Età augustea
Età augustea fine I sec. a.C. Epoca aurea (31 a.C.-14 d.C.) (perché dalla metà fino alla fine del I secolo d.C. viene l’epoca argentea).
Dopo Augusto
Dinastia Giulio-Claudia
- Tiberio (14 d.C. - 37 d.C.)
- Claudio (41 d.C. - 54 d.C.)
- Nerone (54 d.C. - 68 d.C.) [morendo disse: “Quale artista muore con me”]
Anno dei tre imperatori
Anno dei tre imperatori (anno di anarchia).
Dinastia flavia
Dinastia Flavia (68 d.C.-96 d.C.) (gens Flavia).
- Vespasiano (padre, 69 d.C. - 79 d.C.) fece il Colosseo (anfiteatro Flavio), tassò i vespasiani (i cessi).
- Tito (figlio, 79 d.C. - 81 d.C.) sotto di lui ci fu la prima eruzione del Vesuvio.
- Domiziano (figlio, 81 d.C. - 98 d.C.).
Epoca imperatori per adozione
- Traiano (98 d.C. - 117 d.C.) era un grande generale.
- Adriano (117 d.C. - 137 d.C.) fu un imperatore filelleno (si interessava alla cultura greca).
- Antonino Pio (137 d.C. - 161 d.C.) periodo in cui l’impero era al massimo della potenza.
- Marco Aurelio (161 d.C. - 180 d.C. [per peste]).
Ricominciano le dinastie ereditarie
- Commodo (180 d.C. - 192 d.C.).
Dinastia severina
Dinastia Severina.
Teodorio divide impero romano in occidente e oriente.
[Caduta impero romano d’occidente 476 d.C. Caduta impero romano d’oriente 1453 d.C.]
Letteratura pagana e letteratura cristiana
Da Traiano in poi: (dal II sec. d.C.).
Letteratura pagana → letteratura cristiana (Il cristianesimo si impone con l’editto di Milano → dell'imperatore Costantino con cui la religione cristiana non veniva più perseguitata).
Queste letterature iniziano insieme ma sono divise, solo in un secondo momento si congiungono.
Letteratura divisa in tanti filoni diversi:
Filone poetico
Poetico: tipo di poesia non impegnata. Il tema è simile a quello dell’età alessandrina (III e II sec. a.C.) (caratterizzata da contenuti mitologici, era una poesia dotta) [è un filone presente anche nell’età neroniana].
Filone poetico-didascalico
Poetico-didascalico: filone strettamente educativo, viene anche definito filone tecnico-scientifico-poetico (letteratura tecnica in prosa).
- Germanico (generale, padre dell’imperatore Caligola) scrisse un’opera secondo le caratteristiche di questo filone che si ispirava all’età alessandrina.
- Manilio scrive in esametri e fa lo stesso lavoro di Lucrezio ma sull’ambito storico.
Filone tecnica-scientifica
Tecnica-scientifica: filoni che ci hanno permesso di conoscere il sapere degli antichi: Celso ci parla di medicina, Apicio, De re coquinaria, ci fornisce le uniche informazioni che abbiamo sulla gastronomia del tempo (parlava della gastronomia dei più ricchi).
Filone delle favole
Filone che si basava sulle favole con una morale:
- Fedro componeva favole in modo poetico.
- Esopo compositore del mondo greco.
Fedro
Augustus libertus
Nato in Macedonia o, meno probabilmente, in Tracia, alla fine del I secolo a.C., Fedro giunse a Roma come schiavo: qui entrò a far parte della servitù (familia) di Augusto e, forse per la sua attività in campo culturale, venne affrancato dall’imperatore (nei codici che tramandano le sue opere è infatti chiamato libertus Augusti).
Letterato e insegnante
Con ogni probabilità per tutta la vita affiancò all’attività letteraria quella di insegnante. Convinto che attraverso le favole, grazie all’uso dell’allegoria, si potessero trattare anche temi di carattere sociale e politico, mettendo in luce le condizioni di vita delle classi più umili, cominciò, sotto l’impero di Tiberio, a pubblicare i suoi lavori.
Fedro si considerava il creatore di un nuovo genere letterario latino in grado di competere con quello corrispondente in lingua greca (II, epil. 8-9), dal quale sperava di ottenere fama e ricompense.
Il processo
Incorse, invece, nell’ira di Seiano, il potente prefetto del pretorio che, riconoscendosi forse in alcuni personaggi o in alcuni episodi delle sue favole, con un’accusa pretestuosa gli intentò un processo in cui, come scrive il poeta stesso (III, prol. 41-42), fu contemporaneamente accusatore, testimone e giudice.
Fedro si salvò fortunosamente, forse per la caduta in disgrazia e la condanna a morte di Seiano, avvenuta nel 31 d.C., ma tale esperienza lo segnò profondamente, acuendone l’amarezza e il pessimismo. Continuò, sì, la propria attività letteraria, ma fu costretto a rinunciare a gran parte della sua schiettezza e a ricercare la protezione di potenti liberti, cui dedicò gli ultimi libri.
L’indifferenza del pubblico
Un ulteriore motivo di amarezza fu rappresentato anche dalla malevolenza dei critici, contro i quali più volte si scaglia (cfr. IV, 7) e dalla sostanziale indifferenza del pubblico colto verso le sue opere.
Seneca, ad esempio, lo ignora o finge di ignorarlo, dato che nel 43 d.C., quando Fedro aveva già pubblicato la maggior parte delle sue composizioni, nella Consolatio ad Polybium (8, 3) afferma che la favola è ancora un intemptatum Romanis ingeniis opus, ovvero «un genere mai tentato prima dagli ingegni Romani».
Non conosciamo con esattezza la data della sua morte, che può essere presumibilmente collocata intorno al 50 d.C.
Opere: cinque libri di favole
Opere: di Fedro ci sono giunte poco più di cento composizioni (favole, prologhi ed epiloghi), raggruppate in cinque libri di favole: ad esse vanno aggiunte le oltre trenta favole (fabulae novae) riunite nella cosiddetta Appendix Perottina, dal nome dell’umanista Niccolò Perotti, che nel 1450 le trasse da un codice rimasto ignoto.
Il fatto che la ripartizione dei componimenti nei singoli libri sia alquanto diseguale potrebbe testimoniare che molte favole siano andate perdute anche in seguito a tagli e soppressioni operate, per cautela, già dall’autore stesso. Non è forse un caso che proprio il II libro, quello che con tutta probabilità conteneva le pericolose allusioni a Seiano, sia il più ridotto.
Originale è la scelta del metro derivato dalla commedia impiegato per mettere in versi le favole: il senario giambico, ossia il verso usato nelle parti dialogate della commedia. Ciò ha fatto supporre che Fedro abbia avvertito una forte affinità tra le sue favole e la commedia, affinità che nasceva non solo dall’uso del dialogo spesso serrato e dal carattere quotidiano delle vicende raccontate, ma anche dall’obiettivo di divertire il pubblico, suscitandone il riso (risum movet: I, prol. 3).
Il mondo di Fedro
Nel prologo del III libro (vv. 33-37), Fedro rivendica agli schiavi l’invenzione della favola: essa era l’unico modo per esporre liberamente il proprio pensiero, senza incappare nell’ira dei potenti, grazie alla copertura offerta dall’allegoria.
La favola voce degli emarginati, secondo la concezione di Fedro, sarebbe quindi la «voce di chi non ha voce» (I. Lana), uno strumento attraverso il quale gli emarginati esprimono la rabbia impotente, la paziente insofferenza, il dolore inascoltato.
Si tratta di una visione pessimistica del mondo intrisa di amarezza e pessimismo, senza alcuna prospettiva di miglioramento o di riscatto: il debole sarà sempre vittima del più forte, e anche i mutamenti politici più radicali non avranno alcuna influenza, positiva o negativa che sia, sulla vita degli umili.
Anzi, i cambiamenti sono spesso pericolosi, come dimostrano le disavventure patite dal corvo che indossa le penne del pavone o dalle rane, che, alla ricerca di un re capace, incappano in un crudele tiranno (I, 2).
In un mondo così spietato, unica via di salvezza è l’uso del buon senso (sensus communis: I, 7, v. 4), un misto di prudenza, astuzia e intelligenza, che si può acuire servendosi degli esempi (exempla) comportamentali scaturiti dalle esperienze accumulate dalle generazioni precedenti.
Ed è proprio questo uno degli intenti del poeta: istruire, fornire consigli pratici ed esortare alla prudenza, servendosi come strumento della “morale”. In Fedro essa spesso introduce la narrazione (il termine tecnico, derivato dalla letteratura greca è promythion, «premessa»), per preparare il lettore a meglio cogliere il valore allegorico dell’esempio, a differenza di Esopo, che per lo più la colloca in chiusura (epimythion, «postilla»).
La critica della società
Non si può nemmeno escludere la possibilità che Fedro, così come altri letterati suoi contemporanei, sia stato negativamente influenzato dalla particolare situazione storica della società romana nell’età giulio-claudia.
I tradizionali valori repubblicani erano entrati in crisi in seguito all’affermarsi di una monarchia di carattere dispotico, assecondata da una nuova classe di cortigiani, spesso di umili origini, come i potenti liberti imperiali, assurti a posizioni di prestigio grazie all’adulazione e al servilismo.
In quest’ottica va forse letto l’aneddoto di Tiberio e lo schiavo servizievole, lucida satira di un’intera classe di rampanti faccendieri, pronti persino a coprirsi di ridicolo pur di farsi notare dai potenti.
E sempre in questa prospettiva va letto il vivace dialogo fra il lupo magro e il cane pasciuto, nei quali alcuni studiosi hanno voluto vedere, così come in altre favole, dei puntuali riferimenti autobiografici.
Se il cane lustro e ben tenuto, ma con il collo segnato dalla catena, altri non è che l’intellettuale di corte, pronto a tutto pur di cibarsi degli avanzi della mensa del signore, il lupo emaciato dalla fame è il nostro poeta, che rifiuta ogni compromesso per conservare la sua dulcis libertas.
Lo stile e la lingua
Fedro cerca di attenersi a quello che considerava un suo apporto originale, la brevitas, ovvero una narrazione sintetica, semplice ed elegante, senza inutili orpelli retorici, dal tono volutamente piano.
La vivacità espressiva è affidata ai dialoghi serrati e all’uso di battute rapide e taglienti, di forte impatto sul lettore.
La lingua adoperata da Fedro riprende sostanzialmente le forme dell’espressione colloquiale (sermo cotidianus) in uso fra le persone colte; la scelta dei vocaboli è accurata e caratterizzata dalla ricerca della precisione espressiva; sono quasi del tutto assenti gli arcaismi e i grecismi e si privilegiano le espressioni proverbiali.
Esopo e Fedro
Fedro non si considerava un passivo imitatore di Esopo e proprio per fugare anche il minimo dubbio che potesse insorgere nei lettori e forse per respingere le accuse mossegli da critici malevoli, in tutta la sua opera cercò di evidenziare, con una certa monotonia, gli aspetti che lo rendevano diverso.
Già nel prologo del I libro (vv. 1-2) scrive: Aesopus auctor quam materiam repperit / hanc ego polivi versibus senariis. Se Esopo è indubbiamente l’inventore del genere (auctor) e colui che ha trovato la materia (materiam repperit), Fedro, a sua volta, è colui che l’ha rielaborata e raffinata (polivi), conferendole dignità letteraria e artistica, con la trasposizione in versi senari.
E, ancora, nel prologo del III libro (vv. 38-39) rivendica orgogliosamente l’importanza e l’originalità della sua operazione culturale: Ego porro illius semita feci viam / et cogitavi plura quam reliquerat.
Fedro, quindi, riteneva di aver trasformato in un’agevole strada (via) lo stretto sentiero (semita) tracciato da Esopo, escogitando molte più cose di quante lui ne avesse lasciate.
Il continuo confronto con l’autore greco dovette però pesargli in modo particolare, se nei prologhi dei libri IV e V, composti nell’ultima parte della sua attività, si spinse ancora oltre nel rivendicare l’originalità: «Definisco esopiche le mie favole e non di Esopo, poiché egli ne compose poche e io di più, e, pur servendomi di un genere antico, propongo cose nuove» (IV, prol. 11-13); non esitò persino ad affermare di servirsi del nome di Esopo solo per dar prestigio (auctoritas) alla sua opera (V, prol. 1-3).
Originalità di Fedro
In conclusione, quindi, le novità introdotte da Fedro non consisterebbero solo nell’uso dei senari giambici che davano maggiore dignità letteraria, ma soprattutto nei contenuti (res), ricavati sia dal patrimonio tradizionale delle favole sia dall’attualità, dall’aneddotica e persino dalle fabulae Milesiae, i racconti erotici, spesso licenziosi, che si ispiravano alla celebre raccolta di Aristide di Mileto (II sec. a.C.).
Fedro non nega la stretta dipendenza dal suo modello, il grande Esopo, che chiama affettuosamente senex (v. 8), ma rivendica altresì l'introduzione di elementi originali, atti non solo a recare diletto al lettore, ma anche a rinnovare un genere altrimenti considerato monotono e ripetitivo.
I motivi-guida della sua attività poetica sono sia il desiderio di correggere gli errori degli uomini, attraverso la presentazione di esempi da cui trarre utili norme di comportamento, sia l'arrecare diletto al lettore, conferendo dignità letteraria a un genere tradizionalmente popolare e fino ad allora considerato minore.
Sottolinea, quindi, quelli che considera due elementi caratterizzanti della sua produzione: la varietas e la brevitas. La varietas è l'introduzione di aneddoti che vedono come protagonisti personaggi storici o mitologici, o addirittura uomini di spicco del suo tempo, come gli imperatori Augusto e Tiberio, nonché di racconti ispirati alla vita quotidiana.
La brevitas è la capacità di esporre con singolare concisione, in un linguaggio colloquiale e piano, senza cedere a facili artifici retorici, i fatti narrati e gli insegnamenti da trarne, in modo da ottenerne il massimo effetto possibile.
Seneca
Vita
Lucio Anneo Seneca è il più importante autore in assoluto. Nacque a ridosso dell’epoca cristiana nel 4 a.C. e morì nel 65 d.C., di fatto costretto al suicidio perché coinvolto nella congiura dei Pisoni.
Nerone mandò un bigliettino a Seneca con scritto di suicidarsi probabilmente perché aveva alcune notizie dell’attivazione della congiura.
Seneca si tagliò le vene: l’exitus del filosofo cercando di accettare la morte e diventare come un modello (dopo essersi tagliato le vene si legò i polsi con delle fasce, così facendo voleva avere una morte teatrale, la tipica morte del filosofo).
Seneca è soprattutto un filosofo legato allo stoicismo (fondato da Zenone nel IV sec. a.C.): deriva da una parola (stoa) greca che si traduce con “portico” dove gli stoici erano soliti ritrovarsi.
Stoicismo: crede nel concetto di “Logos” = ragione divinizzata che si incarna nella natura. Bisogna vivere secondo la ragione, secondo un ordine. (Antica, di mezzo, tarda: diversi “portici” che sono cambiati durante gli anni).
Seneca è stato un autore con molti problemi con quasi tutti gli imperatori. I suoi problemi iniziarono con Caligola. Claudio lo esiliò in Corsica: in questo periodo scrisse Consolatio ad Polybium.
Seneca la manda a Polibio, liberto che aveva appena perso un familiare, per essere riammesso a Roma. La riammissione avviene grazie alla seconda moglie di Claudio per essere il precettore del figlio Nerone. Seneca aveva il compito di dare a Nerone le ideologie politiche.
Dal 49-54 è chiamato Quinquennium Neronis ed è considerato il periodo più felice del regno di Nerone. In questo periodo Nerone era consigliato da Burro e Seneca, il quale cercò di portare la filosofia nell’impero.
Con Nerone e la sua riforma sulla moneta nasce l’inflazione.
Nerone decide di accantonare Seneca e Burro per riprendere l’idea di potere di Caligola, cioè l’imperatore come divinità. Nerone si fa uccidere dal suo liberto di fiducia.
La produzione di Seneca
La produzione di Seneca si divide in due filoni: opere in prosa e opere teatrali (circa 12 tragedie).
Opere in prosa: la caratteristica essenziale è da un lato il Seneca filosofo (dei Dialoghi) e il Seneca morale (Epistole a Lucilio). Esiste un prosimetro (prosa + poesia).
Gli scritti in prosa di Seneca hanno per lo più carattere filosofico. Noi possediamo i trattati De clementia, De beneficiis, Naturales quaestiones, la raccolta delle Epistulae morales ad Lucilium (20 libri), e i Dialogi.
Con questo titolo si indica tradizionalmente il gruppo di dieci opere (12 libri in totale) comprendente i libri De providentia, De constantia sapientis, De ira (3 libri), Consolatio ad Marciam, De vita beata, De otio, De tranquillitate animi, De brevitate vitae, Consolatio ad Polybium, Consolatio ad Helviam matrem, la cui datazione è spesso controversa.
In realtà non si tratta di «dialoghi» veri e propri, dal momento che – a parte il caso del De tranquillitate animi, dove Seneca immagina di conversare con l’amico Sereno – non si tratta di testi dialogici, ma di trattazioni in cui l’autore si rivolge a quello che è, di volta in volta, il suo interlocutore, il destinatario primo, e il lettore, o un generico “tu”, interlocutore fittizio, tipico della tradizione colloquiale diatribica.
Gli scritti perduti e spuri
La vasta produzione di Seneca comprendeva molte opere andate perdute: discorsi (ricorda che Seneca fu brillante oratore nel Foro ed in Senato sotto Caligola), lettere, una biografia del padre (De vita patris, di cui restano le righe iniziali), trattati geografici e scientifici giovanili, come il De situ et sacris Aegyptiorum e il De situ Indiae, che tradiscono quegli interessi cui il filosofo tornerà nella vecchiaia con le Naturales quaestiones.
Particolarmente grave è la perdita di buona parte dei suoi trattati di argomento morale, molto noti nell'antichità, citati ed apprezzati soprattutto dagli autori cristiani, come il De matrimonio (forse del 38-39), il De officiis (60) e soprattutto i Libri moralis philosophiae, scritti negli ultimi anni, dopo il ritiro.
Altre
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