Propedeutica al latino universitario
Capitolo I
Diacronia e sincronia
La lingua si può considerare da due punti di vista, uno diacronico ed uno sincronico: dal greco διά “attraverso” e χρόνος “tempo”.
- 1. La diacronia studia la lingua attraverso il tempo, ossia come una serie di rapporti successivi: è uno studio dinamico delle varie fasi della lingua, e soddisfa l’esigenza della storicità.
- 2. La sincronia studia la lingua a prescindere dal tempo, come un complesso di rapporti simultanei: è uno studio statico di un preciso stato della lingua, l’esigenza che soddisfa della sistematicità.
Dal greco σύν “con” e χρόνος “tempo”.
Nel primo Ottocento, la grammatica storica e comparata, metodo storico-comparativo, scoprì che dalla comparazione tra le forme corrispondenti delle lingue come il sanscrito, le lingue classiche e germaniche, si poteva risalire ad una forma unica e originaria, che si sarebbe poi differenziata nel tempo. La validità delle equazioni linguistiche era garantita dalle leggi fonetiche, regole relativamente costanti di trasformazione dei fonemi. Poi nacque la linguistica sincronica o descrittiva, che simbolizza la rete di rapporti intercorrenti all’interno del sistema linguistico con formule algebriche e modelli geometrici.
L’indoeuropeo
Il metodo comparativo scoprì che non solo il latino e greco, ma anche altre lingue europee, come quelle germaniche e asiatiche avevano un’affinità genetica e risalivano ad una “lingua madre” comune, chiamata indoeuropeo: è un concetto linguistico concepito come un insieme di varietà dialettali eurasiatiche risalenti al IV-III millennio a.C. Poi, con le migrazioni, questi dialetti si affermarono tra l’India e l’Europa, soppiantando le lingue indigene e differenziandosi in una serie di lingue: sanscrito, iranico, tra cui il persiano, armeno, slavo, baltico, greco, germanico, italico o celtico cui si aggiungeva il tocario nel Turkestan e l’ittita in Asia Minore, osco-umbro, latino.
Le fasi del latino
Il latino è una lingua indoeuropea, “sorella del greco”. Pare che avesse punti di contatto con la lingua dei Siculi, il che proverebbe in epoca preistorica, la diffusione dei protolatini fino in Sicilia. Tuttavia il latino di epoca storica è la lingua della città di Roma, che confinava a est e a sud con l’osco e con l’etrusco, di cui subì un moderato influsso. L’influsso maggiore fu certamente quello del greco: il latino si arricchì continuamente di grecismi lessicali, attraverso tre canali: il commercio, la tecnica, la cultura.
Il latino seguì l’espansione di Roma ma non poté far breccia nell’Oriente ellenizzato: l’impero fu sempre bilingue, come la cultura romana. Nella storia del latino si distinguono le seguenti fasi:
- 1) Latino preletterario, fino all’inizio del III secolo a.C. attestato da scarse iscrizioni e da qualche frammento indiretto, ma ricostruibile parzialmente con il metodo storico-comparativo.
- 2) Latino arcaico: da Livio Andronico, 240 a.C., all’inizio del I secolo a.C., età di Silla, morto nel 78 a.C.
- 3) Latino classico: nel I secolo a.C., età di Cesare e di Cicerone.
- 4) Latino augusteo, fino alla morte di Augusto nel 14 d.C.; rappresentato soprattutto dai poeti augustei e in prosa da Livio.
- 5) Latino postclassico o imperiale: il latino dei primi due secoli dell’impero, fino alla morte di Marco Aurelio nel 180 d.C., è caratterizzato dal progressivo divergere di lingua letteraria e lingua parlata e progressivo convergere di lingua poetica e prosastica.
- 6) Latino cristiano: particolare forma di latino imperiale attestata negli scrittori cristiani dalla fine del II secolo d.C. ricco di semitismi, volgarismi e grecismi.
- 7) Tardolatino o basso latino: in parte parallelo al latino cristiano, ed è quello degli ultimi secoli dell’impero romano, fino alla morte di Boezio, 524.
Gli strati del latino
Ci sono anche differenze sincroniche all’interno del latino, composto di diversi strati o livelli stilistici:
- 1. La lingua letteraria, fortemente stilizzata;
- 2. Le lingue tecniche delle varie attività, agricola, giuridica, sacrale, politica e militare;
- 3. La lingua d’uso della conversazione e della corrispondenza;
- 4. Il latino volgare degli indotti e dei semidotti, di cui abbiamo un’idea approssimativa perché le sue testimonianze sono necessariamente filtrate attraverso la lingua scritta.
Ma anche all’interno della lingua letteraria vi sono differenze stilistiche notevoli prescritte dalla teoria dei generi letterari. Una prima biforcazione è tra lingua della prosa e lingua della poesia, che prevede poi un tono alto per epica e tragedia, un tono medio per l’elegia, un tono umile per commedia e satira. La teoria e la prassi greca caratterizzava ogni genere con un dialetto e spingeva i latini verso il plurilinguismo, ma i romani non avevano dialetti, banditi dal purismo della urbanitas, perciò risolsero la differenziazione stilistica a livello lessicale.
Importante è la questione dei sinonimi; per molte serie sinonimiche la differenza non è semantica ma stilistica: ad esempio al concetto di “cavallo” corrispondono tre termini diversi, equus è il termine medio, sònipes è il destriero, termine utilizzato esclusivamente nella poesia elevata, e infine caballus, “ronzino”, usato soltanto nella lingua d’uso. Certo tra i diversi strati non ci sono compartimenti stagni, a causa di un continuo ricambio tra alto e basso, ma complessivamente le differenze rimangono nette.
Il divario tra lingua letteraria, ancorata a modelli classici, e lingua parlata, si approfondisce sempre più nell’epoca imperiale, con l’estendersi del territorio e delle isole alloglotte, che lasciano tracce nel latino della loro lingua originaria. Sinché restò in piedi il potere centrale e la sua organizzazione, anche il latino restò relativamente unitario nelle varie parti dell’impero, pur nella dicotomia tra latino letterario e parlato; ma con il prevalere delle forze centrifughe e con il disintegrarsi dello stato latino, subì una rapida differenziazione geografica, agevolata dall’isolamento culturale e dal declassamento economico delle popolazioni.
Alla lingua latina, la lingua letteraria, e alla lingua degli invasori, Theotisca lingua, comincia a contrapporsi la rustica Romana lingua, la lingua parlata dai vinti, all’origine delle lingue romanze o neolatine, rumeno, italiano, francese, spagnolo, portoghese, dalmatico, ladino, provenzale, sardo, le cui prime testimonianze risalgono all’VIII secolo.
Il latino dopo Roma
Il latino letterario fu salvato dalla Chiesa, che, rimasta l’unica depositaria della cultura, lo cristianizzò facendone la lingua liturgica dell’Occidente. Il latino medievale o mediolatino, seppure imbarbarito, fu la lingua colta e internazionale europea, riflesso e strumento di una civiltà unitaria.
La riforma di Carlo Magno ridusse lo sfaldamento delle strutture fonetiche e morfologiche, tuttavia i punti di maggior cedimento furono la sintassi e soprattutto il lessico, sia per la massa di neologismi e barbarismi, sia perché, limitato nelle sue possibilità di rinnovamento, fu costretto ad un’erudita opera di recupero e modifica del materiale antico, hapax, glosse, grecismi, nuovi composti, nuovi derivati, mutamenti semantici: tutti i modi di innovare nella tradizione.
Questa lingua giunse a maturità espressiva soprattutto nella filosofia, dove la scolastica piegò il mediolatino ad un’astrattezza concettuale e ad una sottigliezza dialettica ignote al latino antico. L’Umanesimo segnò una seconda rinascita del latino, epurato dal logicismo medievale e ricondotto ai modelli classici, ma il latino umanistico andò irrigidendosi e poi decadendo insieme al decadere del grande ideale unitario religioso e imperiale, a causa della Riforma e dell’affermarsi dei nazionalismi.
Dopo il XVI secolo il latino si fa veicolo in prosa della scienza, ma è ridotto al silenzio con l’anticlassicismo romantico. Capitola definitivamente come lingua della Chiesa col Concilio Vaticano II, ma resta la matrice unitaria della civiltà europea, la coscienza della nostra storicità.
Capitolo II
Storia della questione
Il problema della pronunzia del latino è antico quanto le variazioni di tale pronuncia. È una lotta che implica i diversi livelli di pronuncia del latino: da quello del centro urbano, l’urbanitas, il latino dialettale delle campagne, la rusticitas, al latino delle provincie, la peregrinitas. Tuttavia alla fine del II secolo d.C. il Latine loqui era minacciato dal barbare loqui.
Da qui si profila il drammatico scontro tra Latinitas e Barbaritas. La scomparsa di Roma come centro politico e culturale comportò la perdita di ogni paradigma e la pronunzia del latino andò sempre più differenziandosi secondo le tendenze fonetiche dei rispettivi sostrati. Il Medioevo non tentò di uniformare tale pronunzia: sia perché non aveva alcun appoggio nella tradizione grammaticale, sia perché la Chiesa non volle oscurare ancor più la comprensione dei testi liturgici con una pronuncia diversa dalla volgare.
Con lo storicismo umanistico si comprese che per uniformare e riformare le varie pronunzie nazionali bisognava prima stabilire quale fosse stata la pronunzia storica dei Latini. Ciò venne attuato solo per quanto riguarda il greco, su cui non pesava una secolare tradizione religiosa e scolastica. Oggi vi sono le varie pronunzie nazionali e la pronuncia ecclesiastica, che è in fondo quella italiana: invano Pio X nel 1912 tentò di estenderla a tutta la Chiesa, infine c’è la pronuncia classica, detta “restituée” dai francesi, diffusa dalle università.
La pronunzia classica
Non esiste “una” pronunzia di una data lingua, al limite vi sono tante pronunzie quanti sono i parlanti. Vi sono tre cause di differenziazione della pronunzia di una data lingua: storiche, geografiche, sociali. Intendiamo con pronuncia classica del latino quella del ceto colto della città di Roma nel I sec a.C. È la pronunzia di Cesare e Cicerone, che può valere, con poche varianti, anche per tutto il tempo che va da Plauto a Tacito, e interessa quindi la parte più significativa della letteratura pagana.
Abbiamo vari mezzi per ricostruire la pronuncia classica:
- 1) Le testimonianze dirette dei grammatici antichi che descrivono i suoni della propria lingua e correggono gli errori dei propri contemporanei;
- 2) Le testimonianze indirette degli antichi scrittori quando usano figure di suono, soprattutto onomatopee;
- 3) Le scritture fonetiche delle iscrizioni incise da scalpellini, lapicìdi incolti che scrivevano come pronunziavano;
- 4) La trascrizione di parole latine in greco e viceversa;
- 5) I termini latini passati in epoca antica in altre lingue, specie nel germanico;
- 6) I dati della fonetica comparata indoeuropea per il punto di partenza e romana per il punto di arrivo.
I dittonghi
Tutti i dittonghi si pronunziano come si scrivono, purché si badi che il secondo elemento non faccia sillaba e non può portare accento. L’allitterazione è una delle figure di suono più utilizzate nella poesia latina arcaica, ed è proprio l’allitterazione che costringe a leggere dittongato il caerula di una clausola enniana: causa caerula candent, “la volta celeste rifulge”. È di origine rurale tutta una serie di doppioni, dove si alternano forme con e forme senza dittongo, saepes, sèpes, glaeba, glèba. Il mediolatino eliminò i dittonghi ae e oe anche graficamente. La restaurazione della grafia dittongata si deve agli umanisti.
Y
La ipsilon o i greca è una lettera greca, che indica un suono estraneo al latino e fu aggiunta alla fine dell’alfabeto latino, solo I sec. a.C. per trascrivere i nomi greci. Prima essa era trascritta con la lettera u, come mostrano i più antichi grecismi. La y suona ovviamente come in greco, cioè come l’u francese o lombardo. La pronuncia popolare oscillò sempre tra i e u, e tale oscillazione si riflette negli esiti romanzi: gyros>girus>giro; crypta>crupta>grotta. Tuttavia la pronunzia i dovette essere più diffusa e penetrò anche nel tardo insegnamento grammaticale. La grafia più antica era u, ma la u rimase come segno di arcaismo. Sulla reale pronunzia di questo fonema variano tuttora le opinioni.
U semivocale (v)
Mentre noi distinguiamo tra U u da una parte, V v dall’altra, i Latini invece usavano un solo segno, V per la maiuscola, e in seguito con lo sviluppo della minuscola, u. Scrivevano dunque: VIVO, VNVS, uiuo, unus. I segni U e v entrarono nell’uso solo con gli umanisti, da cui presero il nome di “lettere ramiste”, Pierre de La Ramèè. Come i Latini non avevano il segno della v, quasi certamente non ne avevano neanche il suono, fricativa labiodentale sonora.
Nella pronunzia classica la u di uiuo si distingueva dalla u di unus in quanto questa è una vocale, uno in italiano, l’altra una semivocale, uovo, uomo in italiano. Abbiamo due ordini di prove: la trascrizione in greco mediante ου, costante in epoca repubblicana, Polibio ad esempio, paronomasie, figura retorica per la quale si accostano due parole di suono simile o uguale ma di significato differente, specialmente per mettere in risalto l’opposizione dei significanti, onomatopee.
Qualche difficoltà può presentare la pronunzia del gruppo uu di uuius, seruus, uulgus, uiuunt, uoluunt etc. ma questa grafia è postclassica, e Quintiliano attesta che i suoi maestri insegnavano ancora a scrivere seruos, uolgus, uiuont, quindi la pronuncia classica era dunque col primo elemento semivocalico, u, che fino al primo secolo dell’impero impedì alla o seguente di chiudersi in u.
L’aspirazione
H in italiano è una lettera muta. Questa tendenza a eliminare l’aspirazione risale già al latino, ma fu contrastata dalla lingua colta e dalla scuola. Ci sono tre specie di aspirazione:
- 1) Aspirazione vocalica iniziale: homo, habeo etc. Si conservò nel latino “urbano”, anche per influsso dello spirito aspro greco. Nel latino rustico l’aspirazione iniziale si perse per tempo, capitava che chi volesse parlar fino, aspirasse a sproposito.
- 2) Aspirazione vocalica interna, per lo più intervocalica: era già muta in epoca preletteraria, mihi, nihil, etc., non avendo impedito né la contrazione, né il rotacismo. La pronunzia corrente di mihi e nihil fu certo sempre mi e nil. L’h rimase come segno grafico, per ragioni etimologiche nei composti, o per separare le sillabe. Dunque nella pronuncia classica l’aspirazione vocalica interna, a differenza di quella iniziale, non si fa sentire.
- 3) Aspirazione consonantica: ch, th, ph. Era originariamente estranea al latino, e fu introdotta nella seconda metà del II sec. a.C., il primo esempio è da vedersi in Achaia, per rendere con più fedeltà le aspirate greche, χ, θ, φ, che anteriormente erano state trascritte con le rispettive tenui latine, c, t, p. Poi tali grafie vennero ammodernate con l’aggiunta dell’h, ma la tenue si conservò in parole ormai consacrate dall’uso, come Poeni di fronte a Phoenices. La presenza di un’aspirata in latino è indizio di un grecismo, vero o presunto. Noi pronunciamo incoerentemente queste aspirate, in teoria andrebbero pronunciate come le corrispondenti greche, cioè come tenui seguite da aspirazione: k-h, k-himaera, t-h, t-hesis, p-h, p-hilosop-hus. Infatti c’è differenza tra ph, muta labiale aspirata, ed f, continua fricativa labiodentale. In epoca imperiale in seguito all’evoluzione di φ in fricativa, i due suoni si avvicinarono.
Dunque nella storia latina possiamo individuare due correnti dell’aspirazione:
- Una dotta che conservava l’aspirazione vocalica iniziale e consonantica;
- Una popolare che la eliminava o l’usava a sproposito.
Ti davanti a vocale
Si pronuncia com’è scritto, cioè senza assibilazione. La prima testimonianza grafica dell’assibilazione è del 140 d.C. Era avvenuto che la i, divenuta da vocale, gra-ti-a; trisillabo, semivocale in iato, gra-tia, bisillabo, aveva intaccato la dentale precedente. Successivamente, quando nel latino tardo e medievale anche ci davanti a vocale si assibilò, i due segni si confusero, dando luogo a doppioni omofoni, come pronuntiatio/pronunciatio, antenati degli allotropi italiani pronunzia e pronuncia.
Le velari davanti a vocale palatale (e/i)
È il punto di maggior distanza tra la nostra pronuncia e quella classica. Siamo sicuri di poche norme: c e g suonavano sempre “dure”, anche davanti a e ed i. L’omofonia di c e k è documentata dai frequenti scambi epigrafici delle lettere. Ad esempio Cicirrus era il soprannome onomatopeico di un buffone osco dalla voce stridula, incontrato da Orazio nel suo viaggio a Brindisi. Siccome sappiamo che nella grecità italica κίκιρρος significava “galletto”, dobbiamo pronunziare kìkirrus: altrimenti sarebbe come se dicessimo che il gallo fa cicciriccì.
I latini trascrivevano con c il k greco, per esempio kèrux>ceryx, i Greci a loro volta con κ il c latino, per esempio Cicero> Kikéron. Se vi avessero sentito una c palatale, l’avrebbero trascritto con τζ come fecero più tardi i Bizantini. La velare sonora g era più rara della sorda c: perciò le sono più scarse. Ma l’equivalen
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