio. Si precisa quindi che è altrettanto chiaro che se Livio scriveva per elogiare il suo princeps e la storia romana, Sabellico scriveva per elogiare il doge e la storia della repubblica veneziana. Uno dei meriti che si possono attribuire allo scrittore umanista è che se da un lato non ha fornito delle opere perfettamente autentiche, dall’altro ha lasciato una chiara impronta di correnti filosofiche che permettono allo studioso di poter ricostruire nel dettaglio quegli anni anche sotto un’ottica filosofico-culturale.
Per quel che concerne la produzione trattatistico-politica, un primo aspetto è quello della struttura; l’autore scrive seguendo uno schema dialogico, argomentato solitamente da tre persone compresa la figura dello stesso autore. I personaggi assumevano posizioni diverse: due erano gli uditori, l’altro solitamente un personaggio politico di spicco, che nel corso dell’opera con la sua oratoria
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trasformava il dialogo in monologo, assumendo una funzione da relatore, come se stesse tenendo una lectio magistralis.
Nella realizzazione di questo elaborato si sono tenute in considerazione le ricerche storiografiche più recenti come quelle di Ruth Chavasse, Margaret King e filologiche come quelle di Luca Montin.
Lo scopo di questa relazione finale è fornire quindi un quadro sulla figura del segretario e di come le sue attività avessero contribuito nel sistema politico-culturale veneziano.
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Capitolo I
Figura 1 Venezia sul mare e l’intensa attività commerciale del secolo XIV e XV
1.1. La repubblica di Venezia: storia, politica e società
Venezia nello sfondo europeo ha ricoperto un ruolo fondamentale sia per i possedimenti marittimi che territoriali. Nel 1404 i possedimenti si estendevano lungo le coste dell’Adriatico e dell’Egeo, comprendendo una vasta area nota come “Stado da Mar”. Gli interessi di Venezia erano orientati soprattutto sul mare, sulle attività portuali e questo portò alla trascuratezza dei confini e della difesa sulla terraferma. Dopo la guerra di Chioggia, combattuta tra il 1378 e 1381, i veneziani si resero conto delle difficoltà che la città avrebbe riscontrato in caso di invasione, dato che era priva di
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mura e avvertirono la necessità difendere i confini dagli attacchi esterni. Questo portò alla maturazione dell’idea di estendere, a scopo difensivo, i domini anche sulla terraferma, dando vita allo “Stado da Terra” il quale comprendeva nei primi anni del Quattrocento una parte del territorio tra i fiumi Mincio e Livenza destinati poi ad ampliarsi. Formatasi la repubblica anche sulla terraferma, la prima città ad aderirvi fu
1 M. L. King, Umanesimo e patriziato a Venezia nel Quattrocento, Roma, Il veltro, 1989, vol. 1, pp.13-14.
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Vicenza, seguita poi da Belluno, Bassano, Cologna Veneta e Feltre. Le conquiste si protrassero durante un periodo di tregua sui domini marittimi, dovuto alla debolezza degli ottomani e la Repubblica arrivò a conquistare parte della Lombardia in brevissimo tempo. A causa delle difficoltà legate al mantenimento della regione, approfittando della richiesta di aiuto di Firenze contro i Visconti, Francesco Foscari doge di Venezia, inaugurò una politica bellica contro la casata milanese che si concluse
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solo nel 1428 con la pace di Ferrara. Per tutto il secolo la fama di Venezia come potenza invincibile fu di portata internazionale e la stessa città godette di una fioritura non solo nel settore commerciale ma anche culturale e amministrativo. L’umanesimo e la ripresa della classicità furono fondamentali in questo periodo specialmente nel campo politico, storiografico e trattatistico.
Il Cinquecento si presenta fin da subito come un secolo difficile. Una pesante sconfitta è stata subita dalla Repubblica nel 1509, nota come “Disfatta di Agnadello”. Si tratta di uno scontro bellico tra la repubblica di Venezia e la lega di Cambrai con lo scopo di fermare l’avanzata della Serenissima sulla terraferma. In testa all’esercito veneziano vi erano i generali Bartolomeo d’Alviano e Niccolò Orsini conte di Pitigliano e proprio al secondo fu affidata l’operazione contro l’esercito francese. L’offensiva fu violenta e la ritirata disastrosa. Le città che avevano aderito alla Repubblica si schierarono a fianco del nuovo sovrano gravando sull’economia e sul patriziato veneziano. Se da un lato la politica si era schierata contro Venezia, dall’altro la popolazione dell’area veneziana come Vicenza e Padova, avevano mostrato il loro sostegno e fedeltà alla Serenissima.
Venezia era governata da un potere oligarchico, essenzialmente da nobili. Nonostante l’estensione dei domini sulla terraferma, Venezia non cambiò mai l’assetto politico di città-stato. Nel 1420 venne istituito in aggiunta agli organi già esistenti il Consiglio dei Savi, che aveva il compito di deliberare e presentare le materie al senato. La massima autorità era quella del doge, onorato anche del titolo di Serenissimo Prencipe, godeva di un potere limitato e di una forte autorevolezza. Questi era circondato da sei consiglieri ducali, dai tre capi della Quarantia e dal collegio dei sedici savi.
Il Consiglio dei dieci era un organo istituito nel 1310 allo scopo di vigilare la sicurezza dello Stato e l’Avogaria di Comun aveva il compito di rappresentare la giurisprudenza
2 M. Pellegrini, Venezia e la terraferma, Bologna, Il Mulino, 2022, pp.7-17; si veda anche G. Pedullà, Machiavelli in tumulto, Roma, Bulzoni editore, 2011, pp.364-365; e W. J. Bouwsma, Venezia e la difesa della libertà repubblicana, Bologna, Il mulino, 1977, p.55.
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nelle sedute della Repubblica, anche se nel corso del Quattrocento fu totalmente sostituito dal Consiglio dei dieci; infine, il senato era composto da 120 membri, numero destinato a variare in quanto alla fine del XV secolo contava circa trecento membri.
I domini nella terraferma erano gestiti da funzionari alle dipendenze della Repubblica. Questi avrebbero rappresentato la città per un periodo pari a sedici mesi. Città come Vicenza, Padova, Verona contavano due rettori: il primo rivestiva il ruolo di podestà o pretore e si occupava di mantenere la quiete pubblica, esercitare il potere giudiziario con la possibilità di emettere sentenze e le sue azioni erano poste ad uno stretto controllo dello Stato; la seconda era quella del capitano o prefetto col compito di sorvegliare le mura, gli ingressi della città e la riscossione delle tasse; in quest’ultima mansione era supportato da uno o due funzionari detti camerlenghi. A difendere la città vi era il castellano che si occupava degli armamenti e delle vettovaglie. Questi e il capitano potevano essere affiancati da un provveditore, che in alcuni casi sostituiva la figura del capitano. Nelle città più piccole come Feltre, Crema, il rettore ricopriva entrambi i ruoli. I giudici collaterali si occupavano del mantenimento del sistema
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governativo e della tutela militare e infine, uno dei ruoli centrali nella Repubblica era quello del Secretario, il quale ricopriva il ruolo di detentore della cultura ed esponente affidabile della repubblica.
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Jean Bodin, ne I sei libri dello stato, pone una particolare attenzione alla repubblica veneziana e al ruolo governativo del potere oligarchico:
«Il potere regio è rappresentato dal doge, quello aristocratico dal senato, quello democratico dal gran consiglio. [...] La verità è che in Venezia [...] abbiamo una schietta forma di
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signoria aristocratica».
3 Marco Pellegrini, Venezia e la Terraferma, op. cit. pp. 29-33.
4 Les six livres de la République, pubblicata nel 1576, Bodin studia il concetto di Sovranità su delle basi teoriche di diritto. https://www.treccani.it/enciclopedia/jean-bodin
5 Ivi, 1576.
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La società veneziana si può suddividere in quattro categorie o ceti: i nobili, i cittadini, i
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popolani, che erano esclusi dalla vita politica e i sudditi che abitavano nelle province. Nel XVI secolo nacque un altro ceto, quello dei medici e dei segretari, che rivestirono un ruolo di magistrale efficienza fino alla fine della stessa Repubblica.
I nobili a Venezia nel corso dei secoli perfezionarono le loro funzioni, in pratica erano dei commercianti che grazie al loro lavoro riuscirono ad affermarsi economicamente e nonostante ricoprissero dei ruoli politici non lasciarono mai l’attività commerciale. Riguardo le cariche politiche si formarono delle vere e proprie dinastie basate sulla trasmissione ereditaria del potere. Vi erano delle famiglie nobiliari come i Mocenigo, i Barbarigo, i Barbolani, che dominarono per diversi secoli nella sfera politica.
Il potere veniva trasmesso di padre in figlio, questi a sua volta dovevano essere legittimi, cioè nati all’interno del matrimonio; i figli nati da rapporti extra-coniugali in un primo momento ne erano esclusi, ma solo dopo fu concessa anche a loro
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l’ereditarietà. Il ruolo dei componenti delle famiglie patrizie era già prescritto, nel corso del XVI secolo le donne come gli uomini venivano educati secondo determinati parametri. Gli insegnamenti impartiti alle donne erano essenzialmente legati
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all’abbigliamento, ai modi di fare, alla cura della famiglia e alla fede cristiana; gli uomini dovevano avere delle buone conoscenze culturali, quindi nozioni di cultura classica, buone conoscenze degli statuti e dei commerci.
Nel XVII secolo si affermò la “moda” dell’obbligo devozionale agli ordini religiosi, che aveva lo scopo di ingrossare le file degli ordini monastici ed evitare la frammentazione del patrimonio familiare. Riguardo l’acquisto della dote, esistevano dei budget definiti dallo statuto che la donna patrizia doveva portare al marito al di
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sotto della quale non si poteva scendere.
Trattamento particolare è invece riservato agli stranieri, ai quali veniva concessa la cittadinanza solo in casi eccezionali. Se l’antica Roma aveva concesso la cittadinanza a tutto l’impero in modo da poter estendere i suoi domini, Venezia si era limitata molto nel concederla, proprio per salvaguardare l’ordinamento repubblicano.
6 M. Pellegrini, Venezia e la terraferma, op. cit. p. 35.
7 R. Finlay, La vita politica nella Venezia del Rinascimento, Jaka book,1982, pp. 112-113.
8 Cesare Vecellio, Degli habiti antichi et moderni di diverse parti del mondo, libri due, Venezia 1590, c. 124v. Di Federica Ambrosini, Paesi e mari ignoti. America e colonialismo europeo nella cultura veneziana (secoli XVI-XVIII), Venezia 1982, p. 161.
9 Marco Ferro, Dizionario del diritto comune e veneto, I-X, Venezia 1778-81: IV, pp. 380-398; VIII, pp. 92-99; pp. 191-207
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Illustri umanisti quali: Flavio Biondo, Lauro Quirini e Francesco Patrizi hanno svolto innumerevoli studi sia sulla problematica “stranieri” che sul confronto con la Roma
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classica. Le tesi di Quirini e Patrizi affrontano il rapporto tra Venezia e Roma e proprio Patrizi è stato il primo a rendersi conto delle divergenze delle due amministrazioni, in quanto la Serenissima era stata elogiata proprio per le modalità caute di accoglienza degli stranieri.
Nel De Institutione Reipublicae, Patrizi espone le “tipologie” di stranieri mettendo in risalto la concessione del beneficio della cittadinanza solo in casi veramente particolari e cioè per dimostrare la sua gratitudine verso i “nuovi” cittadini.
«Ci sarà poi anche un secondo tipo di cittadini, che, pur essendo stranieri, hanno reso qualche servizio speciale alla nostra città e da questa hanno meritato un privilegio per la loro azione. Coloro che hanno ricevuto in dono la cittadinanza, sono stati anche onorati con pubblici doni. Di tale condiscendenza e generosità i Romani fecero spesso uso, seguendo l’esempio di Romolo, […]. Secondo Claudio Nerone (come racconta Cornelio Tacito) niente fu più «dannoso agli spartani e agli ateniesi, nonostante la loro forza militare, della loro consuetudine di considerare come stranieri tutti i popoli sconfitti». Per questa ragione, infatti, i Romani vollero che la cittadinanza fosse donata con più larghezza a quelli che nello stato più avevano meritato, poiché è inumano chiamare stranieri quanti con i loro meriti r
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