Storia della letteratura italiana
L’Illuminismo in Italia
Il concetto di Illuminismo ha origine nell’epoca stessa in cui nasce, ed allude ai lumi della ragione che rovesciano valori e norme antiquati: come movimento esso riunisce diversi intellettuali legati alle varie discipline, mentre come atteggiamento si diffonde anche in maniera superficiale sulle classi più colte.
Lo scopo illuministico è di sottoporre tutta la realtà al controllo della ragione, rendendo appannaggio dell’uomo il proprio destino. L’uomo può conquistare tutto e il progresso deve essere perseguito senza alcuna remora: la spinta all’unificazione culturale presenta però una forte rottura delle barriere verso il cosmopolitismo.
Il rapporto tra illuministi e potere assoluto si svolgerà infatti sempre con contraddizioni e ambiguità: e il rapporto con la chiesa oscillerà da un cattolicesimo fisiocratico al vero e proprio materialismo.
I mutamenti in quest’epoca sono forti soprattutto nell’ambito industriale: si crea una nuova massa di proletariato urbano, anche se da uno stato di totale insicurezza e precarietà si acquistano più certezze rispetto alla vita. Ed è a questo punto che la classe borghese rivendica i propri diritti tendendo a scalzare dal potere quella nobiliare.
Tra i progetti culturali principali, ricordiamo l’Enciclopedia di d’Alembert e Diderot e l’attività di tanti intellettuali quali Rousseau, Voltaire e Montesquieu: se in Inghilterra c’è più un atteggiamento empirico, l’Italia risente proprio del pensiero francese.
Il modello di vita che si imposta è quello del cosmopolitismo intellettuale, come visibile in Francesco Algarotti, nato a Venezia da una famiglia di mercanti, brillante conversatore nei salotti e dotato di cultura enciclopedica. Incentrato sulla creazione di una letteratura utile scrisse il Newtonismo per le dame con toni graziosi e leggeri.
Saverio Bettinelli invece si avvicina da gesuita alle punte più critiche illuministiche, ma il suo pensiero converge verso la tradizione poetica italiana nelle Lettere virgiliane: il suo ideale poetico è un classicismo moderno che vede solo nei latini e nei greci i modelli di perfezione, e accusa – fingendosi Virgilio dai Campi Elisi – tutta la poesia dall’oscuro Dante al presente.
Giuseppe Baretti invece vive la letteratura come necessità di comunicazione fisiologica: in una sua lunga sosta a Venezia redigerà i venticinque numeri de La frusta letteraria di Aristarco Scannabue muovendo guerra ai cattivi libri in una scelta critica militante, dove ci si basa sui propri dissensi in un terreno tutto esistenziale. La sua dissacrazione va verso tutto ciò che gli appare pedante e convenzionale, nascondendo forti istanze conservatrici.
Le generazioni di intellettuali meridionali tra Carlo III e Ferdinando IV non hanno più quella spinta culturale propulsiva del secolo precedente: Antonio Genovesi preme per una riforma dell’economia meridionale in senso liberistico, Ferdinando Galiani studia gli aspetti anche più crudeli della realtà scrivendo Del dialetto napoletano, Francesco Mario Pagano e Gaetano Filangieri si occupano di politica e legislazione.
Carlo Goldoni
In quest’ambito Venezia appare rinchiusa nella conservazione delle proprie strutture repubblicane, patria del carnevale e del divertimento: è qui che nasce Carlo Goldoni nel 1707, dall’irrequieto e avventuroso padre Giulio, che gli trasmise il suo senso d’oscillazione tra gioia e insoddisfazione.
Goldoni si dedicò quasi subito al teatro, girovagando ed impegnandosi in diversi lavori amministrativi: alla morte del padre fu però costretto a trasferirsi a Padova e laurearsi in legge.
Una prima fase dell’attività può essere datata dal 1734-48, momento di sperimentazione e di confronti con la commedia dell’arte per il teatro San Samuele di Giuseppe Imer: scrisse la tragicommedia Belisario e Momolo cortesan (personaggio che nasce proprio dalla modificazione della maschera di Pantalone).
Il periodo 1748-53, presso il teatro Sant’Angelo con la compagnia di Girolamo Medebac, afferma la riforma goldoniana: furono composte tra l’altro Il servitore di due padroni, La vedova scaltra, La putta onorata, La famiglia dell’antiquario e Il teatro comico, dove in quest’ultima Goldoni rivendica l’onore dei comici e critica la banalità della commedia dell’arte, senza limitarsi ad affermare la preminenza del testo sull’improvvisazione, ma offrendo un modello che si richiama alla natura nel continuo confronto con la quotidianità.
Dopo il fallimento de L’erede fortunata si lancia in una sfida promettendo di scrivere ben sedici commedie per la stagione successiva, e infatti l’anno successivo vengono rappresentate le commedie La bottega del caffè, Il Moliére e La locandiera.
A questa fitta produzione seguì un periodo di ipocondria, che lo fece rompere col Medebac e volgere verso il teatro San Luca di proprietà di Antonio Vendramin, nel 1753-59: Goldoni confrontò mondo e teatro scrivendo La villeggiatura, La trilogia Persiana, il Torquato Tasso e il Campiello, ma il palcoscenico più grande e la richiesta di tragicommedie per lo più in versi furono poco fruttuosi.
L’ultimo periodo di attività è del 1759-62: quest’ambito s’incentra sullo squilibrio che ormai assumono mondo e teatro, dovuto a un sotterraneo malessere individuale e sociale, che comportò comunque la scrittura di alcuni dei suoi capolavori in prosa quali Gl’innamorati, I rusteghi, La trilogia della villeggiatura e Le baruffe chiozzotte.
Ma anche a Parigi sarà costretto a intraprendere una dura battaglia non essendo ben accetta la commedia italiana: frutto del suo lavoro sarà sul finire degli anni ottanta i Mémoires in francese, autobiografia pubblicata in tre tomi, dove l’idea che Goldoni vuol dar di sé è quella della sua vocazione teatrale rivestita di un tranquillo e sereno buon senso: dietro quest’immagine autocostruita c’è però l’inquietudine e l’estraneità dell’io narrante. Tutta l’esistenza goldoniana è percorsa da una sorta di necessità di legittimazione di sé stesso.
I testi goldoniani sono sempre legati a precise occasioni teatrali, rivolgendosi al pubblico più vasto possibile: è molto difficile orientarsi nella sua intera produzione che è piena di contraddizioni e di ripensamenti non lineari.
Infatti Goldoni ritorna a temi già trattati e rimette in gioco i suoi personaggi con un italiano animato da un fondo dialettale lontano dalla purezza toscana: il veneziano sarà un dialetto concreto e autonomo, distinto a seconda dei livelli sociali trattati.
La sua sensibilità dettata dal rapporto con il mondo quotidiano lo porta spesso lontano dai principi della riforma, facendolo riavvicinare alla commedia dell’arte e spesso producendo anche piccoli melodrammi.
La sua ideologia è stata definita come una sorta di umanesimo popolare, animato dall’aspirazione al benessere civile che critica ogni forma di ipocrisia in una prospettiva del tutto laica. L’ideologia borghese però s’impunta in un rispetto delle classi e delle gerarchie sociali, nella coscienza dei conflitti che possono derivare eppure nell&
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