Concetti Chiave
- Nel Medioevo, il termine "autore" era associato all'idea di "auctoritas", evidenziando il valore di autorevolezza piuttosto che la creazione di opere originali.
- Esisteva confusione tra i ruoli di autore, copista e traduttore, con figure come Turoldo che firmavano testi senza essere veri autori.
- Gli amanuensi e i giullari spesso modificavano i testi durante la copia e la recitazione, non avendo una chiara distinzione tra le loro funzioni e la paternità letteraria.
- Nel basso Medioevo, la figura dell'intellettuale si diversificò con l'emergere di scrittori laici provenienti da ambienti non ecclesiastici, come notai e mercanti.
- Con l'avvento della Signoria, molti intellettuali scelsero di lavorare nelle corti per garantirsi stabilità economica, mentre la Chiesa rimase un'importante fonte di opportunità per gli intellettuali.
Indice
- Il concetto di autore nel Medioevo
- Confusione tra ruoli letterari
- La libertà degli amanuensi
- Anonimato e auctoritas
- Evoluzione della nozione di autore
- Importanza dell'oralità
- Diffusione orale e figure chiave
- Giullari e trovatori
- Aumento degli intellettuali laici
- Ruolo del chierico e intellettuali
- Cambiamenti nel Trecento
Il concetto di autore nel Medioevo
Nel Medioevo, soprattutto nell’ alto Medioevo la parola “autore” (dal latino “auctor”) aveva un significato diverso da quello di oggi. Innanzitutto, esso era collegato al concetto di “auctoritas” col valore di autorevolezza, persona autorevole con cui, fra l’altro, condivide la radice. Nel Medioevo, il termine “auctor” faceva pensare soprattutto ai classici o a coloro che si occupavano di interpretare i testi sacri, ossia era un sinonimo di “esegeta”. In sintesi, si trattava di colui che era depositario di un sapere consolidato nel tempo e pertanto “autorevole”. Durante il Medioevo, l’ “auctoritas” si fondava sulle Sacre Scritture e solo più tardi il termine cominciò ad essere applicato anche ai contemporanei. In altre parole si potrebbe dire “auctor” non era tanto colui che creava un’opera, quanto piuttosto chi era impegnato a trasmetterne i contenuti.
Confusione tra ruoli letterari
Nel Medio Evo esisteva anche una sorta di confusione fra colui che inventa il testo e colui che lo recita (= esecutore), colui che lo traduce (= volgarizzatore), glossatore (= colui che inserisce le note e commenta il testo) e il copista (chiamato anche “amanuense”). Oggi, questi termini sono distinti, ma nell’alto Medioevo non esisteva alcuna differenza. Basti pensare che Turoldo firmo, il manoscritto della Chanson de Roland come se ne fosse l’autore, ma in realtà, era soltanto il copista.
La libertà degli amanuensi
Nelle piazze, i giullari che erano soltanto degli esecutori, in realtà nei testi dei loro spettacolo, toglievano o aggiungevano delle parti. Modificandoli, così, a piacere. Anche negli ambienti dei monasteri dove lavoravano gli amanuensi non era chiara la distinzione fra copisti, glossatori e autori veri e propri. Era anche frequente il fatto che gli amanuensi si prendessero la libertà di correggere il testi che copiavano, aggiungendo o togliendo interi passi dall’originale, D’altra parte, poiché il concetto di paternità letteraria non esisteva gli stessi autori nei loro scritti riportavano frasi altrui senza citarne la fonte.
Anonimato e auctoritas
Da questa mancanza del concetto di paternità di un testo, deriva anche la diffusione dell’anonimato e non solo nell’alto Medioevo. Un esempio ci è dato da ” Il Novellino”. Non si trattava di una dimenticanza. La motivazione è da ricercare nel fatto che si dava valore soltanto a ciò che era tradizionale e quindi che faceva riferimento al concetto di “auctoritas” e solo con queste premesse lo scrittore poteva far si che ciò che aveva scritto potesse essere apprezzato dal pubblico. Sempre ne “Il Novellino”, l’anonimo copia testi da altri, ne inserisce dei propri senza fare alcuna distinzione fra quanto copiava e quanto era frutto della propria capacità.
Evoluzione della nozione di autore
La moderna nozione di “autore” si fa avanti nel basso Medioevo in cui gli scrittori cominciano ad essere consapevoli della propria professionalità e qui si preoccupano di tramandare il proprio nome con la propria opera. Questo cambiamento ha inizio alla fine dell’IX secolo, soprattutto in ambito universitario e cittadino. Significative, in questo senso sono le cronache di alcuni mercanti-scrittori, fra cui la “Cronica” di Buonaccorso Pitti che nella sua opera predilige particolarmente l’uso della prima persona singolare.
Importanza dell'oralità
Occorre fare anche una precisazione sull’importanza dell’oralità. All’inizio, anche i testi scritti, venivano destinati principalmente alla recitazione o al canto, ma mai alla lettura silenziosa. I testi venivano scritti soltanto per uso privato e non venivano fatti circolare sotto forma di libro. Anche durante il periodo comunale, i testi avevano una duplice diffusione: scritta e orale. Anche una parte delle opere di Dante era destinata ad essere messa in musica e cantata, come per esempio, il passo del “Purgatorio” in cui Dante incontra il musico Casella, che intona una composizione poetica dello stesso Dante.
Diffusione orale e figure chiave
La diffusione orale coinvolgeva anche i testi in prosa: gli exempla sacri e profani, i romanzi cortesi o le novelle erano oggetto di lettura silenziosa e di lettura ad alta voce, effettuata in pubblico. Gli specialisti della trasmissione orale erano i goliardi, i giullari, i troveri e i trovatori. . I trovatori operavano nel sud della Francia e adoperavano la lingua d’oc, cioè l’antico provenzale: i troveri erano diffusi nel nord della Francia e cantavano in lingua d’oïl, l’antico francese.
I goliardi erano chierici che, spostandosi da una città all’altra per motivi di studio, si dilettavano a scrivere composizioni di tipo profano.
Giullari e trovatori
Invece, i giullari erano laici, spessi in antagonismo con la Chiesa e le autorità costituite verso cui non risparmiavano pesanti battute e in questo si facevano portatori del malcontento del popolo. Molto spesso erano messi al bando. I giullari non avevano dimora fissa; recitavano il loro repertorio nelle piazze, nei mercati, lungo le vie dei pellegrinaggi o sul sagrato dei santuari. Il loro repertorio era vasto: cantavano le vite dei santi, le imprese eroiche, le leggende, i costumi dei nobili e dei preti. De la loro più grande aspirazione era di essere assunti in pianta stabile alla corte di un signore feudale. I trovatori erano esecutori- autori di testi poetici di una certa levatura. A differenza dei giullari, erano legati ad una corte signorile, soprattutto in Provenza dove si parlava la lingua d’oc. La loro produzione era molto elegante e raffinata anche dal punto di vista musicale, proprio perché vivevano a corte. Con loro, in anticipo di almeno un secolo rispetto all’Italia, inizia la trasmissione scritta dei testi poetici.
Aumento degli intellettuali laici
Un altro aspetto che interessa la diffusione dei testi, è il progressivo aumento del numeri degli intellettuali laici, soprattutto durante il basso Medio Evo. Questo significa che molti scrittori, pur professando la religione cristiana, non provengono più dall’ambiente ecclesiastico, ma dalle file della nobiltà o della vita attiva: notai, giudici, artigiani, medici o mercanti mentre prima l’intellettuale era quasi esclusivamente un chierico. A quel tempo, l’intellettuale veniva chiamato “clericus” e “litteratus”; quest’ultimo termine significa “colui che sa leggere e scrivere in lingua latina”, cioè che ha appreso la “littera”, termine sinonimo di “latino”. Infatti per occuparsi di temi culturali si adoperava il latino e questi era prevalentemente monaci, e a volte anche chierici secolari che insegnavano le arti liberali oppure la teologia, all’interno delle poche scuole esistenti. L’aumento di scrittori laici non è uniforme. Diventa consistente nei secoli XIII e XIV, soprattutto in Sicilia, alla corte di Federico II di Svevia dove emergono giudici, notai e funzionari di corte. Si tratta di intellettuali che non hanno problemi economici la cui professione abituale e totalmente diversa da quella di scrittore.
Ruolo del chierico e intellettuali
Con questo, però, non si deve credere che la figura del chierico scompaia del tutto. Essi mantengono un predominio molto saldo nel campo della filosofia e della teologia e anche nelle Università, controllate dalla Chiesa dal punto di vista giuridico e culturale. Dal punto di vista sociologico, nel Medioevo, gli intellettuali erano dei dilettanti, anche se raggiungevano un elevato livello di produzione poetica. Viveva del guadagno derivati da un’altra professione, dal fatto che appartenessero al clero o dalle rendite, nel caso di nobili
Cambiamenti nel Trecento
Nel corso del Trecento la situazione cambia nuovamente: se durante il periodo dei Comuni, l’intellettuale era autonomo, con l’avvento della Signoria, la corte diventa un polo di attrazione per gli intellettuali che rinunciano alla propria autonomia in cambio di una certa tranquillità economica, garantita dal signore. La figura dell’intellettuale cortigiano resterà tale fino all’età moderna. Anche la Chiesa costituisce un polo di attrazione per gli intellettuali che usufruiscono di benefici economici e perfino di una certa libertà nel trattare argomenti profani. Addirittura, non è raro il caso di intellettuali a cui la Chiesa conferisce incarichi importanti perché si sono distinti nello studio dei testi classici.
Domande da interrogazione
- Qual era il significato del termine "autore" nel Medioevo?
- Qual era il significato del termine "autore" nel Medioevo?
- Come si manifestava la confusione tra i ruoli letterari nel Medioevo?
- Come si manifestava la confusione tra i ruoli letterari nel Medioevo?
- Qual era la libertà degli amanuensi nella copia dei testi?
- Qual era la libertà degli amanuensi nella copia dei testi?
- Come si evolve la nozione di autore nel basso Medioevo?
- Come si è evoluta la nozione di autore nel basso Medioevo?
- Qual è l'importanza dell'oralità nella diffusione dei testi medievali?
- Qual è stato l'impatto dell'aumento degli intellettuali laici nel Medioevo?
Nel Medioevo, "autore" (dal latino "auctor") si riferiva a una persona autorevole, spesso legata all'interpretazione dei testi sacri, piuttosto che a chi creava opere originali. Era sinonimo di "esegeta" e indicava chi trasmetteva contenuti consolidati nel tempo (testo).
Nel Medioevo, "autore" (dal latino "auctor") si riferiva a una persona autorevole, legata al concetto di "auctoritas", e non tanto a chi creava un'opera, ma a chi trasmetteva contenuti, come gli esegeti dei testi sacri.
Nel Medioevo, non esistevano distinzioni chiare tra autore, copista, traduttore e glossatore. Ad esempio, Turoldo firmò un manoscritto come se fosse l'autore, mentre in realtà era solo un copista (testo).
Nel Medioevo, non esistevano distinzioni chiare tra autore, copista, traduttore e glossatore; ad esempio, Turoldo firmò un manoscritto come se fosse l'autore, mentre in realtà era solo un copista.
Gli amanuensi spesso si prendevano la libertà di modificare i testi che copiavano, aggiungendo o togliendo parti, poiché il concetto di paternità letteraria non era presente, portando a una confusione tra opere originali e frasi altrui (testo).
Gli amanuensi spesso si prendevano la libertà di modificare i testi copiati, aggiungendo o togliendo parti, poiché il concetto di paternità letteraria non era presente, portando a una confusione tra opere originali e frasi altrui.
Nel basso Medioevo, gli scrittori iniziarono a riconoscere la propria professionalità e a tramandare il proprio nome con le opere, un cambiamento che si intensificò alla fine dell'IX secolo, specialmente in ambito universitario e cittadino (testo).
Nel basso Medioevo, gli scrittori iniziarono a riconoscere la propria professionalità e a tramandare il proprio nome con le opere, un cambiamento che si intensificò alla fine dell'IX secolo, specialmente in ambito universitario.
Inizialmente, i testi scritti erano destinati principalmente alla recitazione e non alla lettura silenziosa. La diffusione avveniva sia in forma scritta che orale, coinvolgendo figure come goliardi e giullari, che recitavano in pubblico (testo).
L'aumento degli intellettuali laici, provenienti da nobiltà e professioni attive, ha cambiato il panorama culturale del Medioevo, riducendo il predominio dei chierici e portando a una maggiore diversificazione nella produzione letteraria.