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Concetti Chiave

  • L'Europa si è mostrata impreparata ad affrontare il cambiamento dei flussi migratori negli anni '80, con eventi drammatici come gli sbarchi albanesi in Puglia nel 1991.
  • Le migrazioni internazionali in Europa si suddividono in tre fasi, ognuna influenzata da fattori economici e politici, con un incremento significativo di flussi provenienti da paesi extra-europei.
  • Il forte esodo dal Terzo mondo è alimentato dall'esplosione demografica e dalla pressione economica, con i governi che incentivano l'emigrazione per affrontare la disoccupazione.
  • In Italia, gli immigrati degli anni '90 includevano molti nordafricani e albanesi, mentre il governo ha cercato di gestire l'immigrazione clandestina con leggi più restrittive.
  • La presenza di immigrati ha generato problemi culturali e resistenza in diversi paesi europei, con manifestazioni di xenofobia e difficoltà di integrazione, ma anche esempi di coesione in aree più prospere.

Qual è l'impreparazione europea alle migrazioni?

L’ Europa si è trovata impreparata di fronte all’ imprevisto cambiamento del quadro mondiale delle migrazioni internazionali avvenuto nel corso degli anni 80 del Novecento. In questo periodo, milioni di persone, sospinte dal peggioramento della situazione economica, demografica e politica dei loro paesi d’ origine, si sono riversate nelle sue aree di maggiore sviluppo. In certi paesi fra i quali L’ Italia, questo disorientamento ha prodotto situazioni drammatiche, come nel caso dello sbarco di migliaia di profughi albanesi in Puglia nell’ agosto del 1991.

Fasi delle migrazioni internazionali

Nel contesto europeo del secondo dopoguerra possiamo distinguere tre grandi fasi delle migrazioni internazionali. La prima fase ( 1950 – 67 ) era legata all’ aumento della domanda di lavoro nelle aree caratterizzate da forte espansione economica. I paesi coinvolti erano quelli dell’ Europa centro – settentrionale ( Germania, Francia, Belgio ) che ricevevano immigrati provenienti dal’ Europa mediterranea. La seconda fase ( 1967 – 82 ) coincise con la diffusa crisi economica che aveva colpito molti paesi industrializzati europei e che aveva iniziato a manifestarsi nei tardi anni sessanta, aggravandosi durante il periodo della crisi petrolchimica. La maggioranza dei paesi europei, preoccupati dei costi sociali e politici comportati dai flussi migratori, soprattutto in una condizione di crescente disoccupazione interna, misero in atto politiche restrittive sull’ immigrazione, rendendola così in larga misura clandestina. Alcuni paesi ( Francia, Inghilterra e Germania ), inoltre, avviarono programmi di incentivi finanziari per indurre gli immigrati ad andarsene. Nonostante tutte queste misure, la presenza di stranieri si rivelò una realtà irreversibile. Essi costituivano ormai almeno il 16 % della popolazione in Svizzera, il 5 % della Repubblica federale tedesca, il 6,5 % in Francia, il 7,5 % in Gran Bretagna, il 7 % in Belgio e il 2 % in Olanda. È importante inoltre notare, in questa fase, il mutamento delle aree di provenienza: ai flussi migratori provenienti dall’ Europa meridionale subentrarono quelli di provenienza extra – europea ( soprattutto dall’ Africa settentrionale ), mentre alcuni tradizionali paesi d’ emigrazione, come l’ Italia, iniziarono a veder comparire sul proprio territorio i primi immigrati. La terza e ultima fase, ancora in corso, è iniziata nei primi anni 80 in coincidenza con la ripresa delle economie industriali europee ed è contraddistinta da un incremento assai consistente delle migrazioni internazionali verso la “ terra promessa ” ( l’ Europa industriale ). A differenza della precedente, questa fase non è caratterizzata da un’ alta domanda di lavoro da parte dei paesi di immigrazione, ma da potenti fattori di ordine demografico, economico e politico interni agli stati di origine, soprattutto a quelli più poveri.

Cause dell'esodo dal Terzo mondo

Una prima ragione dell’ esodo va ricercata innanzi tutto nell’ esplosione demografica che ha investito la maggior parte dei paesi del Terzo mondo. L’ alto incremento della popolazione dei paesi in via di sviluppo è dovuto principalmente alla riduzione dei tassi di mortalità, soprattutto infantile, garantita dalla diffusione di elementari comportamenti igienici ( uso del sapone e dei detersivi ), dalla profilassi di malattie infettive e dal miglioramento generale dell’ assistenza sanitaria. La diminuzione della mortalità non si è tuttavia accompagnata a un proporzionale calo della natalità, che continua a rimanere elevata. Così, mentre nei paesi industrializzati la popolazione diventa sempre più vecchia quella dei paesi poveri diventa sempre più giovane, per l’ alta presenza di persone in età riproduttiva. L’ insostenibile pressione demografica che si sta accumulando in questi paesi ha creato straordinari problemi di disoccupazione, gravando sul bilancio pubblico in modo tale da rendere ancora più difficile l’ attuazione di programmi di sviluppo nazionale. I governi di alcuni di questi paesi poveri, pertanto, hanno visto nell’ esportazione di forza lavoro una soluzione a questi problemi e quindi hanno incoraggiato sistematicamente l’ emigrazione.

Attrazione dell'occidente e sfruttamento

L’ occidente ha comunque sempre suscitato una forte attrazione, basti pensare che ad esempio in Italia il salario di una persona di servizio è anche dieci volte maggiore di quello percepito da un laureato in una nazione africana o asiatica in via di sviluppo. Ciò spiega perché molti laureati e diplomati dei paesi del Terzo mondo emigrano in Europa prestandosi a svolgere mansioni utili, spesso rifiutate dalla popolazione locale, e che loro stessi probabilmente disdegnerebbero nei loro paesi di origine. Un altro elemento attrattivo è rappresentato dalla domanda di manodopera non qualificata da parte di diversi imprenditori occidentali. Ma spesso si tratta di sfruttamento di clandestini provenienti dal Terzo mondo: una forza – lavoro molto appetita da imprenditori senza scrupoli perché costa poco, è facilmente ricattabile, è disposta ad accettare lavori stagionali in nero, cioè senza contributi sociali, previdenziali e fiscali.

Immigrazione in Italia negli anni 90

Il fenomeno migratorio ha assunto in Italia una considerevole consistenza negli ultimi anni del 900. L’ Italia ospita, già dagli anni 70, gruppi di immigrati “extracomunitari ” ( ossia provenienti da aree esterne alla Comunità economica europea ): filippini e singalesi ( soprattutto lavoratrici domestiche ), sudamericani (molti di questi rifugiati politici o esiliati ), cinesi, tamil ( rifugiati a causa delle violenze nello Sri Lanka ). Più di recente sono giunti in Italia molti immigrati dal Libano, dall’ Iran, dall’ Iraq, dall’ India e dalla Polonia. Il contingente più numeroso è costituito comunque dai nordafricani ( algerini, marocchini, tunisini e anche egiziani), già presenti negli anni 70, ma la cui dimensione numerica ha assunto valori significativi soprattutto in questo ultimo decennio. Solo in questi ultimi anni si è registrato, inoltre, un consistente flusso migratorio dall’ Albania. Le direzioni di migrazione hanno ricalcato quelle interne degli anni 50 – 60, ossia dal nord al sud del paese, ma le destinazioni privilegiate ( oltre Milano ) non sono più quelle tipiche di quegli anni ( ossia il triangolo industriale ), ma il Veneto e l’ Emilia, caratterizzati da un benessere molto diffuso, e spesso da carenza di manodopera locale. I governi italiani hanno cercato di contrastare il fenomeno dell’ immigrazione clandestina con una legislazione via via più restrittiva. L’ obiettivo, tuttora da raggiungere, è quello di regolamentare i flussi migratori in modo tale che risultino, da un lato, compatibili con la situazione economica delle diverse aree del paese. Dall’ altro essi devono garantire a chi entra una vita dignitosa, la necessaria protezione sanitaria e sociale, una progressiva integrazione nei diritti di cittadinanza. Un problema di difficile soluzione, che richiede un coordinamento legislativo e operativo a livello europeo, ma che tuttavia va affrontato e risolto perché è illusorio pensare che sia possibile erigere un qualche muro che metta l’ Europa benestante al riparo da quella che molti temono come “ un’ invasione ”.

Problemi culturali e integrazione

C’è anche un problema culturale, legato agli atteggiamenti di resistenza e di ostilità verso gli immigrati che si sono manifestati in diversi paesi europei, raggiungendo a volte punte di vera e propria xenofobia razzista. Anche in Italia l’ immigrazione massiccia di extracomunitari ha sollevato delicati problemi di integrazione e ha creato non pochi casi di discriminazione sociale, anche se ancora abbastanza episodici. Una quota consistente di popolazione italiana considerava questa presenza extracomunitaria come un problema di ordine pubblico e come una minaccia per gli equilibri sociali esistenti. Alle radici di tale atteggiamento si trovano diverse motivazioni: l’ impatto culturale di popolazioni con tradizioni culturali e religiose profondamente diverse da quelle italiane; l’ impatto sociale legato alla precarietà di esistenza di molti extracomunitari e ai fenomeni di microcriminalità legati all’ immigrazione clandestina; l’ impatto economico dovuto alla concorrenza del lavoro nero svolto da molti immigrati. Peraltro esiste ormai un tessuto diffuso di integrazione in molte aree del paese, non a caso quelle più ricche e perciò più disposte a riconoscere il contributo dato dagli immigrati con il loro lavoro. È difficile prevedere fino a che punto questi orientamenti diffusi nell’ opinione pubblica potranno cambiare nel breve periodo. Molto dipende anche dalla capacità delle forze politiche di governo e dalle associazioni non governative ( sindacati, partiti, organismi ecclesiastici ) di promuovere quella “ cultura dell’ immigrazione ” che costituisce l’ ingrediente essenziale di una corretta convivenza con chi è diverso da noi.

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Domande da interrogazione

  1. Quali sono le principali fasi delle migrazioni internazionali in Europa?
  2. Le migrazioni internazionali in Europa si suddividono in tre fasi: la prima (1950-67) caratterizzata da una forte domanda di lavoro; la seconda (1967-82) segnata da politiche restrittive a causa della crisi economica; e la terza (anni '80 ad oggi) influenzata da fattori demografici, economici e politici nei paesi di origine.

  3. Quali sono le cause principali dell'esodo dal Terzo mondo?
  4. L'esodo dal Terzo mondo è principalmente causato dall'esplosione demografica, con un alto tasso di natalità e una riduzione della mortalità, che ha portato a problemi di disoccupazione e alla necessità di esportare forza lavoro da parte dei governi di questi paesi.

  5. In che modo l'Occidente attrae i migranti dal Terzo mondo?
  6. L'Occidente attrae i migranti grazie a salari significativamente più alti rispetto ai loro paesi d'origine e alla domanda di manodopera non qualificata, ma spesso si verifica anche sfruttamento di lavoratori clandestini.

  7. Quali sono le sfide che l'Italia ha affrontato riguardo all'immigrazione negli anni '90?
  8. Negli anni '90, l'Italia ha visto un aumento significativo di immigrati, in particolare nordafricani e albanesi, e ha cercato di contrastare l'immigrazione clandestina con leggi più restrittive, mirando a garantire integrazione e diritti di cittadinanza.

  9. Quali problemi culturali emergono dall'immigrazione in Europa?
  10. L'immigrazione ha sollevato problemi culturali, tra cui resistenza e ostilità verso gli immigrati, xenofobia e discriminazione sociale, con la necessità di promuovere una "cultura dell'immigrazione" per favorire una corretta convivenza.

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