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Capitolo 1 – Grammatica storica

Distinzione tra fonetica e fonologia:

la fonetica descrive e classifica i suoni linguistici; la fonologia descrive i rapporti tra suoni in un

sistema linguistico.

Un fono è un qualsiasi suono presente in una lingua. I foni che hanno un valore distintivo

permettono di individuare parole diverse se alternati in una stessa sequenza, e sono detti fonemi. Ad

esempio, se nella sequenza pane sostituiamo il fono p con r otteniamo “rane”. /p/ e /r/ sono fonemi.

L’italiano possiede sette fonemi vocalici che si producono attraverso la vibrazione delle corde

vocali e la diversa posizione assunta dalla lingua nella cavità orale. La /a/ detta vocale centrale, si

ottiene con l’abbassamento della lingua sul pavimento della bocca. Quando la lingua si posiziona in

corrispondenza del palato duro abbiamo la serie palatale, composta da e aperta [ɛ], e chiusa /e/, e i

/i/, prodotte attraverso la chiusura della cavità orale. Quando la lingua si posiziona in

corrispondenza del velo palatino (la parte più interna del palato) abbiamo la serie velare, composta

da o aperta[ɔ], o chiusa /o/ e /u/.

l’italiano ha anche due fonemi semiconsonantici, quello palatale jod /j/ e quello velare wau /w/. per

descrivere i 21 fonemi consonantici dell’italiano, dobbiamo considerare la presenza di due tratti

accessori: la sonorità e la nasalità che determinano opposizioni:

- tra fonemi sordi e sonori: le corde vocali possono vibrare producendo fonemi sonori (b, d) o

restare inerti producendo un fonema sordo (p, t).

- tra fonemi orali e nasali: nella maggior parte dei fonemi italiani l’aria che proviene dalla trachea

passa soltanto per la bocca, producendo fonemi orali; in alcuni casi l’aria può passare anche dal

naso producendo fonemi nasali che in italiano sono 3: /n/, /m/ e [ɲ], suono iniziale di “gnomo”.

I fonemi consonantici si descrivono attraverso due parametri: luogo di articolazione e modo di

articolazione.

1) Il luogo di articolazione è il punto della cavità orale in cui l’aria viene interrotta o in cui incontra

un restringimento: se ciò avviene all’altezza delle labbra avremo un fonema bilabiale, come /b/,

mentre se avviene più internamente avremo via via fonemi labiodentali, dentali, alveolari (quando

la lingua tocca gli alveoli dei denti), prepalatali, palatali, fino a quelli velari, articolati all’altezza del

velo palatino, come la /g/ di gatto e la /k/ di cane.

2) Il modo di articolazione è l’ostacolo che il flusso d’aria incontra nel suo passaggio attraverso la

bocca. Avremo un’occlusiva se il suono è prodotto per mezzo di una momentanea chiusura del

passaggio dell’aria, come per /p/ o /d/; avremo una costrittiva (detta anche spirante o fricativa) se il

suono è prodotto solo attraverso un restringimento del canale, come per le sibilanti /s/ di sasso o /ʃ/

di sciame. Infine avremo un’affricata quando l’articolazione conosce un momento di chiusura

seguito da un restringimento, come per la [d͡ ʒ] di giallo o la /ts/ di zio.

I fonemi consonantici possono essere tenui o intensi : i fonemi /ɲ/, /ʃ/, /ʎ/ gli, /ts/, /d͡ ʒ/ sono sempre

intensi e si rappresentano ripetendo due volte il simbolo del fonema (es. agnello aɲ’ ɲɛllo,

pesce /’peʃʃe/, aglio /’aʎʎo/. Nel sistema grafico italiano alcuni fonemi sono rappresentati con un

diagramma, cioè l’unione di due elementi: la nasale palatale /ɲ/ è resa con gn (legno), /k/ e /g/ velari

sono rese con ch e gh (chimica, ghiro), le affricate /ts/ e /d͡ ʒ/ sono rese con ci e gi (ciao, già). La

sibilante palatale e la laterale palatale possono essere rappresentate con un trigramma (sci in

lascio /’laʃʃo/; gli in meglio /’mɛʎʎo/. La i diacritica invece può servire a distinguere una pronuncia

dall’altra: in agio la i indica che g è un’affricata prepalatale /d͡ ʒ/ e non una velare /g/.

Dal latino all’italiano – L’italiano è un’evoluzione del latino volgare, cioè del latino parlato e

dell’uso quotidiano che presenta molti cambiamenti. Il cambiamento più rilevante è il passaggio da

un sistema vocalico basato sulla quantità a uno basato sul timbro; il latino classico aveva 5 vocali

brevi e 5 vocali lunghe. A questo sistema se ne sostituisce un altro basato sul timbro vocalico nel

quale la e e la o aperte toniche si distinguono dalla e e dalla o chiuse.

Un altro fenomeno che caratterizza il latino volgare è il monottongamento dei dittonghi del latino

classico (es. ae si monottonga in e (poenam > péna); solo in pochi casi au si chiude in o (caudam >

codam > coda).

Ci sono cambiamenti anche nel consonantismo: -ns si semplifica in -s in posizione intervocalica

(mensem > mese).

Altro fenomeno è la caduta delle consonanti finali: la -s si è evoluta vocale palatale -i (nos > noi),

pos(t) > poi).

Nei polisillabi la -s cade e la -a diventa -e (causas > cose). Questo fenomeno ha determinato il

collasso del sistema delle declinazioni e i sostantivi tendono a confluire sul suolo caso accusativo

(lupum > lupo, canem > cane).

Le trasformazioni fonetiche riguardano soprattutto le parole di trafila popolare, quelle che hanno

conosciuto un uso ininterrotto nel corso dei secoli. I latinismi si sono sottratti alle trasformazioni

fonetiche. Ad es. il sostantivo fiore è un esito popolare di “florem”; l’aggettivo “florealis” deriva dal

latinismo “florealis” (voce dotta).

Gli allotropi presentano in italiano sia l’esito popolare che dotto: da causa abbiamo l’evoluzione

popolare in cosa e l’esito dotto in causa.

Il dittongamento toscano permette di riconoscere l’origine toscana e fiorentina dell’italiano

contemporaneo (le vocali accentate si trasformano, -e e -o brevi diventano /jɛ/ e /wɔ/: pedem >

piède; bonum > buono. Perché si verifichi questo fenomeno è necessario che le vocali siano toniche

e che si trovino in sillaba libera (cioè terminante in vocale).

L’anafonesi è l’innalzamento di -e e -o toniche chiuse ad -i e -u. Ad esempio, familiam > famèglia >

famiglia; linguam > lengua > lingua; ungulam > onghia > unghia.

La chiusura delle vocali toniche in iato (incontro di due vocali nella stessa sillaba). In presenza di

uno iato, nel toscano la vocale tonica tende a chiudersi: -e breve, -e lunga e -i breve danno esito -i:

meum > mèo > mio.

Il vocalismo atono – In sede atona avviene una convergenza verso -e ed -o chiuse ad es.:

homo > uomo

amo > amo

amicum > amico

Le vocali che si trovano prima dell’accento sono dette protoniche; queste tendono a subire molte

trasformazioni:

- la chiusura della -e protonica che si trasforma in -i: fenestram > fenestra > finestra;

- la labializzazione della vocale protonica: la -e e la -i, quando nella parola è presente un suono

labiale /p/, /b/, /m/, /f/, /v/ o labiovelare /kw/ e /gw/ si trasformano in vocali velari -o e -u:

debere > devere > dovere

limacam > limaca > lumaca

aequalem > eguale > uguale

- Il trattamento di -ar atono. Il gruppo -ar non accentato tende ad evolvere in -er:

margaritam > margherita

Anche le vocali successive alla sede accentata, dette posttoniche tendono a modificarsi rispetto allo

schema osservato. Ad es. la -i breve posttonica, quando non è in posizione finale si chiude in -i:

animam > anema > anima

Altri fenomeni

Nel passaggio dal latino al volgare si assiste a svariati fenomeni di aggiunta o eliminazione di un

fono vocalico o consonantico rispetto alle basi latine. In toscano i casi di aggiunta sono poco

frequenti. Si parla di prostesi quando l’aggiunta è all’inizio di parola (scriptum > iscritto).

Epentesi – Quando l’aggiunta è nel mezzo (viduam > vedova) e di epitesi quando è alla fine (piùe <

plus)

In Toscana sono più frequenti i fenomeni di caduta:

Aferesi – La perdita è all’inizio di parola come per l’articolo determinativo (il)lum > lo

Sincope – La perdita di un elemento nel mezzo della parola: ad es. verecundiam > vergogna o

magistrum > maestro

Apocope – La perdita di un elemento in posizione finale; si è avuta in tutte le parole terminanti in

-atem o -utem, come libertatem > libertade > libertà

Elisione – è la caduta della vocale finale di una parola in presenza di un’altra parola che inizia per

vocale.

Assimilazione – Il toscano conosce solo l’assimilazione regressiva quando la seconda consonante

del nesso rende simile a sé quella precedente:

lactem > latte; advenire > avvenire; dominam > donna

Un tipo di assimilazione regressiva è il raddoppiamento fonosintattico che avviene all’interno di

frase e non di parola. Le parole latine terminanti in consonante, quando incontrano una parola che

inizia per consonante, ne producono il raddoppiamento, che però non è rappresentato nella grafia:

quid causam > che cosa /kek’kosa/ Eccezione: et pure > eppure

Dissimilazione – è un fenomeno meno comune, quando all’interno di una parola due suoni identici

si differenziano: ad es. armarium ha dissimilato le 2 vibranti evolvendosi in armadio; venenum ha

dissimilato le 2 nasali evolvendosi in veleno.

Metàtesi – è lo scambio di posizione di 2 suoni all’interno di parola: es. quattuor > quattro

Consonantismo

Palatalizzazione delle occlusive velari: -c e -g quando sono seguite da -e ed -i evolvono in affricata

prepalatale sorda e sonora:

cistam > cesta

nucem > noce

gentem > gente

Jod si è sviluppato da una -i seguita da vocale e si è evoluto in un’affricata prepalatale sonora

(iocum > gioco).

La spirantizzazione della bilabiale – la -b del latino si è evoluta in labiodentale sonora:

fabulam > favola; habere > avere; cantabat > cantava

La sonorizzazione delle consonanti – metà delle consonanti intervocaliche del latino ha subito in

toscano la sonorizzazione. Tra le occlusive la dentale si è sonorizzata: scutum > scudo; in “fatum” >

fato è rimasta sorda; la velare si è sonorizzata in “locum” > luogo ma è rimasta sorda in “focum” >

fuoco.

L’incontro di una consonante con una semiconsonante jod si sviluppa dal latino volgare sia da -i sia

da -e atone seguite da vocale: filium > filjum; vineam > vinjam.

Con le labiali p,b,m in posizione intervocalica avviene il rafforzamento della consonante e la

conservazione dello jod:

sepiam > seppia; rabiam > rabbia; simiam > scimmia.

Le consonanti -l e -n dopo il raddoppiamento comportano l’assorbimento di j (palatalizzazione):

filium > filliu > figlio; melium > melliu > meglio

iunium > iunniu > giugno

Le consonanti -c e -g passano da velari ad affricate prepalatali intense assorbendo j: facio > faccio;

fageum > fagju > faggio

Esiti di consonantismo + L - La maggior parte dei nessi di consonante + L conserva la consonante e

sviluppa e sviluppa uno jod da L: planum > piano; clamat > chiama; glarem > ghiaia.

Aspetti morfosintattici – Nel passaggio dal latino classico al latino volgare, la caduta delle

consonanti finali genera il collasso del sistema delle declinazioni. Una delle conseguenze già nel

latino volgare è il maggior uso delle preposizioni; complementi espressi in latino attraverso

specifiche desinenze, dette casi, sono ora resi per mezzo delle preposizioni. Per questo motivo la

struttura della frase diventa più rigida, mentre il latino classico godeva di una certa libertà

nell’ordine delle parole in virtù delle desinenze. Nelle lingue romanze nascono poi gli articoli: nel

latino volgare l’articolo indeterminativo nasce dall’aggettivo numerale unum > uno, un e quello

determinativo dal dimostrativo (il)lum > lo (poi “il”).

I sostantivi provengono dal nominativo: uomo < homo; moglie < mulier; re < rex; sarto < sartor.

Il neutro scompare e confluisce nel maschile: es. corium > cuoio. Alcuni neutri plurali in -a sono

confluiti nel femminile: branchia > braccia o folia > foglia.

Per quanto riguarda il comparativo il latino classico usava una forma organica composta da una sola

parola (es. velocior) e una forma composta da plus velocem > più veloce. In italiano si sono

conservate alcune forme: migliore < meliorem; peggiore < peiorem; minore < minorem.

Il passivo organico (una sola parola) scompare: al latino amor “sono amato” si sostituisce un

passivo analitico (composto di + elementi) formato con il verbo essere: sum amatum > sono amato.

La forma organica “amabo” per esprimere il futuro passa ad amare*ao che si chiude per

monottongazione dando luogo all’univerbazione e il futuro torna così ad essere organico: amare*ao

> amar-ò > amerò.

Si sviluppa infine un nuovo modo verbale, il condizionale, nato anch’esso da una perifrasi che poi

diventa una forma organica: in questo caso composta da infinito seguito dal perfetto del verbo

avere, nella forma ridotta *ei - amar-ei > amerei.

L’italiano non deriva dal latino ma continua il latino, è il latino adoperato oggi in Italia. Il latino è

una lingua storico-naturale (ovvero una lingua esistente o esistita sulla terra che si oppone alle

lingue artificiali) che fa parte della famiglia linguistica indoeuropea.

Sono esistite molte varietà di latino e a produrle sono stati fattori diversi: tempo, spazio, livello

stilistico, condizione socio-culturale degli utenti.

La diacronia è la variabile legata al tempo: l’italiano di oggi non è quello di 20 o 100 anni fa e la

stessa cosa vale per il latino. Ne è un esempio l’iscrizione su una scodella risalente al v sec. a.c.

(l’epigrafe del Garigliano) in latino arcaico. Se fosse stata scritta 5 sec. Dopo si sarebbe presentata

diversamente (latino classico di Virgilio e Cicerone I sec a.c. – II sec d.c.).

Gli storici distinguono 5 varietà di latino:

- il latino arcaico (VIII sec. a.c. fino al II sec a.c.)

- il latino preclassico (dal II sec. a.c. al I sec. a.c.)

- il latino classico (dal I sec. a.c. fino al 14 d.c.

- il latino postclassico (dal 14 d.c. fino al II sec. d.c.)

- il latino tardo ( dalla fine del II sec. d.c. al VII-VIII sec. d.c.

La variabile diatopica è quella legata allo spazio. Ad es. l’italiano che si parla a Milano è diverso da

quello che si parla a Firenze (diverso per intonazione, pronuncia e lessico).

Le varietà del latino

All’origine dell’italiano c’è il latino volgare, varietà parlata non coincidente con il latino classico,

che è una varietà scritta. L’identità italiana è frutto di una millenaria ibridazione di genti, lingue e

culture, un’identità dinamica e plurale. L’Italia preromana è caratterizzata da una pluralità etnica e

linguistica (Celti e Veneti al nord, Messapi al sud, Fenici in Sardegna e in Sicilia). Roma acquisisce

nel III sec. a.c. il controllo della penisola e delle isole maggiori, ma ancora senza il nord padano. In

seguito, Scipione Africano (209-206 a.c.) conquista la Spagna. Nel 107 d.c. fu annessa la Dacia.

Il latino diviene la lingua dell’impero che estende la sua influenza su tutto il bacino del

Mediterraneo, sull’Europa, l’Africa settentrionale e il Vicino Oriente asiatico. La lingua dei

dominatori viene adottata gradualmente, non per imposizione ma come conseguenza naturale di una

serie di fattori riconducibili all’egemonia di Roma. Il latino si afferma, dunque, sugli idiomi delle

popolazioni italiche limitrofe (l’osco, l’umbro, l’etrusco) e poi sugli altri territori soggetti al

processo di romanizzazione. Nelle zone occidentali e settentrionali dell’impero il successo del

latino è dipeso dall’egemonia culturale di Roma più che dal suo potere politico; mentre nelle

province orientali il latino non è riuscito ad imporsi concorrendo con il greco, lingua reputata più

prestigiosa dagli stessi romani.

Romània è la denominazione attribuita al territorio europeo ed extraeuropeo in cui si parlano o si

parlavano lingue appartenenti alla famiglia delle lingue romanze classificabili in 4 gruppi:

iberoromanzo, galloromanzo, italoromanzo e dacoromanzo. I primi 3 gruppi formano la sezione

detta Romània continua perché procedendo da Occidente a Oriente queste 3 varietà occupano una

vasta area geografica. In posizione più isolata si colloca il gruppo daco-romanzo, la cui varietà

maggiore è il dacorumeno parlato in Romania e in Moldavia.

Le principali varietà del gruppo iberoromanzo sono il galego, il portoghese e il castigliano (o

spagnolo). Del gruppo galloromanzo fanno parte il francese (lingua d’oil) a nord e il provenzale o

occitano (lingua d’oc) a sud. Anche il gruppo italoromanzo è un’unità linguistica composita (dialetti

italoromanzi) dal quale viene tenuto distinto il sardo, considerato un sistema autonomo e suddiviso

in 4 varietà: logudorese, campidanese, gallurese e sassarese.

Il territorio occupato dalle varietà finora elencate è detto Romània storica che si distingue dalla

Romània nuova, area in cui la lingua parlata non è mai stata il latino ma è diventata romanza in

seguito a processi di colonizzazione.

Nella Romània sommersa la romanizzazione o latinizzazione non hanno permesso lo sviluppo di

una varietà romanza (es. Gran Bretagna e Germania a causa di lingue non romanze preesistenti) e

poi la Dalmazia sett., la Croazia e il Montenegro in cui fino al XIX sec. è sopravvissuto il

dalmatico. Nella Romània sommersa il latino ha lasciato traccia di sé nel lessico e nella

toponomastica (es. Manchester, Lancaster e altri toponimi terminanti in -chester e -caster

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sissi755497 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Maggiore Marco.

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