Tre aspetti fondamentali della lingua latina
Fonologia
Fonologia, studio dei suoni, studia i suoni ovvero i fonemi, le unità minime di suono dotate di valore distintivo. Come belle/pelle. Una catena di suoni dà una parola.
Morfologia
Morfologia, forma delle parole, (morfè=forma in greco), studia la forma delle parole e come si comportano e quindi il ruolo che le parole hanno nella frase. Morfologia nominale, declinazione; morfologia verbale, coniugazione. L’analisi grammaticale.
Sintassi
Sintassi: (συνταξις=dall’analisi logica, e la sintassi del periodo che analizza il periodo.
L'alfabeto e la pronuncia del latino
La pronuncia del latino è convenzionale perché il latino è una lingua morta e dunque non ha dei parlanti che la utilizzano come lingua veicolare, al massimo solo in caso ufficiale. Distinguiamo due tipi di pronunce.
- Pronuncia classica (o restituta): la pronuncia che dovrebbe replicare quella utilizzata nel I sec a.C, ovvero l’età aurea della tarda repubblica e dalla società romana colta all’età augustea. Si può dire restituta ma è un termine integrato dal francese, langue restituée, restituita. Con poche variazioni è più in generale la pronuncia del latino dal III sec a.C. al I sec d.C. (era argentea).
- Pronuncia scolastica (o ecclesiastica): uso che se ne faceva nella scuola nonché la pronuncia impiegata dal latino della Chiesa. Riflette la pronuncia del latino per come si è evoluta a partire dal II sec d.C.
A partire dal II sec, a causa delle espansioni la lingua comincia ad evolversi e quindi ad assumere nuovi fonemi che vediamo documentati nelle lingue romanze.
Sincronia e diacronia
Sincronia di una lingua è l’analisi della lingua in un dato momento storico, mentre un approccio diacronico è quello che considera la lingua nella sua evoluzione e confrontarla con altre testimonianze in diversi momenti della sua storia.
Ci sono degli elementi che rimangono invariati nei due tipi di pronunce. Ve ne sono altri invece che cambiano.
- Pronuncia dei dittonghi ae/oe: nella pronuncia classica rimangono come sono scritti, con accento su a/o; nella pronuncia ecclesiastica si chiudono nel suono e.
- Suono y (che non si trova molto spesso perché è una lettera di importazione per traslitterare i nomi greci): la pronuncia classica prevede che venga letta come la u francese [y], mentre nella pronuncia ecclesiastica diventa i.
Tra i vari modi che abbiamo per riconoscere e risalire alla pronuncia classica abbiamo i vari prestiti del latino ad altre lingue come Caesar > Kaiser in tedesco che significa imperatore. Ma anche dalla letteratura, tipo Ennio che ha scritto causa caerula candent, vediamo che c’è l’allitterazione ma per questo il suono ae non doveva ancora essersi chiuso nel suono e.
Il Mediolatino anche graficamente poi monottonga oe/ae in e, e quindi le stesse parole sono scritte in modo diverso. C’era il latino più colto che lo manteneva in au, e una pronuncia più popolare che lo chiudeva in o, come Claudius e Clodius, che sono lo stesso nome ma la seconda versione è quella più popolare.
- La H: nella pronuncia classica è aspirata se iniziale (habeo) e in ph, th, ch e muta se intermedia (nihil); nella pronuncia scolastica è sempre muta e nel suono ph diventa f.
- C/G davanti a vocali palatali (E/I): nella pronuncia classica c/g sono sempre gutturali, come in greco con kappa e gamma, per cui gn è pronunciato separatamente g+n (cog+noskere); nella pronuncia scolastica c/g diventano palatali e non gutturali, e gn indica un unico fonema consonantico come la n spagnola.
Nel momento in cui il latino inizia a diversificarsi nelle lingue romanze c/g erano già pronunciate nella forma palatalizzata, e basta per questo guardare l’evoluzione del nome Cicerone nelle lingue derivanti dal latino.
Il grafema che il latino usava originariamente per la c era la k appunto per l’influenza del greco e a testimonianza del fatto che così era pronunciato il suono. Le onomatopee sono importanti per le pronunce perché abbiamo testimonianza di un buffone di nome Cicirrus (Kikirrus) la cui abilità era di imitare il verso del gallo (chi-chi ovvero la pronuncia della c dura con suono k).
- Suono ti: nella pronuncia classica rimane come è scritto, con la dentale sorda e la vocale; nella pronuncia scolastica diventa zi se è seguita da vocale, ma si legge ti se preceduta da S/T/X; se è ti con l’accento lungo sulla i o se è parola greca rimane uguale come in ostium o Atticus.
La prima testimonianza dell’assibilazione è un’iscrizione del 140 d.C.: CRESCENTSIANUS per Crescentianus. Prima rimaneva t infatti Terentius venne trascritto da Polobio con Terentios in greco con il suono t e non teta o zeta.
- Le semiconsonanti I/U: in latino il simbolo grafico della i e della u può avere diversi valori fonetici (allo stesso grafema sono corrispondenti diversi fonemi). I suoni i e u possono essere vocalici e formare una sillaba come nelle parole ire, urere; possono avere valore semiconsonantico o semivocalico quando si trovano in posizione prevocalica, ad esempio nelle forme iacet, e in posizione intervocalica interna come in maior.
Il suono u: innanzitutto non esisteva il suono v nella fase del latino classico, a livello grafico quindi il suono u veniva scritto con la V in maiuscola e in u in minuscola, scrivendo quindi VIVO/uiuo e VNVS/unus, e la pronuncia rimaneva uguale.
L’evoluzione di u semiconsonantica verso un suono fricativo b (come lo spagnolo ‘abuela’) inizia nel I sec d.C. e le testimonianze sono iscrizioni di POTABI E POTAVI
In età umanistica con Pierre de La Ramée entrano in uso i grafemi u e v detti lettere ramiste per distinguere la vocale dalla consonante. Introduce anche il suono j per indicare la semivocale i (iaceo/jaceo).
Si pone poi il problema delle parole con la doppia u, dove una u è semiconsonante e l’altra è vocale, come seruus, uulgus ecc. Se anche si trova la parola seruus, in pronuncia classica andrebbe letto seruos, con la u che ritorna alla o originaria.
- Labiovelare sorda (qu-)/u semiconsonante: nella pronuncia classica c’erano due possibilità di pronuncia, quindi o si riduceva il suono a semplice suono velare, quindi equus diventava ecuos (tratto tipico della lingua popolare) oppure si conservava la o originaria accanto alla labiovelare che era un tratto tipico della lingua colta.
Suono della s intervocalica: anche la s in italiano è un grafema a cui corrispondono fonemi differenti. In latino classico doveva essere sempre sorda come in roSa (??)
L'accentazione
Le vocali
Il latino ha 5 vocali esattamente come in italiano, A E I O U, ma diventano dieci in base alla loro quantità, per cui per ogni vocale avremmo una possibile durata del suono, breve o lunga. Si indica con un trattino orizzontale se è lunga e un trattino circolare se è breve. In latino la quantità indica come un suono, lungo o breve, in base a come percepito dal parlante, presuppone un significato differente per la parola.
Quindi, per le vocali, il latino ha 5 grafemi e 10 fonemi. L’italiano ha 5 grafemi e 7 fonemi. Le vocali sono importanti perché possiamo avere casi di parole omografe ma non omofone, in cui la differenza tra un singolo fonema comporta diversità di significato. Cecidit (breve) = cadde; cecidit (lunga) = tagliò.
Divisione in sillabe
La sillaba è la più piccola unità linguistica dotata di autonomia. In latino la divisione in sillabe avviene come per l’italiano, salvo alcune differenze.
- In latino, due consonanti consecutive si dividono sempre, anche quando:
- Ricorre la cosiddetta s impura: ma-gis-ter
- Ricorrono i gruppi sc e gn: dis-ce-re, mag-nus
- Si hanno consonanti doppie (x, z): exitus—ec-si-tus
- Due consonanti continue appartengono però alla stessa sillaba se si tratta di muta cum liquida, ossia occlusiva ( c g / p b / t d) + l r, come pa-trem, te-ne-brae (con eccezioni in poesia per ragioni metriche). H va sempre ignorata nella sillabazione.
Le consonanti muta cum liquida sono lo stesso suono con l’unica differenza delle vibrazioni delle corde vocali, come c che è muta e g che è vocale, ma il suono è lo stesso. E poi le liquide l e r sono la stessa cosa.
- Qu- fa sillaba con la vocale che segue: a-qua
- Se preceduto dalla nasale n, il gruppo gu + vocale fa sillaba con la vocale che segue: an-guis, pin-guis, lin-gua, ma ar-gu-o, am-bi-gu-i-tas
- i/u vocaliche + vocale non fanno dittongo ma si dividono in due sillabe: pa-tri-ai
- i/u semiconsonanti sono da considerarsi come consonanti: ma-io-res
- Nelle parole composte, solitamente il preverbio costituisce sillaba a sé: ab-i-go, in-e-o
La quantità sillabica: sillabe aperte e chiuse
Si ricollega direttamente alla quantità vocalica. Sono sillabe aperte quelle che terminano in vocale: ma-nus, fa-ce-re. Sono invece chiuse le sillabe che terminano in consonante: vin-co, con-sul, oppure una sillaba con dittongo: poe-na.
In latino è fondamentale riconoscere la quantità di una sillaba, poiché l’opposizione breve/lunga ha valore distintivo. Le sillabe chiuse sono sempre lunghe, indipendentemente dalla quantità naturale della vocale in esse contenuta, le sillabe aperte sono brevi o lunghe a seconda della quantità della loro vocale.
- Sillaba aperta con vocale breve: sillaba breve
- Sillaba aperta con vocale lunga: sillaba lunga
- Sillaba chiusa con vocale breve: sillaba lunga
- Sillaba chiusa con vocale lunga: sillaba lunga
- Dittongo: sillaba lunga
Bisogna controllare la penultima sillaba.
Le tre leggi dell’accento latino
- Le prime due sono leggi esclusive, ovvero che escludono altre sillabe. La prima dice che l'accento non può risalire oltre la terzultima sillaba (legge del trisillabismo), la seconda dice che l’accento non cade mai sull’ultima sillaba (legge della baritonesi).
- Poi c’è la legge della penultima che dice che: se la penultima sillaba è lunga, l’accento cade sulla penultima, se la penultima sillaba è breve, l’accento cade sulla terzultima.
Una sillaba aperta seguita da vocale è breve, mo-ne-o, vi-ne-o. Tenere conto dei mutamenti dovuti all’apofonia latina, cioè una variazione di suono vocalico, che interessa solo le vocali brevi: la i è breve se subentra ad a oppure e: concido—con+cado, erigo—e+rego. La i è lunga se subentra a un dittongo: concido—con+caedo.
È possibile aiutarsi con gli esiti fonetici dell’italiano: la e breve in italiano diventa il dittongo ie, come pedem-piede, e la o breve in italiano diventa uo, come novus-nuovo.
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