Concetti Chiave
- Il concetto di sviluppo sostenibile è emerso con il Rapporto Burtland del 1987, che evidenziava l'importanza di considerare l'impatto ambientale nello sviluppo economico.
- Uno sviluppo è considerato "sostenibile" se soddisfa le necessità attuali senza compromettere gli equilibri ambientali o le generazioni future.
- Impatto ambientale negativo è causato da pratiche come l'inquinamento atmosferico, la pesca intensiva e la gestione non sostenibile delle risorse forestali.
- Nei paesi in via di sviluppo, la necessità di sviluppo economico urgente ostacola l'adozione di pratiche sostenibili, portando a danni ambientali significativi.
- I trattati internazionali per la salvaguardia dell'ambiente non impongono vincoli coattivi agli stati, basandosi sulla buona volontà dei paesi partecipanti, rendendo difficile una gestione efficace.
L’ espressione “ sviluppo sostenibile ” è stata posta con forza all’ attenzione pubblica alla fine degli anni 80 con la pubblicazione nel 1987 del Rapporto Burtland, elaborato nell’ ambito delle Nazioni Unite, che presentava i risultati di una ricerca condotta da una commissione di studio sul tema dell’ ambiente. In questo documento, intitolato Il nostro futuro comune, veniva sottolineata l’ esigenza che la promozione dello sviluppo economico da parte dei singoli governi dovesse tener conto dell’ impatto sull’ ambiente, del valore economico delle modificazioni ambientali determinate dalla produzione di beni e servizi e, infine, dell’incidenza di tali cambiamenti sul benessere sociale delle popolazioni. Secondo il Rapporto Burtland può essere qualificato come “ sostenibile ” solo uno sviluppo capace di soddisfare le necessità del presente senza compromettere gli equilibri ambientali e, al tempo stesso, senza mettere a rischio le generazioni future. Il Rapporto Burtland era animato da una convinzione di fondo: i fattori della produzione e del consumo determinano, pur se in modo non intenzionale, una serie di effetti collaterali destinati a influire sulle popolazioni presenti e future, con costi sociali ( talora a carattere internazionale ) che proiettano la loro ombra sul futuro. La scenario profilato dal Rapporto è suffragato sia dall’ esperienza dei disastri ambientali ( distruzione di foreste, desertificazione di aree coltivabili, salinizzazione dei suoli, inquinamento atmosferico, contaminazione delle falde idriche ), sia dal rischio incombente di esaurimento delle risorse non rinnovabili ( ossia non rigenerabili, come il petrolio, il carbone e il rame ). ù
Impatto ambientale e gestione sostenibile
A titolo di esempio, basti pensare che le emissioni industriali dannose possono inquinare l’ atmosfera oltre un livello di saturazione tale da ingenerare malattie all’ apparato respiratorio o da produrre piogge acide che danneggiano edifici, alberi, raccolti, risorse idriche anche a centinaia di chilometri di distanza dalla fonte. Ancora, la pesca intensiva di particolari specie ittiche che non tenga conto del ciclo di riproduzione dei pesci può causarne la rarefazione e la scomparsa, con effetti di crisi per l’ industria ittica e perdite di reddito per le famiglie gravitanti intorno a una tale attività. In questa prospettiva, la gestione sostenibile, per esempio, di una risorsa forestale deve tenere conto del ciclo naturale di rigenerazione delle piante per evitare la contrazione del mantello boschivo; la gestione sostenibile dei rifiuti solidi urbani deve organizzare una raccolta differenziata, un loro trattamento in impianti di riciclaggio, deve scegliere con attenzione il sito geologico o idrologico dove collocare le discariche ecc.
Oltre l'economia: il valore intrinseco della natura
Il concetto di sviluppo sostenibile va al di là della dimensione economica: esso nasce infatti dalla considerazione che la natura abbia un valore intrinseco che non può essere misurato solo in termini di livelli di reddito, di tasso di incremento annuale della produttività industriale, di percentuale di occupazione, di Prodotto interno lordo ecc. Le numerose catastrofi ambientale responsabili in tempi brevi di gravi danni agli ecosistemi ( cioè alla catena dei legami funzionali tra gli elementi naturali di una determinata area ) e di lente ma profonde alterazioni causate da fenomeni di contaminazione, hanno mostrato infatti come i danni ambientali non sono quantificabili in termini meramente economici. Ciò non significa, tuttavia, che non sia possibile elaborare alcune tecniche di misurazione del grado di sostenibilità dello sviluppo, tali da fornire ai singoli paesi indicazioni su come impostare adeguati sistemi previsionali per la valutazione dell’ impatto delle attività sull’ ambiente e quindi per una corretta pianificazione ambientale. Dal 1969 si dispone, per esempio, di una procedura elaborata negli Stati Uniti, la Valutazione dell’ impatto ambientale, la quale prevede che tale stima venga affidata a un’ autorità competente composta da ecologi. Questi specialisti utilizzano una metodologia matematica che si serve di standard di tipo sanitario, economico , ecologico ed anche estetico, ritenuti accettabili. Una delle difficoltà maggiori di questo metodo consiste nel fatto che l’ individuazione dei fattori di rischio e l’ accertamento del danno per le persone e per l’ ambiente richiedono l’ esame del territorio nella sua globalità: devono dunque essere considerati anche gli effetti ambientali che interessano aree confinanti o anche lontane rispetto allo Stato coinvolto nel processo di inquinamento, di contaminazione, di dissesto o altro. Negli ultimi decenni sono stati messi a punto molti altri sistemi di indicizzazione ambientale, come il metodo basato sulle spese sostenute per difendere l’ ambiente, queste misure consentono anche ai governi di fissare un sistema coerente di imposte ecologiche da applicare, in misura pari al costo del danno da inquinamento prodotto, alle imprese che emettono o disperdono rifiuti industriali.
Quali sono gli ostacoli e le resistenze allo sviluppo sostenibile?
L’ affermazione dell’ idea di uno sviluppo sostenibile trova sul suo cammino numerosi ostacoli. Innanzi tutto si tratta di barriere psicologiche facilmente intuibili. Va ricordato, infatti, che nei paesi industrializzati proprio uno sviluppo non compatibile con l’ ambiente è stato fonte di ricchezza e fonte di benessere per molte decine di migliaia di persone: risulta dunque difficile sradicare la convinzione che lo sfruttamento della natura non debba avere alcun limite. È vero che nei paesi sviluppati è anche maturata una coscienza ambientale socialmente diffusa, tuttavia, gli stili di vita dei loro cittadini, decisamente inquinanti, non sono stati modificati in profondità dalle iniziative legislative assunte per imporre controlli sull’ inquinamento. Nei paesi in via di sviluppo, d’ altra parte, l’ idea di sviluppo sostenibile incontra resistenze ancora più forti, per ragioni ben diverse. In questi paesi le risorse alimentari crescono infatti in misura non proporzionale all’ incremento naturale della popolazione, con un conseguente calo della disponibilità pro capite. Si avverte pertanto il disperato bisogno di sviluppo ad ogni costo: ecco allora la distruzione delle foreste, lo sfruttamento eccessivo dei terreni fino al loro totale impoverimento, la creazione di sempre nuovi centri industriali altamente inquinanti. Molti governi non ostacolano l’erosione di quel capitale ecologico da cui dipende l’ economia ( suoli, foreste, zone di pesca, risorse minerarie, specie viventi e parchi e ecc. ), rischiando così di spingere i loro paesi verso una bancarotta tanto ambientale che economica. A questa drammatica spoliazione del territorio contribuiscono del resto anche molte imprese multinazionali che nelle loro filiali locali, approfittando dell’ assenza di una legislazione ambientale, impiegano senza vincoli e controlli tecnologie dannose per l’ habitat naturale. La conservazione di un ambiente vivibile richiede una politica ambientale su scala mondiale, poiché molte risorse naturali ( suoli, fiumi, oceani, atmosfera ecc ) costituiscono beni condivisi tra moltissimi paesi e perché l’ inquinamento ha spesso un’ estensione internazionale.
Conferenze e trattati internazionali sull'ambiente
Nell’ arco degli ultimi trent’ anni si sono susseguite numerose conferenze ( la prima a Stoccolma nel 1972 su iniziativa delle Nazioni Unite ) e sono stati redatti più di duecento trattati finalizzati alla salvaguardia dell’ ambiente nei suoi diversi aspetti: la pesca, la protezione dell’ Antartico, il disarmo nucleare ( Conferenze di Ginevra del 1979 e di Toronto nel 1988 ), il mantenimento della fascia di ozono ( Conferenza di Rio de Janeiro del 1992 ), la popolazione e lo sviluppo ( Conferenza del Cairo del 1994 ), il paesaggio ( Convenzione europea di Firenze del 2000 ).
Nessuno di questi accordi impone tuttavia vincoli coattivi agli stati, né prevede sanzioni in caso di mancata ottemperanza. Si tratta sempre solo di suggerimenti e di inviti che fanno leva sulla buona volontà e sulla lungimiranza degli stati sottoscrittori. Se è vero che, in linea di principio, tutti i paesi del mondo devono iniziare a preoccuparsi della gestione di uno sviluppo compatibile con l’ ambiente, resta comunque molto arduo stabilire quali siano le strategie più efficaci per realizzarla. Se, per esempio, si mira a far crescere le economie dei paesi in via di sviluppo, è difficile credere che il modello di crescita industriale da essi adottato non comporti prima o poi una pesante ricaduta sull’ ambiente naturale. Presumibilmente la conservazione dell’ ambiente mondiale richiede un mutamento profondo dei valori e degli obiettivi di tutte le società, indipendentemente dal loro grado di industrializzazione. Se questo è vero, siamo di fronte ad un’ impresa culturale gigantesca e insieme a una sfida che comporta certamente tempi lunghissimi. Ma questa è l’ unica direzione possibile.
Domande da interrogazione
- Qual è l'origine del concetto di sviluppo sostenibile?
- Quali sono gli effetti collaterali dello sfruttamento delle risorse naturali?
- Come si misura la sostenibilità dello sviluppo?
- Quali sono gli ostacoli allo sviluppo sostenibile nei paesi in via di sviluppo?
- Qual è il ruolo delle conferenze internazionali nella salvaguardia dell'ambiente?
Il concetto di sviluppo sostenibile è emerso alla fine degli anni '80 con il Rapporto Burtland del 1987, che sottolineava l'importanza di considerare l'impatto ambientale nello sviluppo economico, per garantire il benessere delle generazioni future.
Lo sfruttamento delle risorse naturali può causare gravi danni ambientali, come inquinamento atmosferico e idrico, desertificazione e rarefazione delle specie, con conseguenze negative per le popolazioni e l'economia, come evidenziato nel testo.
La sostenibilità dello sviluppo può essere misurata attraverso tecniche come la Valutazione dell'impatto ambientale, che utilizza metodologie matematiche e standard ecologici, economici e sanitari per valutare l'impatto delle attività sull'ambiente.
Nei paesi in via di sviluppo, la necessità di sviluppo immediato porta a pratiche distruttive come la deforestazione e l'inquinamento, mentre la mancanza di legislazione ambientale consente alle multinazionali di operare senza controlli, aggravando la crisi ecologica.
Le conferenze internazionali, come quella di Stoccolma nel 1972 e quella di Rio de Janeiro nel 1992, hanno prodotto trattati per la protezione ambientale, ma mancano di vincoli coattivi e sanzioni, basandosi sulla buona volontà degli stati per la loro attuazione.