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Filippo Vittorio Alfieri

Alfieri e le sue tragedie occupano un ruolo ben preciso all’interno del programma: ci imbattiamo negli scioglimenti tragici, nelle catastrofi che vengono direttamente messe in scena (matricidi, patricidi…). Diversamente avveniva nel Re Torrismondo, in cui la catastrofe veniva solamente narrata e non rappresentata.

Questo era il modo di raffigurare e rappresentare gli scioglimenti nella tradizione italiana che in parte si legava alla maniera antica della tradizione francese, in parte alla tradizione in generale (poche sono le eccezioni: il teatro elisabettiano di Shakespeare e il teatro di Alfieri).

Quando si parla di riforma tragica settecentesca non ci si riferisce solo all’Italia: si passa da una tragedia basata sulla narrazione ad una tragedia basata sull’azione. Questo fatto si riversa soprattutto nel momento finale, nello scioglimento, modificando tutto ciò che accade: i personaggi parlano e agiscono contemporaneamente.

Ma solo alla fine del ’700, e non solo in Italia, lo scioglimento avverrà sulla scena: sarà visivo e uditivo. I testi teatrali sono un tipo di scrittura in cui la percezione sensoriale dell’udito e della vista vengono impiegati entrambi: dire che un personaggio si uccide o colpisce un altro è diverso che vederlo direttamente sulla scena.

Riforma tragica del ’700

Punto di vista italiano

Inserisce nella storiografia la riforma non solo della tragedia ma anche della commedia e del melodramma e ne fa un’istanza che viene collegata alla posizione anti-seicentesca e anti-barocca dei letterati dell’Arcadia. È un’onda lunga.

La riforma che Alfieri realizza e che ha già realizzato Goldoni sono onde lunghe, cioè hanno discussioni che vanno dai 30 ai 40 anni. La letteratura del ’600 andava riformata in modo tale che diventasse anche utile (diletto+utilità).

Accanto a questo, se allarghiamo il punto di vista, la necessità di riformare la tragedia viene sentita anche in Francia: Voltaire, autore tragico più rappresentativo degli anni ’30-’40 fino agli anni ’60, ha il coraggio di attuare una riforma della tragedia solo in parte. Si parte da elementi differenti ma le esigenze e gli obiettivi sono comuni.

L’Italia e gli italiani vogliono riformare il teatro portandolo alla regolarità della tragedia caduta in disuso: volevano sostituire all’opera in musica del ’600, alla commedia dell’arte del ’600 nuovamente la commedia e la tragedia.

Accanto a questo hanno come obiettivo polemico anche il teatro francese con cui sono in competizione: da una parte lo emulano, dall’altra lo contrastano. Riconoscono che la tragedia di Racine ha toccato il vertice, però è una tragedia basata troppo sull’amore. La vera tragedia deve avere argomenti sublimi come la politica (libertà, patria, repubblica).

Punto di vista francese

In Francia la riforma non prevede il ritorno alla tragedia, in quanto nel teatro francese è già in uso ed è addirittura modello in Europa, ma solamente il cambio di argomento, ovvero dall’amore alle trattazioni politiche (tutto ciò per varie tendenze e istanze pre-illuministiche).

Gli elementi comuni della riforma erano: eliminare l’amore e i confidenti (personaggi creati dalla tradizione francese), eliminare le lunghe declamazioni che sono “magazzini di noia” (Voltaire), garantire l’azione sulla scena.

Come fare? Il pubblico voleva l’amore ma non il sangue sulla scena; gli attori si rifiutano in Francia di rappresentare determinate tragedie in base a dei divieti antropologici e secolari.

La riflessione sul rapporto vista udito c’è sempre stata: Orazio fissa dei divieti all’azione, non si deve far vedere il matricidio, si può al massimo narrare. C’è qualcosa di antropologico.

Con il passare dei secoli poiché il teatro si vuole basare sulla classicità c’è l’esigenza di portare tutto sulla scena. Gli occhi sono gli elementi che vengono colpiti maggiormente proprio perché il teatro è rappresentazione: si vuol colpire la vista. Qui scattano i divieti.

Per le tragedie di argomento storico il divieto è maggiore che per l’argomento mitico; più ci si avvicina ai tempi moderni più il divieto aumenta.

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Per il Filippo tutto viene rappresentato contro il divieto anche se Alfieri lo incontra relativamente: negli anni ’70-’80 del ’700. Sono momenti in cui sono successi una serie di avvenimenti storici e politici: è il momento di massimo scontro tra Chiesa e Stato, quindi era meno forte l’influenza della prima sulla seconda.

L’allentarsi del potere della Chiesa fa sì che si aprano le maglie della censura. C’è

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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