Riassunti storia contemporanea - Capitolo 12: La guerra fredda e la contrapposizione tra i due blocchi (1945-1956)
La conferenza di Bretton Woods (1944): gli USA al centro del sistema economico internazionale
Prima della fine della guerra, fu organizzata nella cittadina statunitense di Bretton Woods una conferenza mondiale finanziaria con i delegati di tutti i paesi alleati contro il patto tripartito. Vi fu proclamata la centralità del dollaro quale unica moneta convertibile in oro e metro di riferimento per tutte le altre valute del sistema. Fu istituito il regime dei cambi fissi e fu deciso che il prezzo delle monete non sarebbe stato stabilito dai mercati, ma garantito dalle banche centrali nazionali.
Sulla base degli accordi di Bretton Woods, veniva ripristinato il gold exchange standard che collocava al centro del sistema monetario internazionale non più la sterlina, ma il dollaro, e poneva a carico solo degli Stati Uniti l’obbligo di convertire la propria valuta in oro. Veniva così a compimento quel passaggio nella leadership economica mondiale dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, che era iniziato alla fine del primo conflitto mondiale. Dal 1950, prese avvio nel mondo occidentale una fase di costante crescita economica, che verrà definita “età dell’oro”, e che durerà fino all’inizio degli anni '70.
Gli accordi di Bretton Woods furono perfezionati nel 1946 alla conferenza di Savannah. Fu istituito il fondo monetario internazionale, con il compito di promuovere la cooperazione internazionale, lo sviluppo economico e mantenere stabili i rapporti fra le monete e la banca mondiale. Fu anche costituita, alla conferenza di San Francisco, l’organizzazione delle nazioni unite (ONU) nel 1945. Gli organi direttivi dell’ONU erano costituiti dall’assemblea generale, comprendente tutti i paesi aderenti, e dal consiglio di sicurezza, formato da cinque membri di diritto (USA, URSS, Gran Bretagna, Francia e Cina), che potevano opporre il veto a qualsiasi decisione presa dal consiglio medesimo, e altri sei membri (divenuti dieci nel 1965) eletti ogni due anni dall’assemblea.
La fine della "grande alleanza": il mondo diviso
Secondo la visione del presidente americano Roosevelt, il nuovo ordine mondiale avrebbe dovuto comprendere anche l’Unione Sovietica. La politica del nuovo presidente, Truman, e gli sviluppi politici europei, tuttavia, contribuirono a mutare tale indirizzo. La “grande alleanza” che aveva determinato la sconfitta del nazifascismo si ruppe e si trasformò in una contrapposizione: i due mondi del capitalismo e del socialismo tornarono a contrastarsi fermamente, con la minaccia incombente del possibile uso di armi nucleari, delle quali anche l’Unione Sovietica entrò in possesso nel 1949.
Nel drammatico contesto dell’Europa uscita dalla guerra, si arrivò in poco tempo a una netta spaccatura tra la parte occidentale, che aveva come riferimento gli USA, e quella orientale, che aveva come riferimento l’URSS. Venne a coniarsi l’espressione “guerra fredda”, e in questo periodo intere generazioni crebbero sotto l’ombra di conflitti nucleari mondiali che sarebbero potuti scoppiare in ogni momento e distruggere l’umanità.
Il primo importante motivo di contrasto emerse a proposito della Germania, per la quale non fu trovata una soluzione, ma rimase divisa in quattro zone occupate dai vincitori. Per colpire i crimini del nazismo fu istituito un Tribunale militare internazionale che a Norimberga processò 24 dirigenti accusati di crimini contro l’umanità.
Anche l’Austria fu sottoposta a un regime di occupazione e amministrazione militare e la città di Vienna fu divisa in quattro zone, fin quando il trattato di pace con gli alleati del 1955 abolì ogni forma di controllo. Per quanto riguarda il Giappone, furono processati i principali responsabili della guerra. Il paese perse i territori in Cina, la Corea, Taiwan e Sakhalin, e fu inoltre sottoposto all’amministrazione americana. Nel 1946 fu elaborata una nuova costituzione. L’occupazione terminò nel 1951.
Per quanto riguardava i confini dell’Europa centro-orientale, l’Unione Sovietica mantenne le ex repubbliche baltiche conquistate nel 1940 (Estonia, Lituania e Lettonia) e acquisì parte della Prussia orientale. I bruschi cambiamenti di confini ebbero come uno degli effetti più significativi e visibili lo spostamento di ingenti quantità di persone.
Nei paesi dell’Europa centro-orientale, anche se in regime di pluralismo politico, l’Unione Sovietica impose trasformazioni conformi al proprio sistema, con la nazionalizzazione delle banche e delle industrie e la riforma agraria. Erano invece divenuti regimi comunisti la Jugoslavia, dove le elezioni del 1945 avevano dato il potere alla lega dei comunisti, guidata dal maresciallo Tito, e l’Albania.
Il controllo esercitato dall’URSS in queste zone spinse l’ex primo ministro inglese Churchill a parlare di una cortina di ferro che divideva l’Europa in blocchi contrapposti, quello sovietico e quello occidentale. Nessun appeasement era quindi possibile con l’unione sovietica, paragonata da Churchill alla Germania degli anni '30.
Anche il presidente americano Truman cominciò ad assumere nei confronti dell’URSS un atteggiamento di maggiore fermezza. Poco dopo il discorso di Churchill, George Kennan, funzionario dell’ambasciata americana a Mosca, inviò un rapporto in cui sosteneva che l’unione sovietica avrebbe cercato di espandersi per consolidarsi e che quindi non era possibile mantenere il dialogo. Di conseguenza, affermava: “il tratto principale di qualsiasi politica statunitense deve essere quello di un contenimento durevole, paziente, anche se fermo e vigile, delle tendenze espansionistiche russe”. Questa teoria del containment fu accolta da Truman e rafforzata in seguito al tentativo compiuto dall’URSS nel 1946 di ottenere la concessione di una base nei Dardanelli. A questa mossa gli USA si opposero inviando una flotta nel mar Egeo e rafforzando la propria politica di aiuti ai paesi occidentali.
Il presidente americano nel 1947 descrisse un mondo diviso tra due sistemi politici e di vita: ogni nazione doveva scegliere tra una parte o l’altra, e la politica degli Stati Uniti sarebbe stata di sostegno per i popoli liberi. A tal fine, Truman chiese al congresso uno stanziamento straordinario per il supporto economico e militare alla Turchia e alla Grecia. In quest’ultimo paese la situazione era particolarmente complessa: dopo la fine del conflitto mondiale, era scoppiata la guerra civile tra i partigiani comunisti e quelli monarchici e conservatori appoggiati dagli inglesi. La crisi era precipitata ulteriormente all’indomani delle elezioni del 1946, che avevano dato la maggioranza ai populisti e ai monarchici e permesso il ritorno del re: erano così ripresi gli scontri tra il governo e le formazioni comuniste filosovietiche. Queste ultime furono infine sconfitte nel 1949.
Il piano Marshall e la divisione dell'Europa
Nell’ambito della politica del contenimento del comunismo rientrò il programma di aiuti economici ai paesi europei elaborato dal segretario di stato americano George Marshall. Il piano era inizialmente rivolto anche all’unione sovietica, ma i sovietici lo rifiutarono e imposero anche ai propri alleati di fare lo stesso.
I sussidi americani furono fondamentali per la ripresa e la crescita economica dei paesi dell’Europa occidentale. Gli aiuti portarono alla diffusione del benessere e di nuovi stili di vita, contribuendo così al diffondersi anche in Europa del consumismo di massa. Gli aiuti del piano Marshall avevano anche scopi politici. La loro elargizione fu infatti subordinata alla richiesta di estromettere i comunisti dai governi occidentali.
La Gran Bretagna non risentì degli effetti negativi della guerra fredda: sarà principalmente presa dai problemi della decolonizzazione del suo impero. Dal punto di vista della politica interna, il governo laburista fu poi impegnato nella costruzione del Welfare State. Questa politica fu adottata in particolare nei paesi scandinavi, che furono governati dalla fine della guerra agli anni sessanta da partiti socialdemocratici, quindi nella Germania federale, in Francia e parzialmente in Italia.
In Germania l’inserimento delle zone angloamericana e francese nel programma di aiuti del piano Marshall permise alla parte occidentale del paese di diventare gradualmente uno stato sovrano. Come ritorsione l’unione sovietica decise di attuare il blocco di Berlino nel 1948, interrompendo la fornitura di elettricità e di carbone ai settori occidentali della città e chiudendo l’accesso alle strade e ai canali che la collegavano al resto del paese.
La risposta americana fu un gigantesco ponte aereo per rifornire la città di derrate alimentari. L’anno seguente i sovietici furono costretti a revocare il blocco. Le tre zone occidentali furono unificate del 1949, e nacque così la repubblica federale tedesca (BRD), alla quale i sovietici risposero con la repubblica democratica tedesca (DDR). Grazie agli aiuti americani il paese si riprese con grande rapidità, diventando nel corso degli anni una delle nazioni industriali più forti del mondo. Nel 1954 cessò la condizione di paese occupato.
Il legame tra gli Stati Uniti e i paesi del blocco occidentale si rafforzò anche dal punto di vista militare con la firma del patto atlantico nel 1949. Si trattava di un accordo difensivo che ebbe come corollario la costituzione di una forza militare integrata sotto un unico comando, che prese il nome di NATO.
La sovietizzazione dell'Europa centro-orientale
Nel 1947 fu istituito l’ufficio di informazione fra i partiti comunisti e operai (Cominform), con la funzione di coordinamento fra i partiti comunisti. Si trattò della risposta sovietica alla politica americana e al piano Marshall. Oltre a unire più strettamente a livello organizzativo i partiti comunisti europei, sostenuti anche sul piano economico, l’Unione Sovietica accentuò il controllo politico e la sovietizzazione dei paesi che appartenevano alla sua sfera di influenza. I partiti comunisti vi presero il potere e costituirono quelle che furono chiamate “repubbliche popolari”, sottomesse all’Unione Sovietica.
Il caso che più allarmò i paesi del blocco occidentale fu quello della Cecoslovacchia. Qui, nel 1946, dopo le elezioni che avevano dato la maggioranza ai comunisti, si era formato un governo composto da diverse forze politiche presieduto dal comunista Klement Gottwald. Dopo il veto sovietico al Piano Marshall, nel governo si manifestarono dissensi e i ministri non comunisti si dimisero. Nel paese scoppiarono scioperi e proteste popolari a sostegno dei comunisti, e il presidente Beneš diede nuovamente l’incarico a Gottwald, che formò un governo sostituendo i ministri dimissionari con uomini del suo partito.
A questi avvenimenti seguì la morte mai chiarita del ministro degli esteri Masaryk, un liberal-democratico che era l’unica personalità in grado di contrastare i comunisti. Fu promulgata una nuova costituzione, che prevedeva per le elezioni una lista unica composta da comunisti e loro simpatizzanti. Le successive elezioni si trasformarono in un plebiscito a favore del partito comunista, il presidente Beneš si dimise per protesta e fu sostituito da Gottwald.
In Polonia i comunisti avevano vinto le elezioni del 1947 ed egemonizzato il governo. Il segretario del partito comunista che cercava di resistere all’eccessiva ingerenza sovietica fu destituito e poi arrestato. In Ungheria alle elezioni del 1947 le sinistre ottennero la maggioranza. Nel 1949 si svolsero le elezioni con una lista unica e fu decretata la nascita della repubblica popolare.
In Bulgaria nel 1946 la guida del governo fu assunta da Georgi Dimitrov: l’anno dopo egli sciolse il partito contadino e le altre componenti che avevano fin lì governato il paese. In Romania il re fu costretto ad abdicare: furono estromesse le componenti non comuniste dal governo e nel 1948 fu adottata una costituzione sul modello di quella sovietica. Per quanto riguardava la Germania dell’Est, dopo la nascita della DDR il potere rimase accentrato nelle mani del comunista Walter Ulbricht, fortemente legato all’URSS.
Diverso fu il caso della Jugoslavia, dove la lega dei comunisti possedeva un’autonomia maggiore dall’URSS. La costituzione del 1946 diede un carattere federativo al paese, ma il sistema politico assunse una forma centralizzata e autoritaria. L’obbiettivo della Jugoslavia era quello di svolgere la funzione di potenza regionale e a questo ne avviò un progetto di confederazione con la Bulgaria e l’Albania, alla quale Stalin oppose il proprio veto. Tale iniziativa determinò lo scoppio di contrasti sempre più aspri, fin quando, nel 1948, la lega dei comunisti Jugoslava fu espulsa dal Cominform.
Rimasto isolato rispetto al blocco comunista, Tito intraprese una strada di indipendenza e di avvicinamento ai paesi occidentali, con i quali strinse accordi commerciali, ottenendo anche aiuti economici e militari dagli Stati Uniti. Il distacco dall’URSS si tradusse nella costruzione di un sistema socialista, basato sull’autogestione dei lavoratori e sull’introduzione di imprese individuali nelle campagne.
Intanto l’Unione Sovietica consolidò anche economicamente i rapporti con i paesi dell’Europa orientale, con la costituzione del comitato di mutua assistenza economica nel 1949, con sede a Varsavia. I legami furono ulteriormente rafforzati nel 1955, quando l’URSS diede vita a un’alleanza militare che assunse il nome di Patto di Varsavia. In tutti i paesi che erano in qualche modo legati all’unione sovietica la caratteristica fondamentale fu la mancanza di libertà e democrazia.
Tuttavia, permaneva in una parte dell’opinione pubblica occidentale e nei militanti dei partiti di sinistra il mito di Stalin e dell’Unione Sovietica, vista come la nazione che aveva fermato Hitler e sconfitto il nazismo. L’URSS era considerata la patria del socialismo, dove si stava costruendo una società migliore di quella capitalista.
L’Unione Sovietica si stava mostrando sullo scenario internazionale come una grande potenza. Era diventata la seconda potenza industriale del mondo e anche dal punto di vista militare non era inferiore agli USA. L’obbiettivo principale rimaneva l’incremento del potenziale militare. Alla ripresa economica contribuirono anche le riparazioni pagate dai paesi sconfitti e gli accordi imposti ai paesi satelliti.
La chiusura del paese dietro la cortina di ferro non riguardò solo i rapporti politici con i paesi occidentali, ma anche la cultura: si respinse tutto ciò che veniva dal campo imperialista e che non osannava le realizzazioni del socialismo. Continuò l’opera di repressione e di epurazione non solo nei confronti di quanti dissentivano con i metodi dello stalinismo, ma anche di chi era ritenuto un possibile nemico al servizio dell’occidente. Il gulag dopo la guerra ricominciò ad espandersi, fino a che nel 1950 essi arrivarono ad ospitare più di 2 milioni di persone.
La rivoluzione cinese e la nascita della Repubblica popolare (1949)
Nel 1949, con la nascita delle due Germanie e la firma del patto atlantico, ormai l’Europa e il mondo erano spaccati in due blocchi contrapposti: in quell’anno un altro avvenimento andò ad aumentare la preoccupazione del blocco occidentale sull’avanzata del comunismo. Con la rivoluzione in Cina, infatti, un nuovo paese si andava ad aggiungere a quelli socialisti e filosovietici. Durante la guerra contro il Giappone la Cina era rimasta divisa in tre parti: le regioni orientali erano occupate dai giapponesi; la zona dello Jianxi, dove Mao aveva costituito una repubblica autonoma, era sostenuta dai contadini; il resto del paese era controllato dal governo nazionalista.
Dopo il loro ingresso nel conflitto, gli americani sostennero la Cina nazionalista, ma il ruolo principale nella cacciata dei giapponesi fu svolto dai comunisti. Dopo la resa del Giappone, tuttavia, sarà Jiang Jieshi a essere considerato dagli anglo-americani il rappresentante del governo legittimo. I contrasti con i comunisti esplosero degenerando nel 1946 con la guerra civile.
L’obiettivo dei comunisti era di compiere la rivoluzione e abolire il sistema di sfruttamento feudale. I successi ottenuti dai comunisti non furono solo di carattere militare, ma furono determinati dal crescere del consenso nei loro confronti.
L’armata rossa di Mao riuscì a sovrastare le truppe di Jiang Jieshi, e nel 1949 Mao proclamò a Pechino la nascita della repubblica popolare cinese (non riconosciuta dagli Stati Uniti). Nei suoi primi passi la Cina popolare fu sostenuta dall’Unione Sovietica. Il paese era fortemente arretrato e prevalentemente contadino. Nel consolidamento della rivoluzione un ruolo di primo piano fu svolto dall’organizzazione del PCC e dall’ampio uso della propaganda, al fine di coinvolgere il più possibile le masse popolari.
Fu attuata la riforma agraria, che portò alla confisca di tutte le grandi proprietà terriere e alla ridistribuzione delle stesse a circa 300 milioni di contadini poveri e senza terra. Furono provvedimenti che modificarono la realtà rurale dal punto di vista sociale e politico piuttosto che economico. La riforma costò milioni di vittime fra i proprietari terrieri che vi si opposero e che furono uccisi o deportati nei campi di lavoro e di rieducazione. Importanti interventi furono finalizzati alla modernizzazione del paese e al superamento di arcaiche tradizioni. La nuova costituzione inoltre sancì l’uguaglianza giuridica di tutti i cittadini.
Nel 1953 fu avviato il primo piano quinquennale, che fece crescere la produzione agricola del 24%, ma riservò i maggiori investimenti all’industria: la produzione industriale nel primo quinquennio aumentò del 128%.
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