Action observation therapy e autismo
Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
Dipartimento di Educazione e Scienze Umane
Corso di Laurea
Scienze dell’educazione per il nido e le professioni socio-pedagogiche
Relatore: Prof.ssa Angela Ciaramidaro
Laureanda: Elisa Antonello
Anno Accademico 2021/2022
Indice
- Introduzione……………………………………………………...3
- Capitolo 1: il disturbo dello spettro autistico
- 1.1 Cenni storici……………………………………………………… 4
- 1.2 Criteri diagnostici dello spettro autistico………………………….8
- 1.3 Modelli esplicativi………………………………………………..12
- 1.3.1 Teoria della simulazione mentale……………………....13
- 1.3.2 Deficit della teoria della mente………………………....15
- 1.3.3 Neurobiologia del paziente autistico…………………....17
- 1.4 Strategie d’intervento……………………………………………..20
- 1.4.1 Metodo ABA…………………………………………....23
- 1.4.2 Early Start Denver Model……………………………....26
- Capitolo 2: l’Action Observation Therapy
- 2.1 Teoria del mirror-neuron-system…………………………………29
- 2.1.1 Costruzione della mente motoria………………………31
- 2.2 Neuroni specchio come base del processo di apprendimento……34
- 2.2.1 Capacità imitative………………………………………35
- 2.3 L’Action Observation Therapy (AOT)…………………………...37
- 2.3.1 L’AOT nel recupero della funzione motoria…………...40
- Capitolo 3: analisi del legame tra Action Observation e autismo
- 3.1 Principali evidenze di una distorsione del sistema specchio nell’autismo………………………………………………...43
- 3.1.1 Teoria degli specchi infranti………………………..…….45
- 3.1.2 Incapacità di simulazione………………………………...47
- 3.2 L’Action Observation applicata a gruppo di controllo e soggetti autistici…………………………………………………….49
- Conclusioni……………………………………………………….. 53
- Bibliografia………………………………………………………. 54
- Ringraziamenti ……………………………………………………………61
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Introduzione
I disturbi dello spettro autistico sono un insieme di diverse alterazioni del neurosviluppo legate ad un’anomala maturazione cerebrale che inizia già in epoca fetale, molto prima della nascita del bambino. Il disturbo si presenta in modo molto variabile da caso a caso, ma in generale è caratterizzato dalla compromissione della comunicazione e dell’interazione sociale e dalla presenza di interessi e comportamenti ristretti e ripetitivi.
Nel primo capitolo di questa tesi, viene introdotto l’autismo in tutte le sue sfaccettature, partendo da un punto di vista storico attraverso l’analisi di come esso è stato identificato dalla sua scoperta ai giorni odierni, passando per i criteri diagnostici definiti dal DSM-IV, ai modelli esplicativi e alle differenti teorie portate avanti negli anni ‘50 da autori di grande spessore, infine terminando con le varie strategie di intervento con finalità rieducative del soggetto. Sempre all’interno del primo capitolo, in particolare è presente una netta concentrazione sui modelli esplicativi dell’autismo, ossia l’analisi delle differenti teorie riguardanti questo disturbo che hanno permesso negli anni di arrivare alla scoperta di un deficit dei neuroni specchio nei soggetti autistici, attraverso interventi specifici e studi di caso.
Il secondo capitolo, invece, tratta principalmente di una innovativa strategia di intervento riabilitativo, l’Action Observation Therapy (AOT), la quale sfrutta i neuroni specchio e l'osservazione sistematica di azioni quotidiane al fine di migliorare le prestazioni motorie in soggetti adulti con esiti di stroke ischemico in fase cronica, nelle Paralisi Cerebrali Infantili e anche nei soggetti autistici. Gli studi sperimentali condotti nell'ultimo ventennio, di fatto, hanno radicalmente modificato la visione del sistema motorio, tanto che si è arrivati all’ipotesi che una disfunzione di questi Neuroni Mirror sia la base di alcuni disturbi che si verificano in età evolutiva, in particolare della ridotta capacità di imitazione, la quale determina una incapacità nella comprensione degli stati mentali altrui nel Disturbo dello Spettro Autistico.
Il terzo e ultimo capitolo invece, seppur continuando ad elaborare le varie evidenze di un deficit del sistema specchio nel disturbo autistico, analizza uno studio di caso in cui si evidenzia la possibilità di utilizzare le modalità di trattamento presenti nell’AOT, al fine di cercare delle differenziazioni nell’osservazione dell’azione presentata tramite videoclip tra un gruppo di controllo e un gruppo di soggetti autistici.
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Capitolo 1: il disturbo dello spettro autistico
1.1 Cenni storici
Il termine ‘‘autismo’’ proviene dal greco ‘‘autus’’ che letteralmente significa sé stesso. In questo termine, vediamo che è presente un’equazione concettuale tra l’autismo e la tendenza all’isolamento e proprio questa parola (utilizzata per la prima volta in ambito psichiatrico da Eugen Bleuler nel 1908) inizialmente voleva descrivere una forma di ritiro dal mondo, la cui causa era rintracciabile nella sfera della schizofrenia (Feinstein, 2014).
Possiamo notare però che solamente nel 1943, grazie a un’analisi più approfondita portata avanti da uno psichiatra tedesco, Leo Kanner, si arriva a utilizzare il termine ‘‘autismo infantile precoce’’ in riferimento alla descrizione di un complesso di sintomi, presenti in uno studio svolto su 11 bambini. In questo studio emerse che i bambini presi in analisi (in età compresa tra i due e i dieci anni) presentavano incapacità nell’instaurazione di relazioni con il mondo esterno; avevano un desiderio ansioso e compulsivo nel mantenere le routine quotidiane stabili, senza effettuare cambiamenti e infine uno sviluppo molto approfondito di capacità mnemoniche in determinati campi di loro interesse (Caretto, 2015).
Nell’ambito di sviluppo del linguaggio invece vediamo che nello studio portato avanti da Kanner, era presente un’incapacità generale di comunicazione. Dei bambini presi in esame, infatti, tre erano muti e nei restanti si evidenziavano anomalie nelle rimanenti tappe del linguaggio. In questi ultimi si è riscontrato un automatismo di ripetizione di filastrocche o elenchi di animali. Sotto questo aspetto, lo studio ha portato alla luce la presenza di ecolalia immediata o ritardata, ossia ripetizioni di frasi apprese da esterni, senza un reale intento comunicativo e pronunciate al di fuori di contesti significativi (Volkmar & Partland, 2014). Nel caso in cui il bambino riusciva ad acquisire capacità di espressione, egli aveva la tendenza a non utilizzarla per scopi comunicativi: infatti non raccontava avvenimenti a lui accaduti, non poneva o rispondeva a domande. Inoltre, presentava difficoltà nella distinzione del ‘‘si’’ e ‘‘no’’ e inversione pronominale, ossia utilizzare ‘‘tu’’ anziché ‘‘io’’ e viceversa (Caretto, 2015).
Nello stesso periodo vi è anche un altro importante psichiatra che, anche se in modo indipendente, si dedica allo studio di alcuni bambini che presentavano questi sintomi: Hans Asperger. Questo psichiatra, nelle ricerche condotte sui bambini segnalati, descrive difficoltà che riguardano l’aspetto della comunicazione verbale e non verbale, oltre a menomazioni nel controllo delle emozioni, soprattutto un’immaturità nell’empatia e nella socializzazione con i pari (Feinstein, 2014). Anche per quanto riguarda l’autonomia nei vari compiti che venivano assegnati, i bambini necessitavano di un rapporto 1:1 con l’adulto che li assisteva nello svolgimento di quest’ultimi.
Nonostante, comunque, questi due studiosi non abbiano avuto scambi d’informazioni o confronti sulle loro ricerche, possiamo notare che entrambi sono arrivati a quadri diagnostici analoghi: l’autismo di Kanner e la sindrome di Asperger. L’autismo di Kanner metteva in evidenza oltre che l’isolamento, i disturbi severi nel linguaggio e nella comunicazione, la tendenza alla ripetitività e una decisa intolleranza rispetto a cambiamenti improvvisi nell’ambiente e nelle abitudini. In un secondo momento Kanner usò anche l’espressione ‘‘genitori frigorifero’’ ritenendo che questo disturbo riflettesse la freddezza familiare nei confronti dei bambini (Vio & Lo Presti, 2014). Quest’ultima tesi verrà poi smentita negli anni ’70 e ’80. Asperger invece, un medico viennese, descrisse l’autismo in modo molto simile a Kanner anche se partiva da un livello più alto di funzionamento cognitivo generale e con un linguaggio integro, deficitario solo negli aspetti comunicativo-pragmatici. Le tesi però di questi autori riguardo l’eziologia dell’autismo, furono in seguito smentite completamente.
Per prima cosa, la moderna psicologia dello sviluppo è riuscita a dimostrare che non esiste una fase di ‘’autismo normale’’, quindi esso non può essere ricondotto a dei fenomeni di regressione di tappe precedenti. In secondo luogo, poi vediamo che le posizioni di Bettelheim riguardo l’utilizzo di metodi terapeutici basati sull’allontanamento della famiglia, erano completamente infondati in quanto erano legati a dati clinici contraffatti (Zanobini & Usai, 2019).
Dagli anni ’70 e ’80 l’autismo è stato riconosciuto a livello universale come sindrome comportamentale causata da un disordine nello sviluppo biologicamente determinato, associato a condizioni mediche, sindromi genetiche e altri disturbi dello sviluppo. Nel corso del tempo, infatti, vediamo che vi è stato un notevole cambiamento dell’approccio all’autismo, a partire dai primi studi di Kanner, fino ad arrivare alla moderna psicologia dello sviluppo dei giorni odierni. Nel 1943 per la prima volta vengono descritti soggetti dalle caratteristiche molto somiglianti tra di loro (Di Renzo, 2007).
L’anno seguente, un altro pediatra di origine austriaca, Hans Asperger, scrive l’articolo ‘‘Die autistichen Psychopaten im Kindersalter’’ in cui descrive casi molto somiglianti a quelli riportati da Kanner, ma senza essersi mai documentato sugli studi di quest’ultimo e ne utilizza lo stesso termine: autismo. Asperger descrive i bambini presi in esame e distingue alcuni soggetti che presentavano una compromissione cognitiva inferiore rispetto agli altri. Egli, in seguito, definirà una condizione di autismo non associata al ritardo mentale come ‘‘sindrome di Asperger’’, i cui soggetti presentavano una compromissione qualitativa nell’interazione sociale, interessi ristretti oltre a modalità di comportamento ripetitivi senza però ritardi nello sviluppo cognitivo (Caretto, 2015).
Nel 1951 poi, in Francia, si inizia a prendere in considerazione anche l’aspetto legato alla neurofisiologia dell’autismo. In particolare, il medico francese Gilbert Lelord con la collaborazione di alcuni allievi di Pavlov, evidenzia alterazioni importanti delle funzioni mentali basilari grazie alla raffinatezza di tecniche encefaliche precise. Queste alterazioni sono legate a percezione, associazione e formazione di riflessi condizionati (Feinstein, 2014).
Il 1966 invece, fu un anno decisivo. Infatti, un noto psicologo americano, Eric Schopler, fondò la Division TEACCH (Teaching and Education of Autistic and Related Communication Handicapped Children) a Chapell Hill, (Carolina del Nord). Il metodo TEACCH si può definire come un programma di Stato, il quale prevedeva una presa in carico globale e sostegno di programmi educativi specifici per i soggetti autistici presenti nello Stato della Carolina del Nord, con una circolarità continua tra assistenza, ricerca, formazione dei professionisti e ruolo genitoriale. Le finalità di questo metodo erano principalmente rivolte allo sviluppo dell’autonomia dei soggetti autistici attraverso il potenziamento delle capacità emergenti. Ci vollero ancora alcuni anni prima che la figura materna non fosse più colpevolizzata come causa dell’autismo. Ancora, nel maggio del 1985, durante un Convegno presidiato da Lelord alcuni neuropsichiatri francesi, seguaci dell’approccio psicodinamico, contestarono fortemente e negarono tutte le teorie a supporto di una causa organica alla base del disturbo, ritenendo che la grave disabilità fosse provocata dalla inadeguatezza della madre (Micheli & Zacchini, 2001).
In Italia poi, nello stesso anno nacque l’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici). L’Associazione si poneva come obiettivo principale quello di combattere contro le teorie psicodinamiche colpevolizzanti i genitori, attraverso l’opera di formazione, informazione e scambi culturali con esperti di altri paesi, con tutti i mezzi a sua disposizione. L’anno seguente, nel gennaio del 1986, si tenne il primo convegno nazionale ANGSA a cui aderirono circa 150 partecipanti, ai quali anche solo la parola ‘’autismo’’ era sconosciuta: si parlò di autismo partendo da cause organiche per la prima volta e vi furono opinioni contrastanti da parte dei diversi esperti (Feinstein, 2014).
Si passa poi al primo convegno scientifico internazionale sul tema dell’autismo tenuto a Bologna nel 1988, presidiato dalla professoressa Paola Giovanardi Rossi, dove erano presenti personaggi di spicco come Gilbert Lelord e Bernard Rimland. In questo contesto, si dà luogo alla nascita di un vero e proprio bollettino dell’ANGSA, il quale non diventa un riferimento solamente per i genitori ma soprattutto per tutti quei professionisti che si allontanarono dalle teorie colpevolizzanti portate avanti fino a quel momento, per spostarsi su un approccio di tipo organicista (Caretto, 2015).
Per quanto riguarda gli anni ’90 invece possiamo notare un incremento di neuropsichiatri che abbandonano le teorie colpevolizzanti la madre, per riconoscere la totale organicità del disturbo dello spettro autistico. Di fatto, nasce di conseguenza la consapevolezza che in mancanza di una vera e propria conoscenza delle cause del disturbo, l’unica terapia efficiente è quella psicoeducativa. Questo approccio psicoeducativo poi, venne portato avanti da un gruppo di esperti internazionali nel 2001, incaricato dall’ U.S. Department of Education, i quali lo definirono come il modello esemplare di presa in carico dei soggetti autistici (Zaniboni & Usai, 2019).
Grazie all’Associazione Angsa, il nostro Paese stabilì il 2 aprile come giornata nazionale dell’autismo, cercando di dare risalto anche a livello d’informazione pubblica alle problematiche coinvolte con quest’ultimo, ad esempio attraverso la pubblicazione, nel 2005, delle Linee guida SINPIA (Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza). In particolare, vengono delineati gli elementi clinici principali e le strategie di intervento (approcci comportamentali e approcci evolutivi): si cerca, inoltre, di sottolineare l’importanza di un intervento precoce e intensivo, definendo chiaramente gli obiettivi e il monitoraggio sistematico del percorso terapeutico, attraverso il coinvolgimento della famiglia, della scuola e dei servizi di Neuropsichiatria dell’Infanzia (NPI) in un lavoro integrato. Si ribadì anche il concetto di soggettività del bambino autistico ossia la consapevolezza che non esiste un intervento che vada bene per tutti i bambini autistici, poiché serve un percorso specializzato che possa rispondere alle sue esigenze sia direttamente che indirettamente (Feinstein, 2014).
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Infine, nel Febbraio 2008 il tavolo ministeriale pubblica il documento finale, nel quale per la prima volta è presente un riferimento ministeriale a sostegno di un intervento educativo, precoce, intensivo e basato su un approccio comportamentale e il 3 Marzo 2009 viene approvata dal governo Italiano la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, che non è specifica per l’autismo, ma riconosce diritti per tut
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