L’italiano e i dialetti nel secondo Novecento
Tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta l’Italia vive una profonda trasformazione sul piano
sociale, e, quindi, linguistico. L’italiano si avvia a diventare la lingua parlata dalla maggioranza
della popolazione e inizia a convivere con il dialetto. I fattori che determinano questo cambiamento
sono: una scolarizzazione più ampia ed efficace, il movimento migratorio dal Sud verso la capitale e
verso i centri urbani del Nord, la diffusione della stampa e della televisione. Ma nel 1951 solo il
18,5 % della popolazione usa l’italiano, mentre il 63,5 % usa il dialetto in tutte le situazioni. La vera
svolta avviene negli anni Ottanta, quando diminuisce l’uso esclusivo del dialetto. Mentre negli anni
‘90 il dialetto è utilizzato dal parlante con funzione espressiva (per esprimere emozioni o in maniera
ironica), ma anche dalla musica, dal cinema e dalla pubblicità.
L’italiano regionale è quello parlato dalla maggioranza della popolazione, soprattutto in contesti
informali: è una varietà condizionata da elementi locali, nella prosodia, nella fonologia e nel lessico.
Un altro fenomeno è l’aumento del numero di dialettismi e regionalismi entrati nel patrimonio
comune dell’italiano. I cambiamenti più rilevanti dell’italiano nel secondo Novecento si devono alla
diffusione di fenomeni tipici dell’oralità nello scritto e nei registri sorvegliati del parlato: usi
attestati in italiano in epoche passate, ma da sempre emarginati dalla norma grammaticale. Questo
fenomeno viene definito ristandardizzazione. La trasformazione in atto viene definita da Francesco
Sabatini con la formula di “italiano dell’uso medio” o “italiano neostandard”. Tra i fenomeni che si
diffondono sempre più troviamo: l’uso dei pronomi lei, lui e loro in funzione di soggetto, di gli per
“a lui” e “a loro”, del “ci” attualizzante (rafforza il verbo, es. c’ho fame), il presente al posto del
futuro (domani parto), il pronome “ella” soppiantato da lei, te al posto di tu. Tra i dimostrativi resta
nell’uso burocratico e nell’italiano parlato in Toscana “codesto”. Il passato remoto è spesso
sostituito dal passato prossimo (Giulio Cesare è morto nel 44 a.c.). Risultano in crescita i composti
(nome + nome formato per ellissi della preposizione, es. busta paga) attraverso combinazioni
asindetiche (effetto serra). Tra i fenomeni di sintassi la frase scissa (es. è Mario che lo dice) e il
“c’è” presentativo (c’è qualcuno che ti cerca).
In seguito a queste trasformazioni la lingua cessa di essere un punto di riferimento per la definizione
della norma linguistica. Pasolini parla di “italiano tecnologico”, dipendente dalla lingua tecnico-
scientifico scientifico diffusa dal Nord industrializzato, caratterizzato da una semplificazione
sintattica, una diminuzione dei latinismi, e una riduzione della letterarietà a favore dei tecnicismi
settoriali. Questa lingua avrebbe provocato, secondo Pasolini, la scomparsa dei dialetti.
Con l’istituzione della scuola media unica, nel 1963 emerge l’esigenza di un’educazione linguistica
democratica (vs monolinguismo), che non sia elitaria e che offra le stesse opportunità a tutte le
classi sociali: significativo è l’intervento di Don Milani: nella Lettera a una professoressa (1967)
critica la scuola tradizionale in quanto espressione di discriminazione per le classi più svantaggiate
e denuncia la complessità e l’artificiosità dell’italiano insegnato a scuola, a cui si dovrebbe
sostituire una lingua più vicina all’uso comune. Dal monolinguismo si passerà ad un’educazione
che valorizzi la variabilità linguistica.
Nel 1924 iniziano le trasmissioni radiofoniche in Italia, mezzi importanti per la diffusione
dell’italiano perché hanno aggirato l’ostacolo dell’analfabetismo, raggiungendo tutte le fasce della
popolazione. Esaurita la funzione educativa, questi mezzi sono diventati riflesso di abitudini
linguistiche degli italiani, accentuandole e deformandole.
La lingua del cinema è invece definita “codice di compromesso” poiché non è realistica e dà solo
l’illusione del parlato spontaneo. Costante nel cinema italiano è la presenza dell’elemento locale e
l’utilizzo delle varietà regionali (romano, napoletano, toscano).
Il ruolo educativo della televisione comincia con la trasmissione di Non è mai troppo tardi, condotta
da Alberto Manzi dal 1960 al ‘68, che insegna a leggere e a scrivere a gruppi di analfabeti.
L’italiano del primo ventennio della televisione è controllato e aderente alla pronuncia standard
grazie allo studio della dizione da parte degli annunciatori RAI. Con l’arrivo dei reality show e dei
programmi di intrattenimento, l’italiano non è più omogeneo (parlato simulato delle fiction, parlato
spontaneo dei quiz, parlato formale degli annunciatori).
La pubblicità ha l’obiettivo di convincere e sedurre l’acquirente e, per questo motivo, mette a frutto
delle strategie retoriche: terne (nasce, cresce, corre), metafore (cuore di panna), strutture sintattiche
ridotte all’osso, frasi nominali, superlativi (insalatissima), prefissi come maxi-, super-, extra-,
anglicismi (Nespresso. What else?), dialetto. La pubblicità contribuisce a diffondere tecnicismi e
forestierismi.
La musica leggera diventa fenomeno di massa nel dopoguerra, grazie al successo del Festival di
Sanremo. Tra i fenomeni innovativi: le rime sostituite da assonanze e consonanze (piaga : piega), le
allitterazioni ( ragno : ignaro), la scelta di un lessico ricercato (parole camaleontiche), la retorica
ludica (motorini truccati che scippano donne truccate), l’aumento della complessità sintattica (Cara
Valentina, il tempo non fa il suo dovere), la riscoperta dell’elemento dialettale in funzione
espressiva.
Anche la stampa contribuisce, nel corso del Novecento, alla diffusione dell’italofonia. Negli anni
‘50 e ‘60 si afferma una semplificazione del linguaggio giornalistico, ma è negli anni ‘70 che si
assiste ad una modernizzazione significativa, quando si afferma lo stile brillante, incline a
colloquialismi, giochi di parole e neologismi. Dagli anni ‘50 in poi si assiste a una progressiva
riduzione della lunghezza dei periodi, all’aumento di frasi nominali, all’uso di metafore (fiume in
piena, bagno di folla), alla mescolanza di diversi linguaggi settoriali e alla diffusione di anglicismi e
neologismi (malasanità, mani pulite, anni di piombo, guerra fredda).
Il fumetto si diffonde in Italia negli anni ‘40 e conosce uno straordinario successo nel Novecento.
Questo mezzo si caratterizza per la presenza di ideofoni, cioè parole onomatopeiche come bang,
crash, smack, slurp, gulp, per l’uso enfatico della punteggiatura per segnalare stati d’animo, per la
fedeltà alla norma dei fumetti Disney che non disdegnano aperture al parlato. I manga, invece,
mostrano una rarefazione dei dialoghi e un minor uso di onomatopee.
La letteratura dal secondo Novecento a oggi
Gli scrittori del secondo dopoguerra adottano una lingua media sottoponendo la prosa ad un
processo di semplificazione. Calvino abbandona gli elementi popolari e dialettali degli esordi
neorealistici privilegiando un italiano concreto e preciso basato sulla linearità sintattica.
Molti scrittori (come Elsa, Morante, Maria Bellonci e Anna Banti) continuano a guardare alla lingua
letteraria del passato. Altri invece prediligono la sperimentazione e il plurilinguismo. Luciano
Bianciardi, ne La vita agra fa un ritratto dell’intellettuale precario nella società dei consumi
attraverso una prosa ricca di enumerazioni, toscanismi espressivi (es. steccoluto per magrissimo),
neologismi (tafanatore, che infastidisce) e anglicismi del gergo aziendale. Anche il lessico di
Manganelli accosta elementi eterogenei (trams, olmi, balene), voci rare (fantasiare per fantasticare),
neoformazioni (catalievitante, che lievita verso il basso).
Numerosi sono gli scrittori che sfruttano le risorse del dialetto, ad es. il romanesco di Pier Paolo
Pasolini in Ragazzi di vita e Una vita violenta è funzionale all’immersione nella realtà delle borgate.
Alla fine del secolo gli scrittori attribuiscono peso alle scelte linguistiche: Pier Vittorio Tondelli, che
in Altri libertini (1980) dà spazio ai linguaggi giovanili e ai gerghi. Tra i fenomeni della prosa
dell’ultimo trentennio si ricorda la presenza di elementi dialettali finalizzati alla rappresentazione
realistica e alla ricerca di espressività, come il siciliano in Andrea Camilleri, il sardo in Marcello
Fois, l’emiliano in Francesco Guccini.
Nel teatro, Eduardo De Filippo utilizza il bilinguismo per il protagonista di Napoli milionaria!
(1945), lo scontro tra italiano e dialetto in Filumena Marturano (1946), l’italiano colloquiale con
coloriture regionali in Sabato, domenica e lunedì (1959). La presenza dell’italiano regionale è uno
dei tratti più ricorrenti e caratteristici del teatro italiano del secondo Novecento.
Un caso a parte è rappresentato da Dario Fo, il cui espressionismo attinge al dialetto, soprattutto di
area padana, ai gerghi, alle lingue straniere e ai linguaggi settoriali. L’esito più estremo di questo
sperimentalismo è il grammelot (gramelò), una lingua che riprende le sonorità e l’intonazione
tipiche di una varietà per comporre una rapida sequenza di elementi fonici non corrispondenti a
parole reali. Con il grammelot si realizza una lingua teatrale perfetta che si sottrae alla grammatica e
al vocabolario, ed è affidata alla comunicazione paralinguistica ed extraverbale.
Negli anni Sessanta la lingua della poesia è ricca di riferimenti alla quotidianità del parlato, in
forme che si avvicinano alla prosa e che spesso riproducono il dialogo in poeti come Vittorio
Sereni, Elio Pagliarani, Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, Giovanni Giudici. Non mancano però
usi espressivi della lingua, ad es. in Edoardo Sanguineti che esplora il vocabolario e coglie ogni
possibilità nella formazione delle parole in serie assonanti come “ipotenusa ipotetica, diaforetica,
eidetica.” Andrea Zanzotto produce un pastiche che include il latino, i dialetti e i linguaggi
settoriali. Amelia Rosselli mette alla prova i meccanismi di formazione delle parole: ostruzionata,
sognanze, afformicata. Dagli anni ‘80 è notevole il ritorno a forme metriche chiuse in autori come
Patrizia Valduga e Gabriele Frasca.
La diffusione di Internet e poi degli smartphone ha avuto un impatto notevole sulla lingua, dando
luogo a nuove produzioni scritte. Si parla in questo caso di italiano digitato o italiano digitale. I testi
del web non sono nuove varietà della lingua ma accentuano tendenze preesistenti dell’italiano
colloquiale o informale, trasferendole nella scrittura.
Le possibilità di digitare in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione e la rapidità determina un
minore controllo della scrittura (errori di battitura, sviste ecc.) e una maggiore tendenza
all’informalità e alla ricerca di espressività che si traduce nella presenza di tratti del parlato
(semplificazione sintattica, dislocazioni). La ricerca espressiva spiega fenomeni come la
punteggiatura enfatica, basata sulla ripetizione o sulla mescolanza di segni, l’iterazione vocalica per
moderare il suono (ciaooo). La mimica e la gestualità vengono espresse tramite le emoticon, simboli
che simulano l’espressione del volto e le emoji, rappresentazioni grafiche che possono arrivare a
sostituire un messaggio verbale.
L’email occupa un posto di maggiore formalità tra i testi digitali (formula di saluto, firma finale,
presenza dell’oggetto). La messaggistica istantanea si distingue per la componente dialogica: una
delle tendenze più evidenti è l’omissione dei segni di punteggiature alla fine degli enunciati.
Abbondano poi le formule di saluto e i vocativi, i segnali discorsivi. Gli SMS abbondavano di
abbreviazioni e simboli (xché, c6), gergalismi grafici (come l’uso del k), mentre le nuove chat sugli
smartphone hanno portato alla scomparsa di queste caratteristiche. La lingua dei social network è
costituita da testi brevi, incompleti e non autosufficienti, perché comprensibili solo se integrati da
elementi come immagini, video ecc.
La comunicazione digitale si basa su informazioni mediate, cioè non verificate o verificabili
direttamente decontestualizzando il messaggio.
La disintermediazione è la pubblicazione di un testo senza la mediazione di specialisti. L’utente può
conquistare facilmente lo status di autore portando alla delegittimazione di figure qualificate e a
fenomeni di degenerazione come quello degli haters.
Linguistica storica
L’italiano non deriva dal latino, ma continua il latino: è il latino adoperato oggi in Italia. Inoltre
l’uso della parola latino è generico e fuorviante. Da quale latino deriva la nostra lingua? Il latino è
una lingua storico-naturale (sono storico-naturali le lingue di tutte le culture esistenti o esistite sulla
terra, che si oppongono alle lingue artificiali) che fa parte della famiglia linguistica indoeuropea, la
stessa a cui appartengono le lingue del gruppo germanico (inglese, tedesco, neerlandese), slavo
(russo, polacco, ceco), ellenico (per es. il greco moderno), albanese, ar