Meditazioni metafisiche
La parola metafisica compare per la prima volta nella filosofia greca, nel titolo di un libro di Aristotele, tuttavia lui non ha mai usato questo termine.
Aristotele amava classificare i suoi studi, infatti, nel suo libro “Etica Nicomachea”, fornisce un ordinamento delle varie forme dei vari tipi di scienze, suddivisi in tre gruppi principali:
- Scienze teoretiche, divise in base al loro oggetto, ossia ciò che è necessario, ciò che non può essere diversamente, sono tre:
- La Filosofia Prima, che si occupa dell’ente supremo, delle cause ultime, di Dio
- La Fisica
- La Matematica
- Scienze pratiche e poietiche, che hanno invece per oggetto il contingente, ovvero ciò che può essere diversamente, il mutevole. In particolare:
- Le scienze pratiche hanno per oggetto l’azione - infatti dal greco “praxis” significa azione - e si distinguono in etica e politica, rispettivamente il comportamento dell’uomo singolo e quello dell’uomo all’interno della società
- Le scienze poietiche si occupano della poiesi, che in greco significa la produzione di cose secondo un modello; tra esse rientrano tutti i saperi tecnici (dal greco “techne” indica un sapere vero)
Molto tempo dopo Aristotele, nel I secolo a.C., un bibliotecario, Andronico di Rodi, che faceva parte della scuola aristotelica, decide di mettere ordine nei trattati di Aristotele e li divide.
Nello scaffale in cui erano riposti i rotoli, per caso, quelli che riguardavano la Filosofia Prima, che era la prima scienza teoretica, stavano dopo le opere che invece riguardavano la Fisica. Allora questo bibliotecario dà il nome al trattato di Filosofia Prima di “ta metà tà physikà”, che significa in greco “dopo i libri di Fisica”. Ed è così che nasce la parola metafisica.
In realtà, “ta metà” in greco significa anche “sopra, oltre”, e “tà physikà” riguarda tutto ciò che è naturale e che ricade nell’ambito della nostra esperienza.
Effettivamente il trattato di Filosofia Prima si occupava di cose che stanno al di là dei campi dell’esperienza e dei fenomeni fisici, di cose metafisiche.
Dedica ai teologi
Anche nelle Meditazioni metafisiche Cartesio adopera molta prudenza.
Infatti, per non entrare in urto con la Chiesa, questo libro è dedicato a dei teologi della Sorbona, un’università parigina.
Pag. 60-61-62-63
Al decano e ai dottori della sacra facoltà di teologia di Parigi
[I] Al Decano e ai Dottori della sacra Facoltà di teologia di Parigi, sapientissimi ed illustrissimi.
Se è a Voi che vengo a presentare questo scritto, è per un motivo così appropriato che il modo migliore che ho per raccomandarvelo è di dire in breve, qui, a che cosa ho mirato in esso; ed ho fiducia che, una volta che lo saprete, anche Voi avrete [II] un motivo altrettanto appropriato per accordargli protezione.
“Voi” si riferisce ai teologi e invoca la loro protezione.
Con “Fra le questioni di pertinenza della filosofia – dunque – ho sempre ritenuto che le più importanti siano quella di Dio e quella dell’anima. E dico della filosofia, anziché della teologia, perché, quanto a noi che siamo fedeli, basta sì che crediamo per fede che Dio esiste e che l’anima umana non muore col corpo, ma, quanto agli infedeli, non appare proprio possibile persuaderli di alcuna religione [...] a meno che prima non si provino loro queste due verità con la ragione naturale [...] Per noi fedeli, infatti, è senz’altro vero che dobbiamo credere nell’esistenza di Dio perché è insegnata dalle Sacre Scritture e, d’altro canto, [III] credere nelle Sacre Scritture perché ci vengono da Dio [...]
Ma non è questo – dicevo – che si può proporre agli infedeli, ché lo giudicherebbero un circolo vizioso.
Sottolinea che non vuole parlare della teologia, ma della filosofia, ossia del discorso razionale.
Le questioni legate a Dio e all’anima sono state già trattate, seppur sinteticamente, nel Discorso del metodo.
Prova a spacciarsi come convertitore. Dice che i filosofi sono in qualche modo utili, poiché possono aiutare gli infedeli a far scoprire queste due verità, Dio e l’anima immortale.
Cartesio è un uomo religioso, d'altronde era normale esserlo nella sua epoca. Tuttavia sostiene che il fatto di credere a Dio perché ne parla la Bibbia.
La teologia razionale si era già occupata del tema della ragione naturale.
“Tutti i problemi metafisici non possono essere risolti con la ragione, perché la conoscenza umana è fondata sull’esperienza. L’uomo ha naturalmente bisogno della metafisica, ma questo non rientra nelle sue possibilità conoscitive. Come essere finito, può solo conoscere solo partendo dall’esperienza sensibile.”
- Kant
Quanto all’esistenza di Dio, non soltanto voi teologi siete tutti unanimi nel sostenere che può essere provata con la ragione naturale, ma anche dalla Sacra Scrittura (ho notato) si ricava che è più facile conoscere Dio che non gran parte di quanto sappiamo sulle cose create [,..]
«quel che si conosce di Dio è manifesto negli uomini» suona come avvertimento che tutto quel che si può sapere di Dio lo si può dimostrare con argomenti che non si traggano se non dalla nostra mente stessa. Ed è per questo che io non ho ritenuto inopportuno cercare in qual modo Dio possa venir conosciuto, giustappunto, più facilmente e certamente che non le cose del mondo.
Paradossalmente sembra più facile conoscere ciò che ci circonda piuttosto che avere una conoscenza razionale di Dio. Queste due questioni che sembrano così difficili per la ragione, sono le prime verità che razionalmente, applicando il suo metodo, Cartesio trova.
Arriva alla conclusione che sia più facile provare l’esistenza di Dio e dell’anima anziché conoscere i fenomeni naturali.
Cita la frase “quel che si conosce di Dio è manifesto negli uomini” presente nella Lettera ai Romani.
Possiamo razionalmente arrivare all’esistenza di Dio partendo dalla nostra stessa mente.
Quanto all’anima umana, molti hanno ritenuto difficile scoprirne la natura, e taluni hanno persino osato dire che, a stare agli argomenti tratti dalla nostra ragione, ci si dovrebbe piuttosto persuadere che essa muore insieme col corpo [...]
E, poiché ai filosofi cristiani ivi viene ordinato espressamente di confutare simili argomenti e di provare la verità con tutte le loro forze, per questo non ho esitato ad [V] affrontare anche la questione dell’anima umana.
Tutta la filosofia, dai greci in poi, si è sempre domandata se l’anima fosse mortale o immortale: da un lato i teologi sostengono l’immortalità dell’anima, in quanto credono in un aldilà dopo la morte, dall’altro, alcuni filosofi sostengono posizioni del soggetto materialistiche secondo cui quando il corpo muore, muore anche l’anima.
Tra i “filosofi cristiani” rientra Cartesio.
So bene, poi, che la sola ragione per cui in genere gli empi rifiutano di credere nell’esistenza di Dio e nella distinzione della mente umana dal corpo è che – dicono loro – a nessuno sarebbe riuscito, finora, di dimostrarle. E invece io sono convinto che, esattamente al contrario, pressoché tutti gli argomenti che tanti grandi uomini hanno elaborati per la soluzione di queste due questioni abbiano forza dimostrativa, quando siano bene intesi [...] per cui si renderebbe anzi un grosso servigio alla filosofia se qualche volta ci si mettesse a ricercare seriamente quali di tali argomenti siano i migliori e si avesse cura di riesporli in modo tanto chiaro che tutti avessero così da riconoscerli quali vere e proprie dimostrazioni.
Con “empi” si riferisce ai non religiosi.
Con “grandi uomini” si riferisce ai teologi e ai filosofi scolastici.
L’esistenza di Dio e l’anima immortale sono argomenti accessibili solo per fede, ma secondo Cartesio si possono raggiungere dalla ragione umana.
Infatti dimostra razionalmente che l’anima esiste ed è immortale per venire incontro ai teologi.
La teologia e la filosofia scolastica hanno prodotto varie prove razionali dell’esistenza di Dio, e Cartesio sceglierà le dimostrazioni migliori, infatti tra queste non rientreranno quelle della filosofia tomistica, e le riesporrà in maniera chiara e vigorosa per convincere tutti dell’esistenza di Dio.
Per quanto riguarda me, infine, di impegnarmi sulle questioni di Dio e dell’anima mi è stato chiesto pressantemente da [VI] taluni che sapevano che ho coltivato un metodo per risolvere qualsiasi difficoltà nelle scienze – un metodo non nuovo, certo, dal momento che niente è più antico della verità, ma loro mi avevano visto utilizzarlo ripetutamente con buoni risultati in altri campi – e così mi sono ritenuto in dovere di tentare. [...] Ma non è che mi sia messo a raccogliere i diversi argomenti che possono essere proposti per provare l’esistenza di Dio e la distinzione dell’anima dal corpo[...] ho proceduto soltanto a sviluppare gli argomenti principali, più rilevanti, però in maniera tale che ora oso proporli come dimostrazioni certissime ed evidentissime.
Aggiungerò anzi che non ritengo che all’ingegno umano sia aperta alcuna strada con cui trovarne mai di migliori; e a dirlo [,,,] mi [VII] costringono l’importanza della cosa e la gloria di Dio [...]
Parla del suo nuovo metodo, citando quindi il Discorso sul metodo, dicendo che tramite esso è possibile risolvere tutte le scienze. Espone questo concetto con modestia retorica e afferma velatamente di essere stato il primo ad averlo scoperto, anche se apertamente dice il contrario.
Con l’espressione “di migliori” esprime il suo orgoglio.
Cartesio dice che non espone le sue scoperte per vantarsi, lo fa perché è a servizio della gloria di Dio.
Le mie dimostrazioni le considero dunque quanto mai certe ed evidenti; ma non perciò mi illudo che siano fatte per venir capite da tutti. È come in geometria: molte dimostrazioni, [...] tutti le ritengono evidenti e certe, [...] e tuttavia solo pochissimi le comprendono [...]
Allo stesso modo, benché io ritenga che le dimostrazioni di cui mi servo in questo scritto siano pari a quelle geometriche, o addirittura superiori, quanto a certezza ed evidenza, tuttavia temo che molti [VIII] non siano in grado di comprenderle, sia perché anche esse sono un po’ lunghe e poi le une dipendono dalle altre, sia – e soprattutto – perché richiedono una mente che sia completamente sgombra da pregiudizi e che riesca bene a sottrarsi all’influenza dei sensi. [...]
mentre in filosofia, poiché qui si crede che su qualsiasi argomento si possa disputare, sostenendo il pro o il contro, solo pochi ricercano la verità e molti di più vanno a caccia della nomea di intelligenti [...[
Le dimostrazioni del suo metodo non sono di facile comprensione per il lettore comune.
Fa il paragone con le scienze matematiche: il suo metodo è tanto valido quanto esse, se non di più, e queste scienze possono essere comprese solo dai dotti, ossia dai matematici.
Attacca i suoi contemporanei, in quanto molti filosofi hanno proposto teorie stravaganti solo per prevalere sugli altri ed essere famosi, e non perché tenessero davvero alla ricerca della verità.
Per questo – e cioè perché i miei argomenti, quale che sia il loro valore intrinseco, comunque attengono appunto alla filosofia – non spero di ottenere granché con essi, a meno che non mi aiutiate Voi col vostro patrocinio [...].
È per questo che non dubito che dalle menti degli uomini verrebbero ben presto eliminati tutti gli errori che mai si siano avuti sulle questioni dell’esistenza di Dio e della distinzione della mente dal corpo, solo che Voi vi degnaste di prendervi cura di questo mio scritto; e cioè, anzitutto, di correggerlo, ché, consapevole che sono un uomo, e ancor più, di quanto sia quel che ignoro, [X] non sostengo affatto che in esso non ci siano errori; [...] di volere attestare ciò con una dichiarazione pubblica.
Non dubito [...] che, se così accadrà, dalle menti degli uomini verranno eliminati, in poco tempo, tutti gli errori che mai ci siano stati su siffatte questioni. Sarà infatti la verità stessa a far sì che facilmente tutti gli uomini provvisti di ingegno e sapere sottoscrivano il vostro giudizio; [XI] ma sarà la vostra autorità a far sì che gli atei, di solito più saccenti che provvisti di ingegno e sapere, abbandonino il loro spirito di contraddizione, [...] di modo che in fine non ci sarà più nessuno al mondo che osi revocare in dubbio l’esistenza di Dio o la distinzione reale dell’anima umana dal corpo.
Quanto grande sarebbe l’utilità di ciò, nessuno può giudicare meglio di Voi, nella vostra saggezza; e non sarebbe proprio il caso che io mi dilungassi a raccomandare la causa di Dio e della religione a Voi che siete sempre stati la colonna più solida della Chiesa cattolica.
Con ossequio,
Vostro devotissimo René Descartes
All’inizio, vi è di nuovo un’affermazione di modestia retorica.
Chiede nuovamente la protezione dei teologi.
Quando scrive “dalle menti degli uomini verrebbero ben presto eliminati tutti gli errori” implica che questi uomini abbiano letto il suo libro.
Se i teologi e i dotti appoggiassero Cartesio e il suo metodo, ogni errore dalla mente umana verrebbe eliminato per sempre.
Prega i teologi di correggere la sua opera, e non di censurarla, poiché è possibile che vi siano errori in quanto scritta da un essere umano.
Fa un’ulteriore richiesta più forte, ovvero quella di leggere il libro e di dare una dichiarazione pubblica sulla validità della sua opera.
“se così accadrà” è una manifestazione di orgoglio.
Sostiene che non è lui a parlare, poiché dalle pagine parla la verità stessa. Affinché la verità possa esprimersi, è necessario l’aiuto dell’autorità dei teologi.
Anche se nella dedica dice di voler parlare principalmente dell’esistenza di Dio e dell’immortalità dell’anima, e quindi del principio dualistico di anima e corpo, nelle Meditazioni, che sono sei in totale. tratterà anche altri argomenti.
Nel Discorso sul metodo Cartesio aveva esposto il metodo della sua filosofia, invece, nelle Meditazioni metafisiche elabora la sua concezione filosofica complessiva.
Prefazione per il lettore
Pag. 65-66-67
Le questioni di Dio e della mente umana le ho già toccate brevemente nel Discorso sul metodo per ben condurre la ragione e cercare la verità nelle scienze, pubblicato in francese nel 1637; ma non per considerarle a fondo, allora, bensì per apprendere, dalle reazioni dei lettori di fronte al saggio che ne davo, in qual modo avrei avuto da trattarne in seguito (mi parevano tanto rilevanti, infatti, che ritenevo non si dovessero affrontare una volta e basta). Per di più, su queste due questioni io seguo una strada così poco battuta [...] che non ritenni opportuno esporla più diffusamente in uno scritto in francese, quindi destinato ad esser letto da chiunque indistintamente [...]
Cartesio inizia questa prefazione facendo riferimento al Discorso sul metodo, dicendo che nella quarta parte ha già parlato dei fondamenti metafisici della sua filosofia, ovvero l’animo umano e la dimostrazione dell’esistenza di Dio.
Tuttavia, ne ha parlato brevemente, ed è giusto trattare questi argomenti in maniera più approfondita ed estesa.
Con “poco battuta” intende nuova, inedita.
Avevo allora pregato chi avesse trovato qualcosa da ridire in quel che avevo scritto di volermene avvertire; ma, a proposito di quanto avevo detto su quelle due questioni, mi sono state rivolte solo due obiezioni degne di nota.
Ha chiesto l’opinione di altre persone sul Discorso sul metodo, affinché gli facessero notare eventuali errori dell’opera o le cose degne di censure. Le uniche obiezioni ricevute sono state proprio a proposito della res cogitans e della dimostrazione dell’esistenza di Dio.
Prima obiezione
Prima obiezione: dal fatto che la mente umana, riflettendo su se stessa, non percepisce di essere altro che una cosa pensante, non segue che la sua natura o essenza consista soltanto nell’essere essa una cosa pensante, se con questo soltanto s’intenda escludere che di niente d’altro si possa mai dire che appartenga parimenti alla natura dell’anima. – Rispondo che, in quel luogo, nell’escludere che alla mente appartenga altro, oltre all’essere essa una cosa pensante, neppure io ho inteso escluderlo in ordine alla verità di fatto, [...] bensì meramente in ordine alla mia conoscenza.
Con “in quel luogo” si riferisce al Discorso sul metodo.
Seconda obiezione
Seconda obiezione: dal fatto che ho in me l’idea di qualcosa di più perfetto di me, non segue che tale idea stessa sia più perfetta di me ed ancor meno che esista quel che è rappresentato da essa. – Rispondo che qui c’è un equivoco nel termine idea, [...]
La seconda obiezione riguarda la dimostrazione dell’esistenza di Dio partendo dall’idea di percezione.
L’equivoco del termine “idea” verrà approfondito nel corso dell’opera.
[...] ora affronterò di nuovo, qui, quelle medesime questioni, di Dio e della mente umana, e insieme [
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