Parte prima – L’Europa nell’XI secolo
I – La cristianità nell’anno Mille
Secondo le ultime ricerche, nel periodo che va dal Mille alla Peste nera di metà Trecento, la popolazione europea passò da trentacinque a ottanta milioni. L’area più popolata era quella francese, seguita da quella tedesca, ma anche Italia e Inghilterra conobbero un intenso sviluppo demografico, così come la penisola iberica. Non abbiamo fonti scritte riguardo all’Europa settentrionale e orientale, ma quasi sicuramente si ebbe anche lì una crescita.
Questo aumento demografico permise un maggior sviluppo del lavoro, incoraggiò l’edificazione o l’ampliamento di città e la creazione di reti commerciali nazionali o anche internazionali.
Nel ricercare una spiegazione a questo sviluppo, gli storici faticano spesso a distinguere le cause dagli effetti: furono le innovazioni in campo agricolo, rotazione triennale, collare rigido…, a favorire l’incremento demografico, o esse furono invece la risposta a una maggiore richiesta di cibo da parte di una popolazione aumentata?
L’assarting, il disboscamento, e l’utilizzo dell’aratro pesante furono resi possibili grazie alle innovazioni nella produzione del ferro. Tuttavia, non possono essere ritenuti cause, poiché l’assarting richiedeva a monte un’ingente mole di manodopera.
Bisogna poi tenere conto che le innovazioni non comportarono un mutamento repentino: il miglioramento nella produzione e l’aumento demografico non erano percepiti nell’arco di una o due generazioni. La popolazione dei villaggi si apriva con cautela alle novità.
Anche l’assarting fu un processo estremamente lento, poiché erano pochi i contadini disposti a trasferirsi. Quelli che si arrischiavano lo facevano con lo scopo di affrancarsi dalla schiavitù e dalla servitù della gleba, “l’assarting rendeva liberi gli uomini”.
Gli schiavi, domestici e agricoli, costituivano ancora circa un 20% della popolazione. Erano privi di diritti, di qualsiasi proprietà e soggetti all’autorità diretta dei padroni. Tuttavia la schiavitù stava gradualmente scomparendo nell’Europa cristiana, per l’opposizione della Chiesa, e la manodopera schiavile proveniva dalle aree di confine della cristianità.
La schiavitù fu sostituita dalla servitù della gleba, una diversa forma di dipendenza servile, le cui condizioni variavano da zona a zona, ma che in ogni caso prevedeva dei diritti. Le file dei servi della gleba furono ingrossate dagli ex schiavi e anche da contadini liberi che per necessità decidevano di sottoporsi all’autorità di un padrone.
Lo status di servo era ereditario. I servi della gleba erano soggetti al diritto di manomorta del signore, non potevano abbandonare le sue proprietà, non potevano sposarsi senza il suo permesso e senza pagargli un balzello, erano obbligati a prestare le corvées, potevano esentarsi in cambio di un pagamento, e molti altri tipi di tributi, tallages.
Tutti questi vincoli cessavano nel momento in cui i servi disboscavano e dissodavano un’area, fondando un nuovo villaggio. È anche vero che i signori facevano investimenti nelle nuove infrastrutture e dunque i contadini si trovavano costretti a pagare per usare mulini, forni… Tuttavia, queste “bannalità” non erano degradanti quanto la condizione servile.
In alcune aree d’Europa dove l’assarting non ebbe grande diffusione si produsse in compenso una fioritura di centri urbani. Siccome “l’aria della città ci rende liberi”, si diceva, molti contadini o servi migrarono nelle città per migliorare la propria condizione.
Gli uomini e le donne che dominavano la realtà rurale possono essere chiamati lords o seigneurs. I cavalieri, knight, Ritter, chevalier, caballero, miles, o vassalli, si trovavano in una posizione subordinata e solo nel XII secolo la loro occupazione divenne sinonimo di rango elevato.
Al di sopra dei cavalieri troviamo i castellani, coloro che possedevano un castello o che ne comandavano uno per incarico di un signore, nell’epoca dell’incastellamento esercitavano quindi il potere su vaste regioni. I baroni, ancora al di sopra, possedevano più di un castello e vastissimi appezzamenti di terreno, da cui ricavavano ingenti rendite.
Il potere e la ricchezza comportavano, in un contesto privo di autorità statali, delle prerogative giurisdizionali. Ad esempio, i baroni avevano tribunali privati in cui giudicare tutti coloro che risiedevano nelle loro terre.
Visconti, conti, duchi e marchesi erano dunque principi territoriali, i cui titoli risalivano sì all’ordinamento carolingio, ma che si tramandavano ormai solo per principio ereditario. La loro potenza superava spesso quella dei re e degli imperatori, a cui formalmente giuravano obbedienza.
Si venivano a creare dunque complessi legami tra individui e famiglie, retti il più delle volte su un giuramento personale di fedeltà e protezione. Con l’“omaggio” un signore si sottometteva ad un altro più potente, garantendogli supporto militare, nonché altri tipi di auxilia, e ricevendo in cambio un pezzo di terra.
Anche se in teoria il giuramento al re doveva essere predominante rispetto agli altri legami, ciò non sempre accadeva. Nell’XI secolo, infatti, il sistema delle dipendenze non aveva raggiunto una forma stabile.
Gli studiosi hanno dibattuto a lungo su come etichettare questa serie di rapporti che univa la classe dominante. Qui si userà il termine “feudale”, anche se con qualche riserva: ancora alla metà dell’XI secolo, il concetto di feudo era sconosciuto in alcune parti di Europa; inoltre, il termine “feudalesimo” ha ormai assunto tante sfumature da aver perso una precisa funzione descrittiva.
Tuttavia, non si può negare il fatto che il feudo fosse il simbolo della potenza economica e politica di gran parte dell’aristocrazia. La letteratura giuridica pare ossessionata dalla categorizzazione e descrizione dei feudi, dalle modalità ereditarie.
Questo può apparire strano, giacché il feudo era di per sé qualcosa di non ereditario: beni o diritti che alla morte del vassallo tornavano al signore. I figli dovevano prestare omaggio a loro volta, senza nessuna certezza di ricevere nuovamente quei benefici.
Una concezione teorica che raramente fu rispettata: il primogenito di un feudatario pagava di solito il “laudemio” e otteneva così il possesso del feudo. Se era minorenne, era il signore a occuparsi del feudo, fino a quando egli non avesse potuto prestare servizio militare. Se era una donna doveva sposarsi così che il marito potesse garantire la funzione di difesa prevista dall’accordo feudale.
Il disonore comportava la retrocessione, escheat, del feudo al signore, così come la cessione del feudo a una terza persona, senza il consenso del signore. Nonostante tutte queste norme, i feudi erano ben presto diventati una indiscussa proprietà ereditaria.
Anche se l’Europa medievale fu sempre una società sostanzialmente agraria, essenziale fu anche il ruolo delle città. Città che, indipendentemente dal numero degli abitanti, si distinguevano dai villaggi per la densità di popolazione, per la stratificazione sociale e della manodopera, per l’uso della moneta anziché del baratto, per l’importanza del commercio…
Le città erano inoltre caratterizzate dalla presenza di vari edifici monumentali: cattedrali, torri, magazzini, mercati, palazzi municipali, zecche… Alcuni studiosi aggiungono inoltre il traffico come elemento distintivo.
Se le città erano ancora molto poche e molto piccole intorno all’anno Mille, nel Trecento avevano subito una crescita esponenziale. Nell’Europa centro-settentrionale vi furono molte fondazioni, mentre nell’area meridionale furono ripopolati gli antichi insediamenti romani.
Nell’XI secolo le città erano deboli rispetto ai signori, che spesso le possedevano, anche se non vi risiedevano, e le controllavano tramite i loro agenti, reeves in Inghilterra, prevosti in Francia e Germania. Essi si trovavano spesso a contendersi il potere con i vescovi e i chierici, oltre che con il ceto commerciale, il quale divenne sempre più potente nei secoli successivi. Questo scontro triangolare caratterizzò la storia dell’Italia centro-settentrionale in tutto il periodo 1000-1350.
La definizione di “Europa cattolica” richiede delle precisazioni. Nell’anno Mille si stava ancora completando l’evangelizzazione del Nord Europa: scandinavi e slavi erano battezzati per un’imposizione dall’alto, ma i culti pagani erano ancora radicati, mentre la fondazione di parrocchie procedeva con lentezza e difficoltà.
Per cui era ben difficile impartire una regolare istruzione religiosa, considerato poi che la predicazione e la frequentazione della chiesa erano attività ben poco praticate. Le pratiche liturgiche erano quindi tutt’altro che uniformi nelle varie parti d’Europa e influenzavano poco la vita tradizionale. Tutto questo sarebbe cambiato nei secoli successivi.
II – L’Europa mediterranea
Il Mediterraneo, per la sua conformazione fisica e la sua storia, offriva agli uomini del Medioevo una miriade di possibilità, i suoi porti erano un luogo di incontro tra i tipi più disparati. Vi erano però anche dei contro: le tempeste, i porti non abbastanza profondi, gli insetti nelle zone lagunari.
Il clima mediterraneo vede estati torride, ma le tecniche di irrigazione o il ricorso a pascoli montani fece superare anche questo inconveniente e il Sud dell’Europa fu a lungo l’area più produttiva del continente.
Un’area che conservava peculiarità ben definite: il vino e l’olio piuttosto che la birra, il sidro e lo strutto; le lingue romanze piuttosto che quelle germaniche; la permanenza del diritto romano…
L’area mediterranea si trovò di fronte a una sfida quando gli Arabi invasero la penisola iberica e la Sicilia. La conversione all’Islam garantiva nei territori occupati delle maggiori possibilità, così furono in molti ad aderire alla nuova religione.
Uno dei tratti più notevoli dell’Europa meridionale era la cultura urbana, direttamente collegata al mondo romano, e i conquistatori musulmani la incoraggiarono. Nel Sud della Francia, in Toscana e in Lombardia le città si fecero sempre più importanti, sfuggendo al controllo dei loro signori, papa, imperatore o principi, e diventando man mano delle vere città-Stato.
Le città erano il luogo in cui venivano scambiate le varie merci prodotte dall’agricoltura specializzata, caratteristica dell’area mediterranea, gelso, indaco, zucchero…
Dal 711 tutta la penisola iberica, tranne una ristretta area pirenaica, fu sotto il dominio musulmano. Anche se furono diverse le conversioni, l’islam rimaneva comunque in minoranza, e coesisteva pacificamente con cristianesimo ed ebraismo, anche se i fedeli di queste religioni avevano meno diritti. In questo clima ebbero grande sviluppo le arti, che univano spesso caratteri tipici delle varie culture.
Anche se diversi studiosi ritengono questa “convivencia” un po’ troppo idealizzata, tuttavia è innegabile che in questo periodo i contrasti fra le tre religioni furono senz’altro meno accesi che in seguito alla reconquista cristiana.
In Linguadoca e in Provenza i musulmani crearono solo alcuni avamposti, che resero ancora più frastagliato il quadro politico, ma che ebbero vita breve. Quest’area era ricca di città commerciali, Narbona, Arles, Marsiglia, che intraprendevano scambi in tutto il Mediterraneo. Molti abitanti si dedicavano anche alla pirateria, soprattutto nei periodi turbolenti. Nell’interno i centri erano più piccoli e ancora poco importanti, fatta eccezione per Tolosa.
La popolazione era da tempo costituita da un amalgama di galloromani e germanici, a cui si aggiunsero i migranti cristiani provenienti dalla Spagna. La società rurale si basava su legami personali, non propriamente feudali, tra potentes e mediocres, i quali spadroneggiavano sugli impotentes, contadini, servi e schiavi.
Molto diffusa era infatti la violenza rurale, tanto che tra X e XI molti ecclesiastici e signori laici formularono un programma di giustizia sociale, in cui si distingueva tra guerra giusta e ingiusta, tra bersagli legittimi e illegittimi. Era il movimento della Pace di Dio.
Il Concilio di Charroux, del 989, stabilì che quanti compivano atti di violenza contro i poveri e contro gli ecclesiastici venissero scomunicati. Altri concili, Limoges, Poitiers, tutti arricchiti dalla presenza di reliquie e da miracoli, continuarono a professare questa idea di pace, definendo tempi e modi per fare la guerra, nel 1041 in tutta la Linguadoca era vietato combattere dal mercoledì al lunedì successivo.
I monaci poi tentavano di imporre la pace con le maledizioni liturgiche verso i malvagi, ma gli strumenti senz’altro più efficaci erano la scomunica e l’interdizione: l’esclusione dai sacramenti che riguardava nel primo caso un singolo, nel secondo caso tutta una regione. Tutto ciò testimonia l’impegno della Chiesa nel costruire concretamente la pace, non disdegnando un potere secolare.
Quello italiano era un contesto drasticamente diverso rispetto a quello delle regioni viste in precedenza, nonché diversificato al suo interno. Il Nord era caratterizzato da notevoli centri urbani, primi fra tutti quelli delle città commerciali: Venezia, Pisa e Genova.
Venezia era costruita in modo da essere ben difesa da attacchi sia da terra che dal mare. Tecnicamente protettorato bizantino, si era da tempo resa del tutto autonoma ed era governata dal doge e dal senato.
La città esportava sale, vetro e commerciava schiavi, soprattutto con Costantinopoli, una città che contava centinaia di migliaia di abitanti. Per poter commerciare liberamente, Venezia aveva ripulito l’Adriatico dai pirati, doge Pietro Orseolo II, ma anche dai concorrenti. Si era infatti assicurata privilegi e monopoli, controllo politico su Zara, esenzione dai dazi…, anche in virtù del suo sostegno ai bizantini nella lotta contro i Normanni.
Genova aveva un porto ampio e profondo, ma un entroterra minuscolo, che limitava le attività produttive, ma che favorì lo sviluppo della città come un centro urbano autonomo. Perché diventasse una grande potenza sulla scena del Mediterraneo bisognò però aspettare il X secolo, quando una serie di incursioni musulmane spinse i genovesi a mobilitarsi.
Fu costruita una grande flotta e si strinse un accordo con Pisa e altre città per dare la caccia ai pirati fin dentro le loro roccaforti: tra 1015 e 1016 una lunga serie di vittorie vide la fine delle enclaves musulmane in Sardegna e l’espansione pisano-genovese nel Mediterraneo occidentale.
L’accordo tra le due città non durò a lungo. Pisa, sebbene sorgesse a dieci chilometri dal suo porto, era però situata su un’antica rotta commerciale e soprattutto era arricchita da un fertile contado. Qualche secolo dopo si sarebbe scontrata con Firenze per il controllo sull’entroterra, ma nell’XI secolo decise di diventare una potenza marittima, scontrandosi con Genova e con Venezia.
L’Italia centrale era cosparsa di castelli e dilaniata da faide signorili. I papi non facevano che alimentarle, schierandosi di volta in volta con l’una o con l’altra parte. Benedetto IX, che fu pontefice per tre volte, 1032-44, 1045, 1047-48, dimettendosi o per denaro o per sposarsi, è un chiaro esempio della condizione morale del papato.
Gli ambienti imperiali erano giustamente disgustati da ciò e l’imperatore Enrico III decise di assumere il controllo: al sinodo di Roma, 1046, Benedetto fu formalmente deposto. Si scontrò poi, nel suo terzo pontificato, contro i candidati dell’imperatore, Clemente II e Damaso II. Entrambi erano vescovi tedeschi, così come il papa successivo, Leone IX.
Nel suo processo di riforma, la Chiesa incoraggiò i pellegrinaggi a Roma e alle tante reliquie che vi si trovavano. La città, dunque, seppur povera e spopolata, rimase sempre la capitale della cristianità latina e della società cristiana occidentale.
Proprio a metà dell’XI secolo, infatti, avvenne la separazione del cristianesimo ortodosso da quello cattolico, dunque del mondo greco da quello latino. Tuttavia, lo scisma del 1054 è stato eccessivamente enfatizzato: non si trattava ancora di una frattura insanabile.
I rappresentanti di Roma, in missione presso il patriarca di Costantinopoli, Michele Cerulario, lo scomunicarono, ed egli rispose scomunicando il papa, Leone IX. Lo scontro si concentrò soprattutto sulla questione del “filioque”: l’accusa dei greci non derivava tanto dalla questione teologica, ma dal fatto che i latini avevano modificato il credo senza indire un concilio ecumenico, forti della superiorità spirituale del vescovo di Roma, erede di Pietro.
È vero anche che vi erano parecchie differenze nella pratica del culto: l’uso di pane lievitato o azzimo nella comunione, l’uso esclusivo del latino o invece la possibilità di celebrare la liturgia in varie lingue, greco, siriaco…
Queste divergenze non sarebbero però bastate per dividere il mondo cristiano, accomunato dalla lotta all’islam. Il sacco crociato di Costantinopoli nel 1204 fu senz’altro una spaccatura più profonda di quella del 1054.
Nell’Italia meridionale vi era un’altra città mercantile, che a inizio XI secolo era ben più forte di Pisa e Genova, dunque la vera rivale di Venezia. Si tratta di Amalfi, i cui navigatori erano avvantaggiati da alcune innovazioni che secondo la leggenda avrebbero inventato essi stessi: la vela triangolare e la bussola magnetica. I mercanti amalfitani erano dediti soprattutto al commercio degli schiavi.
La città cost
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