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Concetti Chiave

  • Foscolo esprime un amore inestinguibile per la patria, paragonabile a quello per il fratello, evidenziando la sua profonda connessione emotiva con la sua nazione.
  • L'amore per Teresa è descritto come un elemento salvifico per Foscolo, che combatte le angosce legate alla situazione politica italiana.
  • La lettera denuncia il tradimento di Napoleone, che ha "venduto" la Repubblica di Venezia, causando un profondo dolore e un senso di impotenza in Foscolo.
  • Foscolo critica la condizione sociale dell'Italia, definendo la popolazione una "plebe" priva di diritti, mentre pochi signori delle terre mantengono il potere.
  • Il poeta auspica una trasformazione della plebe in cittadini abbienti senza ricorrere a violenze, sottolineando che ogni regime basato sulla privazione della libertà è destinato a vacillare.

"17 Marzo

Il Desiderio di Patria

Da due mesi non ti do segno di vita, e tu ti se’ sgomentato; e temi ch’io sia vinto oggimai dall’amore da dimenticarmi di te e della patria. Fratel mio Lorenzo, tu conosci pur poco me e il cuore umano ed il tuo, se presumi che il desiderio di patria possa temperarsi mai, non che spegnersi; se credi che ceda ad altre passioni – ben irrita le altre passioni, e n’è più irritato; ed è pur vero, e in questo hai detto pur bene!

L'Amore e la Sopravvivenza

L’amore in un’anima esulcerata, e dove le altre passioni sono disperate, riesce onnipotente – e io lo provo; ma che riesca funesto, t’inganni: senza Teresa, io sarei forse oggi sotterra. La Natura crea di propria autorità tali ingegni da non poter essere se non generosi; venti anni addietro sì fatti ingegni si rimanevano inerti ed assiderati nel sopore universale d’Italia: ma i tempi d’oggi hanno ridestato in essi le virili e natie loro passioni; ed hanno acquistato tal tempra, che spezzarli puoi, piegarli non mai. E non è sentenza metafisica questa: la è verità che splende nella vita di molti antichi mortali gloriosamente infelici: verità di cui mi sono accertato convivendo fra molti nostri concittadini: e li compiango insieme e gli ammiro; da che, se Dio non ha pietà dell’Italia, dovranno chiudere nel loro secreto il desiderio di patria – funestissimo! perché o strugge, o addolora tutta la vita; e nondimeno anziché abbandonarlo, avranno cari i pericoli, e quell’angoscia, e la morte. Ed io mi sono uno di questi; e tu, mio Lorenzo. Ma s’io scrivessi intorno a quello ch’io vidi, e so delle cose nostre, farei cosa superflua e crudele ridestando in voi tutti il furore che vorrei pur sopire dentro di me: piango, credimi, la patria – la piango secretamente, e desidero.

La Ragione di Stato

(…) Non accuso la ragione di stato che vende come branchi di pecore le nazioni: così fu sempre, e così sarà: piango la patria mia,

Che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende.

Nasce italiano, e soccorrerà un giorno alla patria: – altri sel creda; io risposi, e risponderò sempre: La Natura lo ha creato tiranno: e il tiranno non guarda a patria; e non l’ha. Alcuni altri de’ nostri, veggendo le piaghe d’Italia, vanno pur predicando doversi sanarle co’ rimedi estremi necessari alla libertà. Ben è vero, l’Italia ha preti e frati; non già sacerdoti: perché dove la religione non è inviscerata nelle leggi e ne’ costumi d’un popolo, l’amministrazione del culto è bottega. L’Italia ha de’ titolati quanti ne vuoi; ma non ha propriamente patrizj: da che i patrizj difendono con una mano la repubblica in guerra, e con l’altra la governano in pace; e in Italia sommo fasto de’ nobili è il non fare e il non sapere mai nulla. Finalmente abbiamo plebe; non già cittadini; o pochissimi. I medici, gli avvocati, i professori d’università, i letterati, i ricchi mercatanti, l’innumerabile schiera degl’impiegati fanno arti gentili essi dicono, e cittadinesche; non però hanno nerbo e diritto cittadinesco. Chiunque si guadagna sia pane, sia gemme con l’industria sua personale, e non è padrone di terre, non è se non parte di plebe; meno misera, non già meno serva. Terra senza abitatori può stare; popolo senza terra, non mai: quindi i pochi signori delle terre in Italia, saranno pur sempre dominatori invisibili ed arbitri della nazione. Or di preti e frati facciamo de’ sacerdoti; convertiamo i titolati in patrizj; i popolani tutti, o molti almeno, in cittadini abbienti, e possessori di terre – ma badiamo! senza carnificine; senza riforme sacrileghe di religione; senza fazioni; senza proscrizioni né esilii; senza ajuto e sangue e depredazioni d’armi straniere; senza divisione di terre; né leggi agrarie; né rapine di proprietà famigliari – da che se mai (a quanto intesi ed intendo) se mai questi rimedi necessitassero a liberarne dal nostro infame perpetuo servaggio, io per me non so cosa mi piglierei – né infamia, né servitù: ma neppur essere esecutore di sì crudeli e spesso inefficaci rimedi – se non che all’individuo restano molte vie di salute; non fosse altro il sepolcro: – ma una nazione non si può sotterrar tuttaquanta. E però, se scrivessi, esorterei l’Italia a pigliarsi in pace il suo stato presente, e a lasciare alla Francia la obbrobriosa sciagura di avere svenato tante vittime umane alla Libertà – su le quali la tirannide de’ Cinque, o de’ Cinquecento, o di Un solo – torna tutt’uno – hanno piantato e pianteranno i lor troni; e vacillanti di minuto in minuto, come tutti i troni che hanno per fondamenta i cadaveri. (…)"

Lettera del 17 marzo 1798, Le ultime lettere di Jacopo Ortis articolo

Tema centrale di questa lettera di Foscolo è la patria; l’amore per la patria, infatti, viene messo sullo stesso piano di quello per il fratello, tanto che la prima crede riflette i timori del fratello che Ugo si sia dimenticato «di te e della patria». Affianco all’amore da patriota, però, Foscolo ne prova un altro, quello per Teresa: un amore «onnipotente» che ha permesso alla sua «anima esulcerata» di sopravvivere. Infatti è difficile, per un amante della patria, restare indifferenti di fronte alle questioni politiche che stanno sconvolgendo l’Italia, in particolare di fronte al tradimento di Napoleone, che ha “venduto” la Repubblica di Venezia: molti, come Foscolo, piangono il destino della patria, ma se «Dio non ha pietà dell’Italia», dovranno condannarsi al silenzio per avere salva la loro vita. Foscolo sembra quasi rassegnarsi alla ragione di stato, perché «non accuso la ragione di stato che vende come branchi di pecore le nazioni: così fu sempre, e così sarà: piango la patria mia, Che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende.»

La Plebe e la Ricchezza

La seconda parte della lettera descrive come il popolo sia diventato una grande «plebe», forse una categoria superiore ai servi della gleba e meno misera, ma «non già meno serva», perché la vera ricchezza risiede ancora nel possesso della terra, «quindi i pochi signori delle terre in Italia, saranno pur sempre dominatori invisibili ed arbitri della nazione.» L’unica via di uscita dalla servitù perenne della miseria sarebbe convertire tutta la plebe in cittadini abbienti proprietari di terra, «senza ajuto e sangue e depredazioni d’armi straniere», perché d’altronde ogni altro regime basato sulla privazione della libertà (come la monarchia) sarà sempre vacillante, perché avrà come fondamenta «i cadaveri».

per approfondimenti vedi anche:

Le ultime lettere di Jacopo Ortis - Ugo Foscolo

Foscolo, Ugo - Le ultime lettere di Jacopo Ortis

Riassunto de Le Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo

Foscolo, Ugo - Ultime lettere a Jacopo Ortis e Odi

Foscolo, Ugo - Le ultime lettere di Jacopo Ortis

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Domande da interrogazione

  1. Qual è il legame tra l'amore per la patria e l'amore personale secondo Foscolo?
  2. Foscolo sottolinea che l'amore per la patria è paragonabile a quello per il fratello, evidenziando che il desiderio di patria non può mai spegnersi, anzi, si intensifica di fronte alle passioni personali, come l'amore per Teresa.

  3. Come descrive Foscolo la condizione della patria e il suo dolore per essa?
  4. Foscolo esprime un profondo dolore per la patria, che sente essere stata "tolta" e piange il suo destino, rassegnandosi alla ragione di stato che tradisce le nazioni, affermando che questo è un male che perdura nel tempo.

  5. Qual è la visione di Foscolo sulla plebe e la sua condizione sociale?
  6. Foscolo descrive la plebe come una classe sociale che, pur essendo meno misera dei servi della gleba, rimane comunque "non già meno serva", evidenziando che la vera ricchezza risiede nel possesso della terra, che determina il potere.

  7. Quali sono le proposte di Foscolo per migliorare la condizione della plebe?
  8. Foscolo propone di trasformare la plebe in cittadini abbienti e proprietari di terra, senza ricorrere a violenze o guerre, sottolineando che ogni altro regime basato sulla privazione della libertà è destinato a fallire.

  9. Come si relaziona Foscolo con le questioni politiche del suo tempo?
  10. Foscolo non può rimanere indifferente alle questioni politiche che affliggono l'Italia, in particolare il tradimento di Napoleone, e si sente costretto a piangere in silenzio il destino della patria, consapevole delle conseguenze di un'espressione aperta del suo dolore.

Domande e risposte

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